+†+Life
Simulator+†+
Note del capitolo:
Avete già capito che i
personaggi appartengono a me, in questo capitolo però fa il suo primo
ingresso una certa Fianna Hanabi sotto il © mio e di Ichigo Shirogane.
Step #03 †He, She and They†
"Mio Dio, così la perderemo! Non puoi
fare qualcosa?!?"
"Se potessi l'avrei già fatto non credi?"
"Sì ma così... morirà..."
"Non dire sciocchezze... Dobbiamo solo aspettare che Lui torni."
"Ma a quel punto sarà troppo tardi! Non ce la farà a resistere!"
"Senti, smettila di dirmi cosa devo fare, non sono io che comando!
Aspettiamo Christopher, chiaro? Oppure vuoi che ci licenzino tutti e
due?!?"
"N... No... certo che no… è che... è solo una bambina..."
"Non fare così, Cathrine... sono tutti bambini..."
"Sì ma... non è giusto..."
"Non lo è mai..."
Perché noi esseri umani siamo sempre così deboli...
E tutto finisce sempre troppo presto...
Non aveva smesso un minuto
di parlare, sembrava non aver fatto altro da quando era tornata.
Bloccati entrambi in quella schifosa stanzetta bianca, erano in piedi di
fronte alla piccola scrivania in legno di mogano da cui li fissava.
Lei a destra e lui a sinistra.
E *quello* davanti a loro.
Come era sempre stato.
Irritante pensarci ora, anche se sapeva che non poteva proprio farne a
meno. Era più forte di lui. Lo detestava. Porca miseria se lo detestava!
Peccato non potergli riempire il corpo di piombo, sarebbe stata proprio
una liberazione.
Ma poi?
Già. Poi?
Sarebbe crepato pure lui, e nel peggiore dei modi. Quella gente non
perdona.
Portò la mancina alla bocca nascondendo uno sbadiglio a tutto quel
parlare, noioso ed inutile a suo dire, necessario e importante a dire di
quello.
Che diavolo ci stava a fare ancora lì, si chiese. Doveva essere
masochista, oppure solo imbecille...
Oh cazzo, al diavolo! Aveva cose più importanti da sbrigare!
"Forse dovremmo accertarci che la fonte sia attendibile prima di buttarci
a pesce, mi spiacerebbe se mi accadesse ciò che è accaduto a Thomas..."
azzardò riportando la mano distesa lungo il fianco e tenendo fisso lo
sguardo sull'altro.
Vide una smorfia incurvare le labbra screpolate dell'uomo e le rughe sulla
fronte aumentarono di numero quando la aggrottò, con quell'impegno
eccessivo che metteva in ogni cosa. Impegno e tempo inutile. Era così
noioso stare lì a parlare con quell'uomo anziano e lento, che nessuno lo
faceva mai se non obbligati. E, comunque, non era solo un fattore di noia.
Si metteva in gioco la vita a parlare con quel vecchio. Altroché.
"Thomas... Thomas... Thomas..." ripeté con voce roca in una cantilena.
Cercava di ricordare a chi appartenesse quel nome, ma non sembrava
riuscirci, poi, improvvisamente, dietro le spesse lenti di un paio di
occhiali da vista ovali, gli occhietti nocciola si illuminarono come se
nuova vita fosse scorsa in quel corpo in decadimento.
Tutto di quell'uomo sembrava debole.
L'aspetto: un corpo piccolo e gracile,
che a volte trovavano incurvato e poggiato ad un bastone, ma molto più
spesso trovavano seduto con i gomiti sulla scrivania a sostenere
stancamente il busto. La voce: affaticata ed ansimante, apriva e chiudeva
la bocca secca in continuazione per ricercare ossigeno, il tono era calmo,
addormentato quasi ed estremamente basso, si faceva fatica a sentirlo e
seguire i suoi discorsi, ma questo era dovuto anche al fatto che molto
spesso dimenticava quello che stava dicendo e si ritrovava costretto a
riprendere da capo.
Sembrava un cadavere che cammina...
