++Life Simulator++

 

Note del capitolo: Fic che molto probabilmente subirà modifiche per i primi capitoli visto che non ho ancora ben deciso l’andamento della storia. Persino il titolo, per ora, fa parte di un’idea che non so se sfrutterò^^… Spero di sì perché se no mi tocca changiarlo e rificcargli quello vecchio che era brutto e cattivo>.< !

I protagonisti principali di questa fic, saranno inizialmente due (poi si vedrà se ficcare anche personaggi che centran con il foro v.v). La loro presentazione effettiva avverrà più avanti, per ora vi interessi sapere che sono due personaggi original © Jemei & Toy Anderson.

Per il resto buona lettura.

Step #01 †Jack Daniels

C'è stato un solo grosso fondamentale sbaglio nella mia vita.
Lei.
Buffo ammetterlo, soprattutto ricordando quanto le ero e forse, tuttavia, le sono ancora, legato.
Credevo a tutto quello che diceva quando ero piccolo e, il più delle volte non perché sapevo che avesse ragione, ma solo perché lei era mia sorella e questo mi bastava per convincermi che mai avrebbe sbagliato.
Che mai mi avrebbe mentito.
Non a me che ero suo fratello.
L'altra faccia della medaglia.
L'altro lato della luna.
Gemelli di sangue.
E questo bastava per lasciare che mi illudesse riempiendomi la testa di belle parole.
Stronzate.
Era una bugiarda.
Come tutti gli adulti.
Solo che allora noi non eravamo che bambini.
Ma mi aveva sempre mentito e, alla fine, tutto quello che temevo si è avverato.
Lo sapevamo entrambi infondo.
Ma è stata lei ad ingannarmi.
Ed ora...
Nulla è più come prima...

