+†+Life
Simulator+†+
Note del capitolo:
Mhm… sto chappo non è venuto un granchè
e, per di più, è pure più lunghetto rispetto agli altri. Volevo tagliarlo
in due parte, ma visto che non ne ho avuto voglia lo tengo così, tanto non
cambia molto XD!
Step#04 †Chain Reaction†
Era come se quel giorno le guide
turistiche avessero deciso di darsi tutte appuntamento alla stessa ora
alla settecentesca Fontana di Trevi.
Parole imparate a memoria urlate in inglese, francese, tedesco e
giapponese fendevano l'aria insieme ai borbottii di turisti e ai flash
delle loro macchine fotografiche, bambini delle elementari e ragazzi delle
scuole medie schiamazzanti come oche in un cortile, ragazze che davano le
spalle alla splendida struttura, connubio di classicismo e barocco,
lanciando alle spalle una monetina insieme al loro desiderio di tornare e
giovani madri che portavano a spasso i loro pargoli ed i loro cagnolini
rimpiangendo di non aver un guinzaglio adatto anche per i figli.
In mezzo a tanta gente lei si confondeva leccando un enorme cono gelato
comprato da poco.
Sbuffò annoiata e accaldata, imprecando mentalmente contro quel tempo
balordo che, se nemmeno una sera prima l'aveva sommersa con tanta di
quella pioggia a Milano, ora, nel centro di Roma la uccideva con i suoi 20
gradi all'ombra.
Che razza di tempo!
Seduta sulla vasca in marmo dava le spalle alle imponenti statue stuccate
di bianco ed osservava stancamente le persone che le capitavano davanti,
parlottando tra loro, camminando celermente o strascicando le comode
scarpe da passeggio. Si soffermò ad osservarne un paio in particolare.
Un ragazzo dagli scompigliati capelli castani trascinava a forza una
bambina di non più di undici o dodici anni.
Poveretto, si vedeva lontano un miglio che stava compiendo la fatica più
grande di tutta la sua vita: la tirava per una mano insistendo perchè
iniziasse finalmente a camminare con le sue gambe e lei, invece, impuntava
le scarpe in tela verde in terra e scuoteva il capo vigorosamente senza
alcuna intenzione di muoversi da lì.
La giovane sorrise a quello spettacolo. Non se ne rese nemmeno conto, le
labbra rosse si mossero da sole ad incurvarsi e gli occhi bigi vennero
accarezzati dalla malinconia dei ricordi rivedendo, per un attimo, lei e
suo fratello, camminare mano per mano, per le vie di Parigi, quando erano
bambini.
Quanto tempo era passato.
Ormai non erano più bambini.
Ormai non erano nemmeno più fratello e sorella...
Si morse un labbro a questi ricordi. Sciocchi, soprattutto perchè si era
ripromessa di non crucciarsi più per una cosa del genere. Piangersi
addosso era inutile e stupido!
Lasciò che lo sguardo di cristallo trasparente vagasse annoiato per la
piazza, colpito subitamente da filami di luna che si mischiavano con fili
dorati incorniciando un viso roseo.
Ne udì anche la voce ma non subito capì quello che stava dicendo. Urlava,
questo era chiaro, ma cosa urlasse non lo avrebbe saputo dire. Era troppo
impegnata a studiare la sua figura.
I capelli erano corti e lisci, l'ovale aveva dei lineamenti morbidi ma
decisamente maschili e le labbra erano coperte da lunghe dita affusolate
disposte a cono, per aumentare il volume delle proprie urla.
Per un unico colpevole istante gli occhi di lei l'avevano ingannata
soffermandosi su quella chioma d'argento e oro... per un momento era stato
come rivedere suo fratello.
Scosse il capo e solo allora la voce del ragazzo giunse anche ai suoi
timpani, sovrastando la folla.
"Signorina Ambra!!! Signorina Giada! Dove siete?" urlava disperato per la
perdita di tali Agata e Anna.
Lei si lasciò sfuggire una sbuffata divertita.
Quasi sicuramente il giovane avrebbe continuato a cercarle per ore.
