+†+Ten
years plus. Nothing really changed+†+
Non aveva mai sopportato troppo le cravatte.
Il completo nero, quello elegante rigorosamente fabbricato in Italia, non
gli dava noia più di tanto: camicia bianca di cui i primi due bottoni
erano eternamente slacciati dalle asole mostrando la pelle del collo e
parte delle scapole a cui una catenina dorata si poggiava in un doppio
giro, pantaloni neri che terminavano su un paio di costose America's Cup
dal taglio sportivo reso più ricercato grazie all'uso di pelle lucida
mesciata al nylon e la giacca chiusa con un bottone solo all'altezza del
torace, facendo ricadere le due estremità lungo le gambe scattanti. Il
tutto firmato Prada.
Alzò le braccia verso l'alto per poi riabbassarle in un movimento
circolare e gettar fuori l'aria dai polmoni, così per almeno tre o quattro
volte finché un sorriso soddisfatto non incurvò le labbra. Soltanto allora
iridi di un colore ambrato vennero irradiate dalla luce del sole e
ricamate da sfumature dorate che allegre danzarono nello sguardo posato
all'orologio.
"Oh-oh."
Già.
Oh-oh.
Non disse altro, si lasciò sfuggire soltanto una risata prima di chinare
il busto in avanti, piegare le gambe e scattare in una corsa veloce,
lasciandosi alle spalle i portoni chiusi di un doujo e la via che portava
a casa sua, quindi dritto divorando la strada, con la mano destra stretta
intorno all'impugnatura di una mazza da baseball che pendeva sul fianco,
agganciata alla cintura come se si fosse trattato di una spada. Nulla di
più vicino alla realtà.
Sorrise quando un gruppetto di bambini sollevarono la loro testolina dal
campo e dalle basi conquistate su cui stavano giocando per alzare le
braccia e salutarlo a gran voce: "Take-chan! La prossima volta devi
giocare con noi!!!"
Sorrise quando una coppia di anziani occupata in una partita a mahjong sui
tavoli esterni di un bar chinarono il capo al suo passaggio.
Sorrise quando la folla che da sempre si formava davanti all'emporio nei
giorni di saldi si diradò per lasciarlo passare, sistemandosi in due file
ai fianchi della strada, mostrandogli profondi inchini e salutandolo con
rispetto.
E sorrise anche quando la solita vecchietta che da anni vendeva la frutta
e non aveva alcuna intenzione di andarsene in pensione gli regalò, come
ogni giorno da che ricordasse, le sue mille raccomandazioni: "Mi
raccomando, figliolo, state attenti e non fatevi male. Soprattutto quello
sbadatone, anche se ora è diventato importante non vuol dire che debba
trascurare la sua salute, no, niente affatto. Anzi, ecco, mio caro, porta
con te questi, li ho appena raccolti dal mio orto, non saranno come quelli
siciliani ma vi faranno bene ugualmente."
Anziana o no aveva sempre un sacchetto di mandarini da regalare ai
ragazzi e quando lo lanciò in aria con le sue deboli, lui rallentò
soltanto di poco la sua corsa, stendendo il braccio sinistro di lato,
aprendo la mano ed afferrando al volo il sacchetto.
"Ahahah, thank you, obaasan!"
E quindi via, verso la casabase, più veloce di una saetta.
"Quell'idiota! In ritardo come sempre, ma come diavolo osa?"
Andava avanti e indietro da due minuti e mezzo eppure era come se lo
facesse da un'abbondante ora.
Sbuffava in continuazione, a dire il vero non aveva smesso di farlo da che
era arrivato, quella mattina all'alba, presentandosi in largo anticipo
davanti alle porte della base e ringhiando come suo solito contro il
postino che -chissà come- riusciva sempre a batterlo sul tempo e giungere
prima di lui.
"Dannato, lo so che quello in realtà è una spia dei Cavallone! Vuole
scoprire il modo per eludere la nostra sorveglianza e rapire il nostro
boss! Ma non glielo permetterò, io, Hayato Gokudera, braccio destro di
Judaime, giuro sul mio onore che non permetterò a quel bastardo di
portarmelo via!!!"