Eppure i suoi occhi erano ancora pieni
di vita come quando aveva vent'anni.
Occhi dal taglio stretto, piccoli e crudeli, con una scintilla di follia
che, diceva, non guastava mai in un uomo di scienza.
"Thomas... Non è forse quel giovanotto tornato da noi con il corpo
completamente ustionato?" domandò infine, alzando il capo per guardar
meglio il suo interlocutore.
*Con il corpo completamente ustionato? Vorrai dire che era ormai ridotto
ad un mucchietto di cenere.* fu il suo pensiero mentre annuiva mestamente.
"Uhm... Capisco."
Certo che capiva, eppure non tornò mai sulla propria decisione e gli
occhietti nocciola tornarono a guardare la giovane rossina sulla destra
che si era fermata di colpo quando l'altro l'aveva interrotta.
"Prosegua pure, signorina...?" si bloccò aggrottando nuovamente la fronte,
temporeggiando, in attesa di un suggerimento.
"Hanabi." fece lei abbozzandogli un sorriso. Piuttosto forzato invero, ma
non c'era da stupirsene.
"Giusto. Prosegua pure signorina Hanabi."
La giovane annuì spostando con un elegante movimento della mano una ciocca
di rossi capelli dietro la schiena, alcuni ciuffi ricaddero morbidamente
lungo le spalle a cospargere di filamenti sanguigni l'elegante tailleur di
cotone. Il completo, di uno scuro rosa incarnato, era formato da una
giacca corta, che lasciava scoperto l'ombelico e si allacciava con una
lampo laterale, mentre, i pinocchietti a vita bassa fasciavano stretti le
lunghe gambe mettendo in risalto gli stivali di una sfumatura più scura
che si arrampicavano fin quasi al ginocchio e terminavano in una punta
leggermente arrotondata. Lacci di un chiaro marroncino si incrociavano per
tutta la loro lunghezza e il tacco arrivava ai quattro centimetri.
Fece mente locale per ricordare fin dove era arrivata con il suo rapporto
e riprese dall'ultimo punto, quello che riguardava anche il compagno, il
giovane che le stava di fianco.
"Ci è stato detto che per sbloccare il Sigillo saremo obbligati a riunire
i Sette. Fin'ora ne abbiamo contati cinque in mano nostra, uno di loro è
però già stato contattato ed un altro verrà presto indirizzato da noi."
concluse celermente spiando di sottecchi il volto inespressivo del ragazzo
alla sua sinistra.
Inespressivo forse era una parola eccessiva se riferita a lui, ma più o
meno bastava per descriverlo.
"Capisco. Dunque è così..." affermò il vecchio accarezzandosi con calma il
mento ruvido.
"Allora non ci resta che costringere *lei* a parlare."
Lo sguardo smeraldino di Hanabi puntò fissamente negli occhietti nocciola
dell'uomo.
"Ma signore..."
Si zittì immediatamente quando qualcosa di molto simile ad una smorfia
incurvò le labbra di lui.
"Nulla, mi scusi..."
Meglio tacere.
La mano dell'uomo si mosse per congedarli e finalmente i due poterono
uscire da quella stanzetta in cui l'odore di disinfettante era
asfissiante.
Il giovane tirò un sospiro di sollievo quando la porta si chiuse con loro
fuori.
Era sempre di buon umore quando il vecchio li lasciava andare. Ottimo
anzi.
Lei invece iniziò a camminare nervosamente per i corridoi del piano,
mordendosi il labbro inferiore e continuando a torturarsi le mani adornate
da un solo piccolo anello dorato.
"Uff, Fianna, calmati, così fai diventare nervoso anche me."
Si bloccò di colpo volgendo lo sguardo al ragazzo.
"Forse dovresti esserlo davvero!" esclamò pestando con forza lo stivale
sul pavimento speculare.
"Uhm... Mi sa che hai ragione." ed una grassa risata fu il seguito della
sua frase mentre Fianna Hanabi si tratteneva a stento dall'istinto di
saltargli con le mani al collo e strangolarlo seduta stante.