Fece spallucce, la cosa infondo non la riguardava, e tornò al proprio
gelato che ormai le era venuto a noia. Lo fissò, stanca di tutta quella
crema che colava sul cono rischiando di sporcarle le candide mani simile a
neve e scoprì che altri occhietti curiosi lo guardavano insieme a lei.
Due bambole identiche sorridevano in piedi di fronte a lei.
Vestitini vaporosi coprivano i loro corpicini e grandi occhi luminosi la
guardavano.
Ma non erano bambole.
Erano due bimbe.
Identiche, se non fosse che i capelli di una erano del color delle
nocciole e quelli dell'altra avevano il colore del granturco. Eppure si
somigliavano come due gocce d'acqua.
Graziosi e morbidi boccoli colavano come una cascata liquida sulle
spalline di vestitini uguali, pieni di pizzi e merletti, trine e
fiocchetti. Ingombranti ma deliziosi, di un bianco cangiante e di un rosa
caramellato che si incrociavano sul busto e cadevano sulle gonnelline
vaporose.
Ma c'era dell'altro a differenziarle.
Gli occhi.
Identici nella loro espressione. Uguali nella loro forma, tondi e grandi,
luminosi e innocenti.
Eppure le iridi erano di un forte color smeraldo nella bambina dai capelli
biondi e di un bel color ambrato in quella dai capelli castani.
Ambra e Giada.
Bizzarro accostamento di nomi e colori.
Perchè quelli erano i loro nomi.
E lei ricambiò i loro sguardi curiosi, sbattendo le palpebre in segno di
attesa. Non gradiva la compagnia di sconosciuti, sebbene non fossero che
bambine.
Le due piccole sorrisero. Boccucce di rosso dipinto su visi di bambole.
Molto simili al suo.
"Perchè non lo mangi più..."
"...il tuo gelato?"
Le vocette delle due bimbe si erano sovrapposta l'una all'altra
completandosi la frase a vicenda, come se a parlare fosse stata una
soltanto.
"Non mi va." rispose lei scostando con un gesto della mano una ciocca di
filami d'argento.
"Ah." iniziò la prima.
"E che cosa stai..."
"...facendo qui seduta..."
"...da sola?"
Domandarono ancora, parlando come se quel loro passarsi la parola fosse
programmato ma, tuttavia, facendolo apparire così spontaneo.
"Aspetto." disse semplicemente, con tono che risultò atono rispetto alle
vocette acute delle più piccole.
"E cosa..."
"...stai aspettando?"
Le loro domande iniziavano ad infastidirla.
Alzò le iridi di pioggia incolore verso il fondo della piazza, dove poco
prima un ragazzo urlava il nome di pietre preziose e bambine curiose,
cercando la Signorina Giada e la Signorina Ambra.
Era ancora lì.
Lo vide e lo sentì urlare ancora il loro nome.
"Come vi chiamate piccole?" domandò quindi, sebbene già avesse intuito il
loro nome.
"Giada."
"Ambra."
Per l'appunto.
"Allora perchè non tornate da quel ragazzo, sembra sia in pensiero per
voi." seguitò a dire indicando verso il giovane.
Le due piccole risero coprendo le boccucce con le manine rosa, facendo
frusciare i vestitini identici e avvicinandosi ancora di più l'una
all'altra. Sembravano potersi fondere.
Che strane bambole.
Bambole che in realtà erano bimbe... o bimbe che in realtà erano bambole.
Bizzarre comunque.
Dall'aspetto delicato e birichino, come quella loro risatina cristallina.
"Lui non deve trovarci. Noi..."
"...stiamo giocando."
"Giocando?" chiese la più grande inarcando il sopracciglio.
"Sì, noi giochiamo a..."
"...nascondino con te!"
Lei scosse il capo e raggi di luna si sparpagliarono sulle sue spalle,
leccandole lascivamente e irradiandone la pelle candida.
"Io non ho tempo di giocare con voi."
Nè voglia.
Nè alcuna intenzione.
Ma le due bimbe finsero di non capire, reclinando le testoline di lato e
sbattendo le palpebre per far risaltare maggiormente gli occhioni di giada
e ambra, oro e smeraldo.