Una delle sue solite frasi, ormai nessuno vi faceva caso più di tanto,
persino il postino, dapprima terrorizzato dallo sguardo del giovane in cui
la furia ribolliva scintillando in smeraldi gemelli, aveva capito che
bastava lasciar la posta in un ordinato mucchietto sul marciapiedi e poi
scappar via cercando rifugio nel quartiere seguente.
Quindi si ricominciava da capo. Hayato sbuffava, con le braccia incrociate
al petto e gli altri cercavan di trattenersi dall'impulso di ridacchiare
divertiti e scuoter la testa.
Si fermò di colpo, sbattendo con forza il tacco di eleganti scarpe
sull'asfalto.
Giorgio Armani.
Così come il resto degli abiti: giacca scura totalmente sbottonata,
pantaloni scuri, cintura dalla fibbia d'argento, cravatta nera ed
ovviamente una camicia di un colore bordeaux che dava risalto alla sua
pelle chiara e a capelli che ricadevano indisciplinati fino alle spalle,
in tanti piccoli aghi di seta argentata. Da sempre gli avevano dato un
aspetto ribelle, con quel suo sguardo da teppista, la sigaretta sempre in
bocca e le frasi che non conoscevano mezzi termini o buone maniere se non
erano rivolte ad una persona soltanto.
Il boss.
Proprio di lui ricominciò a parlare, perchè non aveva altro argomento e
perchè lo sapevano tutti nella Famiglia che lui era il più devoto e
l'unico adatto ad essere il suo braccio destro. Blablabla. Era questo che
solitamente seguiva tale tiritera ripetuta fino alla noia ed ormai
conosciuta a memoria da ogni membro dei Vongola.
"Povero Judaime, costretto ad aspettare un tizio così idiota che non sa
neppure degnarsi di essere puntuale una volta tanto! Ohoo, il nostro
Judaime non si merità un inetto del genere! Ci penserò io a punirlo come
si deve!"
"Non stai parlando di me, vero?"
Giungeva sempre nello stesso momento: quando Hayato aveva iniziato una
serie più o meno lunga di minacce contro la sua persona e poi eccola,
quella voce squillante, quel sorriso allegro e quegli occhi vivaci.
Il tipico bravo ragazzo che mandava sui nervi il tipico teppistello.
Se solo ancora avessero dovuto frequentare il liceo e se solo avessero
avuto dieci anni di meno.
Tutto il contrario invece, erano esattamente passati dieci anni da quei
giorni in cui, tra i banchi di scuola o meno, litigavano per diventare
subordinati della famiglia. Avevano smesso da un pezzo di "giocare" al
mafioso e sulle dita di entrambi brillava l'anello dei Vongola.
"Ohayou gozaimasu, Yamamoto-sama!" lo salutarono gli uomini disposti
davanti all'entrata della tenuta.
"Ohayou, minna-san." pronunciò con tono sempiternamente cordiale,
mostrando un sorriso che ingentiliva il suo volto ormai non più di
ragazzino. Lineamenti più marcati dell'ovale del viso, rovinati appena da
una cicatrice al mento che, nonostante tutto, non lo privava della sua
bellezza gioviale.
Takeshi Yamamoto. Sebbene non fosse il più attraente degli uomini, -ruolo
che meglio si addiceva ad uno come Kyoya Hibari- possedeva comunque un
fascino magnetico e carismatico che ancora si portava dietro dai tempi
delle medie, quando orde di ragazzine adoranti si ammassavano davanti alla
classe per ammirarlo o ai lati del campo da baseball per osannare il loro
eroe.
"Teme! Come osi presentarti qui con quella faccia da schiaffi?!?"
"Hayato, non dovresti sprecare tutta questa energia sgridandomi di prima
mattina." commentò lui, con una calma che rasentava l'ultraterreno. Mai
una volta che si arrabbiasse, mai una volta che perdesse le staffe. Alle
volte risultava così irritante che Hayato non riusciva proprio a
capacitarsi di non avergli ancora infilato una bomba nel letto.