La bettola in cui si era rifugiata puzzava di fogna, alcol e marcio. Probabilmente, se solo lo avesse saputo prima, non ci si sarebbe gettata dentro sbattendo con forza le due porte alla propria entrata ed attirando così tutta l'attenzione su di sè.
E meno male che, mentre gli anfibi di cuoio nero calpestavano di corsa l'asfalto bagnato, si era detta che, una volta trovato rifugio, non avrebbe attirato l'attenzione.
Come no...
"Merd..." bisbigliò poco signorilmente avanzando verso il bancone del bar come se niente fosse.
Era quello il segreto, fare finta di nulla... nonostante avrebbe mandato volentieri a fanculo tutti quegli sguardi fastidiosi ed irritanti.
La gonna nera, che cadeva dolcemente ad accarezzare le morbide cosce con le sue pieghe, non superava il ginocchio e, al di sotto, una calzamaglia trasparente lasciava perfettamente ammirare le lunghe gambe. Molti dei clienti -tutti rigorosamente maschili a parte qualche prostituta seduta lascivamente in braccio a loro- avrebbero voluto poter ammirare meglio il viso delicato di quella che aveva tutte le parvenze di una bella bambola di porcellana: la pelle infatti pareva più bianca del latte ed i suoi movimenti erano aggraziati ed eleganti. Purtroppo però il cappuccio di una felpa scura copriva gran parte di quel visino delizioso e, comunque, chiunque si soffermasse più di qualche secondo a scrutarla, riceveva un'occhiata inceneritrice da occhi che si sarebbero detti di cristallo. L'argento era il loro colore eppure la loro sfumatura era tanto chiara da esser addirittura trasparente.
Occhi di bambola. Forse era la definizione più calzante.
"Che cosa ci fa una bella signorina come lei in un postaccio del genere?" domandò il barista, con un sorriso bonario, mentre le mani erano occupate ad asciugare uno dei bicchieri.
"Non è cosa che ti riguardi. Servimi da bere piuttosto." sibilò lei con voce atona, ma non per questo meno apprezzabile del suo aspetto.
"Come vuole."
L'uomo poggiò il bicchiere asciutto sul bancone, proprio davanti a lei.
"Cosa desidera, latte caldo?" scherzò ridacchiando divertito.
Lei lo fulminò con gli occhi.
Trasparenti come pioggia.
Inespressivi come il nulla.
"Jack Daniels." affermò secca.
"Oh, che gusti raffinati." commentò l'altro voltandosi verso la specchiera davanti a cui gli alcolici erano messi in bella mostra e comodamente a portata di mano.
Quando tornò voltato, tra le mani reggeva una bottiglia marrone dal liquido scuro che riversò nel bicchiere.
Lei lo osservò per qualche istante prima di muovere le dita diafane a stringerlo.
Ne fissò distrattamente i cerchi concentrici che si formavano ad ogni movimenti e poi lo portò alle labbra rosse, umettandole e lasciando che il liquore scivolasse in gola, bruciandola e scomparendo.
"Non è un po’ troppo giovane per bere, signorina?"
Alzò gli occhi al barista pronta per rifilargli una seconda malevola occhiata ma scoprì subito che non era stato lui a parlare. Stava invece trotterellando goffamente verso il fondo del bancone, mettendo in risalto la tonda pancia su cui il grembiule bianco e lercio si stringeva, troppo piccolo per la sua taglia.
Si voltò allora alla sua sinistra e, la prima cosa che incontrò, fu un sorriso.
Di sorrisi ne aveva visti tanti in vita sua, naturalmente. Visti e fatti.
Era un'esperta lei di quella roba.
Dolci, felici, arroganti, maliziosi, ingenui, tristi persino...
Ma aveva imparato che alla fine tutti erano soltanto falsi.
Sorrisi costruiti al momento.
Nient'altro.
Dunque anche quello che, per un attimo, lei considerò come Il Sorriso, non era altro che un sorriso tra tanti.
Luminoso, d'accordo. Caldo, va bene. Affascinante anche. Ma sarebbe stata in grado di emularlo come e quando le sarebbe parso.
E, comunque, in barba al suo sorriso, quel tipo l'aveva disturbata, per cui si limitò a fissarlo truce attendendo il momento in cui avrebbe distolto lo sguardo pentito delle sue parole affatto necessarie.
Non avvenne.
Occhi di zaffiro penetranti come schegge di ferro blu la guardarono tranquilli, prigionieri di una calma persino ultraterrena.
Corti capelli di un colore molto simile al viola incorniciavano un ovale dalla pelle rosea, e, un caldo dolcevita nero, copriva un corpo agile e scattante. Poteva avere persino trent'anni ma sicuramente non ne dimostrava più di venti, eppure qualcosa in lui diceva che non poteva essere così giovane.
E poi c'era quel sorriso ad incurvare le labbra sottili. A guardarlo bene però si notava che il labbro superiore era leggermente più storto di quello inferiore e, questo, faceva comparire una piccola fossetta all'angolo della bocca. Ma era un particolare alquanto trascurabile anche perché, solitamente, nessuno ci faceva mai caso. Troppo abbagliati dalla sua bellezza probabilmente.
Lei non fece altro che osservarlo. Poi, ad un tratto, lui le si avvicinò di colpo.
Si tirò indietro, imprecando a denti stretti per quel movimento inaspettato, allora il giovane rise allegramente.
"Dunque non ha perso la lingua,
mademoiselle." affermò utilizzando apposta quella parola finale. In francese.
"Non pensa che questi non siano affari suoi?"
Finalmente una frase un po’ più lunga delle altre che aveva appena bisbigliato.
Lui annuì. Semplicemente. Ma non per questo sembrò intenzionato a lasciar cadere il discorso.
"Non fa bene bere alla sua età." iniziò con tono paterno "Quanti anni avrà? Quindici? Sedici?"
Non vi fu risposta, sempre per la questione principale: Quelli non erano affari che lo riguardassero.
Eppure la testardaggine doveva essere il suo peggior difetto.
"Uhm.. no, forse diciassette, ma sicuramente non di più."
Irritante, non è vero?