"Ma tu devi..."
"...signorina Mikado."
Silenzio.
Le aveva sentite parlare, pronunciare il suo nome, con vocette divertite e
sbarazzine.
Eppure le loro boccucce di rosa non si erano mai mosse.
Illusione?
Che se lo fosse immaginata?
"Come mi avete chiamata?" indagò, lo sguardo d'argento divenuto freddo
metallo bigio, la voce tagliente come pugnali.
Le due bambine sorrisero come bambole, schiudendo le boccucce per parlare,
ma la voce non uscì più da quelle gole sottili e sulle loro spalle si
posarono mani bianche e forti dalle lunghe dita coperte da guanti
altrettanto bianchi.
"Trovate!" esclamò il possessore di quei guanti "E, per favore, non
scappate più."
Iridi in cui il sole cresceva e si eclissava vagarono sulle figurine delle
due bimbe guardandole con aria di rimprovero e specchiando in quegli occhi
dorati le loro immagini identiche.
Sorrise soddisfatto, ma palesemente stanco a causa della stenuante
ricerca.
Poi le iridi si spostarono lentamente sulla ragazza insieme a loro.
"Spero non l'abbiano importunata troppo, signorina Mikado."
Di nuovo quel nome. Il suo. Pronunciato da labbra sconosciute.
"Chi siete voi?" fu come se il suo fosse stato il sibilo di un serpente
pronto ad attaccare.
Il giovane sorrise.
Un sorriso diverso e opposto a quello che invece le mostrarono le due
bambine.
Soddisfatto. Malizioso. Persino arrogante.
E lei capì che Giada e Ambra avevano ragione. Stavano giocando con lei a
nascondino ed ora... chi la cercava l'aveva trovata!
Maledizione.
Aveva faticato tanto a scappare e a far perder le sue tracce a chi la
seguiva ed ora erano bastate due bimbette per ritrovarla.
Maledizione.
"Che cosa volete da me?"
Iniziava a divenir monotona quella domanda, che aveva posto a chiunque
l'avesse avvicinata con uno scopo ben preciso.
Il giovane temporeggiò nel darle la domanda e lei ne approfittò per
osservarlo nella sua interezza.
Bianchi pantaloni a vita bassa fasciavano le gambe avvolgendole maliziose
con la loro stoffa ruvida e lasciando intravedere il tatuaggio che
spiccava sull'inguine. Un numero romano. XIII. Il tredici.
Inarcò il sopracciglio a quel numero, ben conscia del suo significato
perchè nessuno meglio di lei poteva conoscerlo.
Il numero della sfortuna.
Il tredicesimo tarocco.
...La morte...
"Noi vogliamo semplicemente avvertirla che suo fratello si trova a Tokyo."
Sbarrò gli occhi a quell'affermazione pronunciato con la massima calma.
"Ma non per molto..."
Che ne sapevano loro di suo fratello?
Come osavano nominarlo con tanta semplicità?
Si alzò lasciando pure che il cono gelato cadesse dalle sue mani rovinando
in terra.
Le iridi di pioggia bigia si erano ridotte a due strette feritoie che
puntavano voraci sul ragazzo e che sembravano ferirne le morbide carni del
volto.
Lui indietreggiò a quello sguardo, deglutì mentre l'aria si caricava di
elettricità statica e il vento sferzava i loro visi, insinuandosi al di
sotto dei vestiti, lasciando che i brividi invadessero la sua schiena.
Perchè i brividi erano solo per il vento, giusto?
Oppure...
Oppure erano quegli occhi di bambola a provocarli?
Occhi d'argento che andavano schiarendo il loro colore fino a divenire
trasparenti come acqua di fonte, fino a divenire specchi che riflettevano
immagini senza apparente senso compiuto, interrompendo il loro scorrere
con flash bianchi e visi deformi.
Occhi che davano vita alla paura, dandole forma, colore e odore. Dandole
voce.
E lui li fissava senza la il potere di distogliere lo sguardo, affogando
in quell'acqua trasparente che li formava finchè dita piccole e calde non
scivolarono nelle sue e fu come se l'incantesimo si rompesse.