"Ma se sono le due passate!!! E comunque quante volte ti ho detto di non
chiamarmi Hatyato?! Tu devi chiamarmi Signor Gokuera!" gracchiò ad
alta voce, calcando sull'esatta pronuncia italiana di "signor",
ricercandola tra i ricordi della lingua imparata nel suo soggiorno in
Italia.
"Le due?" volutamente ignorò il dire dell'altro riguardo il nome, alzò gli
occhi al cielo, come se il cielo stesso potesse rispondere a quella sua
domanda retorica, quindi fece spallucce "Oh beh, vorrà dire che questi
mandarini li mangeremo come merenda."
Infilò una mano nel sacchetto e li lanciò agli uomini di guardia.
"Non ti salverà questo dal tuo ritardo."
"Tranquillo Hayato, ce n'è anche per te, tieni."
"E smettila di chiamarmi per nome!"
"E perchè no? In fondo io ti ho dato il permesso di chiamarmi Takeshi."
"E chi se ne frega, non è la stessa cosa!"
Quella discussione era andata avanti anche fin troppo, la suola di gomma
delle America's cup si mosse per entrare nel cortile che precedeva il
quartiergenerale dei Vongola, superando di un passo i cancelli sempre
tenuti sotto controllo.
"Ehy, dove credi di andare?!"
"L'hai detto tu, sono le due, vuol dire che il boss mi aspetta."
"Allora vengo anche io!"
La mano di Hayato si posò pesantemente alla spalla di lui, fermando il suo
lento intercedere.
Piano il capo di Takeshi si volto di quasi novanta gradi, permettendo agli
occhi dell'altro di specchiarsi in iridi rese più sottili ora che le
palpebre erano calate in parte a coprirle e la fronte si era aggrottata.
Hayato deglutì.
Takeshi non disse nulla, si limitò a quello sguardo colorato d'oro fuso
che ora appariva minaccioso come se avesse puntato alla gola la lama della
sua katana.
Con una straordinaria calma il sorriso spuntò di nuovo sulle sue labbra e
piano si smossero anche per lasciarlo parlare con una voce che insieme
risultò carezzevole e calda, come una gentile brezza primaverile soffiata
sulla faccia del compagno: "Come desideri."
Tornò a guardar davanti e riprese il suo cammino, la mano destra sempre
poggiata all'impugnatura della mazza da baseball e la sinistra che invece
reggeva un sacchetto di plastica ormai mezzo vuoto.
"Ce... certo che è come desidero..." borbottò invece Hayato, seguendolo
con passi pesanti ed il broncio stampato sul volto. Non era cambiato
molto, in effetti non era cambiato affatto.
Era silenzioso l'interno.
I pochi uomini che vi stazionavano erano disposti davanti ad ogni porta
chiusa a due a due, soltanto quando raggiunsero il salone ne trovarono
quattro, ognuno agli angoli dell'ampia tavolata che troneggiava al centro,
apparecchiata per dieci, sebbene nessuno vi si fosse ancora seduto.
"A quanto pare anche il boss sta facendo tardi." pronunciò Takeshi,
superando anche il salone per raggiungere le scale e portarsi al secondo
piano.
"Tsk, lui è un uomo occupato, cosa credi?"
"E' così diverso da te, Hayato."
Fu seducente il modo in cui venne pronunciato il suo nome, per questo ebbe
la certezza matematica che non poteva essere stata la voce di Takeshi a
parlare, soprattutto per quella tonalità femminile che conosceva come le
sue tasche.
Sapeva che non si sarebbe dovuto voltare, che era uno sbaglio, ma la testa
si era mossa ancor prima che il cervello le ordinasse di non farlo e lo
sguardo incontrò la figura elegante e slanciata di una donna dai lunghi
capelli profumati, la bocca rossa come il colore di una mela avvelenata e
gli occhi suadenti. Sua sorella Bianchi.