Continuava a parlarle nonostante fosse diventato palese che lei non volesse aver nulla a che fare nè con lui nè con chicchessia.
"Si può sapere lei chi è?" domandò alla fine stizzita per tutta quella confidenza. Di certo non si accorse del lampo che attraversò le iridi zaffirine di lui.
Era Quella la domanda che attendeva.
Quella ed un'altra in realtà, ma poteva essere un buon inizio.
"Il mio nome non ha importanza, ma comprendo che avrà necessità di chiamarmi prima o poi e allora le servirà un nome come riferimento." affermò abbassando gli occhi all'ordinazione della ragazza di cui ormai rimaneva soltanto un bicchiere vuoto.
"Ordunque, mi chiami pure Jack Daniels."
Non gli balenò nemmeno per un attimo l'idea che forse lei non avrebbe mai voluto chiamarlo.
Non ci sarebbe stata occasione, necessità o quant'altro. Semplicemente lei lo avrebbe dimenticato il prima possibile.
A quel punto forse, però, non avrebbe dovuto iniziare a chiedergli chi fosse, per cui rimediò.
"Che cosa vuole da me?"
Apposta non usò il nome che lui gli aveva dato. Tanto era stato falso, no? Perché allora riempire la testa di dati inutili e fasulli.
"Finalmente. Pensavo non me lo chiedesse più."
Eccola.
La seconda Domanda, proprio con la "d" maiuscola.
"Allora risponda e non mi faccia perdere tempo inutilmente."
Forse a quel punto era tardi per fargli una richiesta del genere, di tempo ne aveva già perso parecchio.
"Come desidera, mademoiselle."
Ancora quella parola in francese inserita con il chiaro intento di sottolineare qualcosa.
Probabilmente il fatto che aveva compreso la provenienza della ragazza.
Francia.
Difficile comprenderlo invero. La sua pronuncia era impeccabile e nessun accento la tradiva.
Affatto.
Sembrava a tutti gli effetti una ragazza del posto: un'italiana per la precisione, strana a dire il vero, ma pur sempre un'italiana.
La fossetta all'angolo della bocca di lui si approfondì maggiormente quando, da sempre rimasto in piedi, si sedette su uno degli sgabelli al suo fianco ampliando il sorriso e avvicinando le labbra all'orecchio dell'interlocutrice.
La voce era diventata appena udibile, lei per prima faticò a sentirla quando Jack le sussurrò poche semplici informazioni.
"Sono qui con il compito di metterla in guardia, quelli che a Parigi la cercavano sono già venuti a conoscenza che e si è rifugiata qui a Milano."
Per un momento, dato il tono di voce, pensò di aver compreso male, ma lui continuò, senza preoccuparsi che lei lo seguisse o meno. Ne era convinto ma se così non fosse stato sarebbe stato peggio per lei.
"La nostra è un'organizzazione grande signorina, eppure non tutti le sono nemici. Si ricordi di questo."
Fu uno scatto repentino che la fece voltare con sguardo stupito.
"La Vostra organizzazione?"
Dunque aveva sentito.
Molto bene.
A quel punto Jack concluse che non c'era più bisogno di aggiungere altro.
Il messaggio era stato recepito.
Si rialzò stringendosi nell'elegante soprabito nero che scivolava fino a coprire gran parte delle gambe. Le concesse un elegante inchino e girò sui tacchi delle costose scarpe Giorgio Armani.
Soltanto un'ultima frase.
"Sappia che anche io e lei cerchiamo la stessa persona."
Infine si diresse, a lunghe ma lente falcate, verso il retro del locale scomparendo dalla piccola porticina scura che si mimetizzava con la carta da parati.
Avrebbe dovuto rincorrerlo, fermarlo e farsi spiegare per filo e per segno cosa intendeva con le sue parole.
Avrebbe dovuto fare qualcosa insomma...
Eppure scelse di rimanere seduta a fissare la sua schiena che veniva nascosta dalla porta richiusa alle sue spalle.
Ah, com'era strano il cervello umano. Il suo di certo lo era ancora di più, comunque il punto era un altro.
Lo avrebbe seguito, certo che lo avrebbe fatto, se solo gli uomini che seguivano lei e che l'avevano costretta ad entrare di corsa in quella bettola puzzolente, non l'avessero trovata proprio in quel momento.
"Merd!"
Che iniziasse a ricordare solo quella parola della sua lingua natia?
Si alzò in fretta lasciando cadere sul bancone pochi spicci per pagare la propria ordinazione mentre con lo sguardo ceruleo aveva notato, alla specchiera del bancone, dei movimenti sospetti dietro le proprie spalle, proprio dall'entrata da cui lei per prima aveva fatto capolino. Due uomini, uno dai capelli brizzolati e gli occhiali da sole calcati sul naso, sebbene fosse tarda sera, ed uno con un'espressione che non poteva non definire stupida, si guardavano in giro.
La cercavano, questo era chiaro.
Scivolando silenziosa verso il retro del locale anche lei scomparve dall'uscita ivi nascosta e corse velocemente sotto la pioggia battente, per le strade buie di Milano, lasciandosi alle spalle il Duomo e Via Torino in cui un tram arancione superava lentamente il semaforo verde.
Si confuse al di sotto dei pochi ombrelli dai colori spenti che riempivano i marciapiedi e poi scappò verso l'albergo che l'aveva ospitata per soli tre giorni.
Aveva pensato di potersi fermare più a lungo.
A quanto pare aveva pensato male.
Peccato, infondo era un bel posticino.
Ma un posto valeva l'altro per cui le bastarono dieci minuti per recuperare la propria roba e tornare nell'atrio a restituire la chiave della stanza. Non ascoltò nemmeno l'uomo alla reception quando gli urlò dietro che aveva pagato per un'intera settimana.
Fuggì prima.
Il poveretto lì che urlava al vento.
"Signorina Mikado! Signorina Mikado! Saiyuri!!!"
E lei ringraziò Dio per avergli rifilato un nome falso o, come minimo, metà Lombardia sarebbe stata sulle sue tracce.

 

JACK DANIELS END

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Alexis Kairi Souma & Cassandre Saiyuri Souma © Toy & Jemei