Tornò tutto come prima.
Forse, anzi, non era mai cambiato nulla, nemmeno nello sguardo di Saiyuri
Mikado.
Lui rise stringendo le manine di Giada e Ambra.
"Non dovrebbe usare il suo potere con tanta leggerezza, signorina Mikado."
affermò ponderando bene le parole.
"Che cosa sapete voi di mio fratello?"
Voce d'oltretomba mesciata al canto di sirene.
"Il mio compito è quello di portarla da lui. Nient'altro."
"Non ti credo."
E faceva bene.
"Non ha importanza."
Ma non aveva altra scelta.
"Chi siete?" aveva già posto questa domanda, ma non avrebbe preso alcuna
decisione se prima non avesse ricevuto risposta.
Il giovane sospirò abbassando lo sguardo verso le due bambine che non
avevano tolto dalle boccucce quei sorrisi dipinti e le vide annuire con
movimenti esagerati delle testoline. Aveva ricevuto il permesso di
parlare... come se fossero state loro a comandare. Che cosa bizzarra.
"Conosci già Giada e Ambra, vero? Il mio nome è Caith, Caith Vision. Noi
siamo..." sorrise schiudendo la bocca per proseguire una frase che suonò
come una beffa "...le bambole della Tredicesima Ora."
Mamma Oca dell'ora tredicesima,
persa in un labirinto del tempo, la porta non si apre più.
E mai nessuno se ne accorgerà.
La Tokyo Tower svettava verso il cielo come una freccia, con la probabile
intenzione di conficcarsi nella volta celeste. Chissà cosa sarebbe colato
da quella ferita, forse pioggia profumata di sangue, forse stelle dorate o
catrame bollente.
Impossibile saperlo.
Lo sguardo smeraldino di Angel era fisso in quello bigio di Kairi e i due
ragazzi combattevano una guerra silenziosa in cui il perdente sarebbe
stato chi per primo avrebbe abbassato gli occhi.
Non li abbassò nessuno dei due.
Ma il giovane biondo iniziò a parlare, stanco del tempo che passava
intorno a loro senza che potessero fare qualcosa per impedirlo.
"Non vuoi sapere come conosco il tuo nome?" domandò quindi con una
tranquillità che, in quella situazione, risultò irritante.
"No."
La risposta dell'altro.
Meno calma, ma altrettanto decisa.
"Il mio compito è quello di proteggerti." continuò Angel, per nulla
intimorito dal tono che aveva usato Kairi e dal suo sguardo che sembrò
incendiarsi per l'irritazione.
"Non ho bisogno di angioletti custodi, so badare perfettamente a me
stesso." lo aveva ringhiato a denti stretti, irato dalle sciocchezze che
il biondino andava blaterando.
Ma non ci fu il tempo di ribattere alla sua frase perchè *qualcosa* si
manifestò alle loro spalle, enorme e feroce, berciando parole in una
lingua ormai perduta e cozzando un enorme scudo di bronzo contro una spada
del medesimo materiale.
"Ma che diav...?" Kairi non fece nemmeno in tempo a terminare la domanda
che l'essere scagliò un fendente contro di lui, guardandolo scattare verso
il lato e schivare per un soffio il colpo.
"Ci hanno trovato." commentò invece Angel.
"Chi ci ha trovato?"
"Ora non importa."
I due si fissarono.
Un solo secondo, prima di schivare il secondo colpo di un essere grande il
doppio di loro.
Uno strano essere.
Non poteva essere umano, eppure non poteva essere nient'altro.
La struttura fisica era quella di un uomo di una trentina d'anni, grosso,
molto grosso, coperto da un'armatura di un rosso opaco e da un elmo che
nascondeva gran parte del suo viso, impossibile però non notare il
profondo squarcio che si apriva sulla sua fronte.
Nessuno poteva sopravvivere con una ferita del genere.
Il colore della pelle era scuro. Il colore della terra e persino l'odore
sembrava quello.
Terra bagnata e marcita sotto ai piedi...
Odore di cadavere...
Kairi storse il naso, disgustato da quella vista e indietreggiò avvicinato
da Angel che si frappose tra lui e l'uomo.