Non avvenne nulla di tutto ciò, naturalmente, ma solo perché la giovane
era in svantaggio: più bassa di lui di un'abbondante quindicina di
centimetri.
"Scherzi a parte, non dovresti farti troppi problemi per il Sigillo. E'
molto probabile che *lei* ci lascerà prima di rivelarci la sua precisa
ubicazione." continuò lui terminando in un triste sospiro.
"E' proprio questo che mi fa rabbia..."
Un sospiro più pesante degli altri dalle labbra rosse.
E il viso delicato si alzava ad incontrare gli occhi dell'altro. L'occhio,
anzi. Uno solo. Perché il secondo lo aveva perso tanto tempo fa.
"E poi, se penso che poteva accadere a me..."
Rabbrividii, trovandosi a stringersi nelle spalle in quello che fu un
riflesso condizionato.
"Abbiamo già discusso su questo punto, Fianna. Smetti di darti pena, quel
che stato è stato."
Lunghe dita fredde si posarono sulla guancia della ragazza mentre un
sorriso rassicurante risplendeva sul volto di lui. Caldo. Dolce.
"Su da brava, fammi vedere il tuo bel faccino sorridente, lo sai che ti
amo di più quando lo fai!"
Lei sospirò ancora. Questa volta però sembrava anche sorridere mentre lo
superava per portarsi agli ascensori, ma le labbra non si incurvarono mai
più di tanto, piuttosto si smossero per affermare distrattamente: "Certo,
certo, allora sarà meglio fingere di non sapere che tu sia gay."
"Oh, accidenti, così si infanga il mio onore!"
Schioccò le dita mostrando un'espressione affranta ed asciugandosi una
lacrima che non c'era all'angolo dell'occhio destro.
Fece poi spallucce passando una mano tra i capelli e fermandosi prima di
lei.
"Vabbè, a questo punto ci vediamo più tardi."
Fianna si voltò poco prima che l'ascensore giungesse al piano e le porte
automatiche di metallo bianco si aprissero.
"Ma dove vai, non vieni con me da Jack? Tornerà a momenti."
"Naturalmente..." fece una pausa sorridendo con espressione di chi la
sapeva lunga "…Vado dal *mio* amante."
E lei scuoteva la testa entrando nella cabina dell'ascensore senza più
degnarlo nemmeno di uno sguardo, voltandosi addirittura per dargli le
spalle.
In volo su un aereo di linea diretto a Chicago, un giovane uomo sorrideva
posando lo sguardo zaffirino al di fuori del vetro, rispecchiando nelle
iridi cristalline il panorama che gli si presentava: un unico colore
spruzzato su una tela divenuta cielo. Un blu che andava inscurendosi
ancora di più fino a ricolorarsi lentamente di nero, facendo giungere la
notte.
"Mister Daniels, desiderate qualcosa?" domandò cordialmente una delle
hostess, chinandosi appena su di lui, sostenendosi con una mano al suo
sedile.
Alzò lo sguardo sorridendole.
"No, thank you."
Lei annuì e proseguì più avanti, saltando tutti gli altri passeggeri come
se di loro non le fosse importato nulla.
Così era infatti.
Perché lui era un'eccezione.
Perché lui era speciale e come tale doveva essere trattato.
L'indice affusolato si spostò alle labbra accarezzandole lento mentre il
pensiero correva quasi per caso alla conoscenza che aveva fatto la sera
prima, sempre se conoscenza si sarebbe potuta chiamare.
"Saiyuri Mikado..." mormorò con voce sottile. Inudibile.
"Sarà il caso che ne parli anche ad Angie."
Le labbra rosee si piegarono maggiormente quando pronunciò quel nome -o
soprannome- in un tono estremamente più dolce.
Chiuse gli occhi, poggiandosi completamente allo schienale per lasciare
che il sonno lo rapisse durante le due ultime ore di volo.
Il respiro rallentava. Pian piano. Calmo. Regolare.
E i sogni gli tennero compagnia fino al suo arrivo all’aeroporto.
†HE,
SHE AND THEY