"Allontanati da qui, è pericoloso." affermò il biondino.
"Ti ho appena detto che non ho bisogno del tuo aiuto o sbaglio?"
L'altro non lo ascoltò, anzi, forse proprio per quello che udì il vento di
Tokyo si ammassò tutto in quel piano della Tower turbinando e vorticando
su sè stesso, premendo dal basso verso l'alto e gettandosi con violenza
contro Kairi e contro l'uomo, gettando il primo verso la parete più
lontana e il secondo al di fuori delle travi che costituivano l'immensa
struttura. Fuori, sbattendo contro i vetri e mandandoli in frantumi mentre
precipitava nel vuoto.
Soltanto allora il vento parve calmarsi, ma i sensi di Angel erano ancora
in allerta.
Giustamente.
Qualcuno non aveva smesso di spiarli.
Occhi rossi come il sangue e capelli ardenti come fiamme d'Inferno su di
un ragazzo di venti o ventun'anni.
E avanzava uscendo dall'ascensore che aveva annunciato il suo arrivo con
un "ding".
"Non mi piace chi fa del male ai miei amici." affermò puntando le iridi in
quelle smeraldine di Angel.
"E' una cosa che trovo davvero irritante."
Detto ciò il terreno sembro ribollire e da esso si alzò una nebbia grigia
e densa, insieme ad un nauseante puzzo di morte...
Un braccio. Due. Una testa che penzolava da un corpo storto e deforme. Un
secondo corpo. Gambe rinsecchite e occhi dalle orbite vuote.
Ecco cosa uscì da quella nebbia.
Zombie.
"Spero che con questi andrai d'accordo." mormorò il nuovo figuro ed una
risata sfuggì dalle sue labbra mentre tirava indietro il capo, divertito
alla vista di quei corpi senza volontà che avanzavano oscillando da una
parte all'altra verso il biondino.
La voce della speaker all'aeroporto era monotona e metallizzata.
Aveva annunciato il ritardo dell'ennesimo aereo e qualcuno imprecò
maledicendosi per aver scelto proprio quel giorno per partire e andare
chissà dove.
Lunghi capelli rossi erano tenuti stretti in una coda alta sulla nuca e la
mancina continuava ad arrotolarne una ciocca con fare distratto.
Affianco a lei un giovane dall'aria assonnata sedeva in uno dei posti
della sala d'attesa.
Occhiali da sole dalla forma triangolare celavano lo sguardo e capelli tra
il magenta e il bordeaux sparavano in aria con le loro punte affilate,
ingellati per bene.
Le mani non avevano smesso un attimo di giocare con una scatoletta
d'argento sulla quale era in rilievo un particolare disegno, nascosto in
parte dalle sue dita.
L'apriva, ne guardava la fiammella tremolante, e la richiudeva con uno
scatto.
Un accendino.
Mosse il capo quando una figura maschile comparve sul corridoio che
entrambi stavano controllando.
"E' lui?" domandò alla ragazza in sua compagnia.
"Sì."
Attesero che l'altro si avvicinasse maggiormente a loro e solo allora un
sorriso cordiale si manifestò abbellendo il viso dell'ultimo arrivato.
"Ben tornato Jack." annunciò la giovane ricambiando il sorriso.
"Thank you, Fianna."
Jack si tolse i guanti,
liberando una mano dalle lunghe dita da pianista che porse verso il
rossino.
"Tu devi essere il nuovo Symbol di cui Fianna mi ha parlato."
L'altro fissò la mano e poi il volto cordiale di Jack Daniels, annuendo
senza alcuna particolare espressione.
"Il mio nome è Allen."
Gli strinse la mano e per un evanescente istante una strana sensazione si
fece largo in lui.
Fu come galleggiare in un mare che lentamente andava ghiacciandosi.
Jack ritrasse la mano. Si voltò indicando ad Allen e Fianna di seguirlo e
si avviò per uscire dall'aeroporto mentre la lingua passava sulle labbra
umettandole lentamente.
"Ormai è tardi per tornare indietro... La Reazione a catena è già
cominciata."
†CHAIN
REACTION†