Non ci volle molto perchè l'effetto di quella vista si facesse sentire,
entrambe le mani vennero portate allo stomaco.
"Dannata... sorella..." e ricadde sulle gambe, agonizzante.
Fuori uno.
"Sei ancora un bambino, Hayato."
"Se non vi dispiace, io proseguo. A dopo." annunciò Takeshi, rasentando
forse l'insensibilità nei confronti del giovane, ma non ci si poteva fare
niente, era questo il destino di Gokuera quando incontrava la sorella e
lei, sicuramente, provava uno smisurato piacere a ridurlo in quelle
condizioni.
Pazienza.
Meglio andare oltre.
Al secondo piano, imboccando un corridoio che portava ad una stanza
soltanto sul fondo e proprio da questa provenivano rumori strani; finchè
un "Kyaaa!" non lo spinse a correre preoccupato verso la porta. "Tsuna!"
Abbandonò il sacchetto con i mandarini, impugnando la mazza da baseball,
concentrandosi su di essa per far sì che velocemente la sua forma mutasse,
rimischiando le particelle che la costituivano per dar vita ad una katana.
La mano libera corse per afferrare la rientranza della porta scorrevole e
poterla aprire, ma dall'interno furono più veloci.
"Ah..."
Si fermò di colpo, la katana già in posizione, le gambe divaricate, una
leggermente spostata più in avanti dell'altra, per mantenere l'equilibrio,
e gli occhi spalancati sul volto dell'uomo che gli apparve innanzi.
Occhi affilati dal taglio tipicamente orientale, così stretti da
somigliare più a schegge d'ambra pronte a dannare l'anima di qualsiasi
essere umano avesse osato guardarle.
"Hi... Hibari."
Proprio lui.
"Che vuoi?"
La sua voce lo colpì come un pugnale di ghiaccio.
"Ah... no... pensavo che Tsuna fosse..."
"Tsuna?" indagò Kyoya Hibari, con una smorfia sul volto che nonostante
tutto riuscì comunque a renderlo più piacevole alla vista.
"Ah! No, cioè, il Boss!" si corresse al volto Takeshi, portando la mano
sinistra alla nuca.
"Tsk. comunque adesso puoi anche andartene."
"Eh?"
"Non hai sentito?"
Se c'era una cosa che lo aveva sempre infastidito, a parte i deboli, a
parte i gruppetti in cui i deboli si rifugiavano, a parte esser svegliato
mentre dormiva... ecco, si trattava di ripeter cose già dette. Non solo
era stancante ma significava anche che non era stato ascoltato e questo,
beh, questo era imperdonabile!
"Se non ti levi subito..." iniziò, in un sibilo minaccioso, mentre portava
i propri tonfa ad aderire con l'avambraccio, pronti all'attacco, ma una
voce giunse ad interromperlo, proprio dietro di lui.
"Kyaaaah!"
Un urlo.
Inconfondibile.
"Tsuna!"
Gli bastò rivolger uno sguardo a Kyoya perchè per un attimo la sicurezza
di questi vacillasse.
Aveva un volto gentile Takeshi, un bel sorriso ed una voce rassicurante,
ma quando nelle vene scorreva la determinazione lo sguardo diventava
quello di una tigre e nulla pareva in grado di sconfiggerlo, soprattutto
se si parlava di proteggere Tsunayoshi.
Di riflesso Kyoya si mosse di lato e questo gli bastò per poter evitare di
cozzare contro il corpo della figura che si mosse di corsa verso l'uscio,
proprio mentre Takeshi entrava.
Lo scontro tra i due fu inevitabile. Il giovane finì con la schiena a
terra e la spada che rotolava verso il corridoio, lontano dalla sua mano,
mentre, sdraiato sopra di lui, qualcuno che aveva affondato il capo contro
il suo petto.
"Nh, ahio..." si lamentò, grattandosi la nuca per alzar lo sguardo ed
incontrare castani capelli scompigliati e occhi grandi e nocciola.
"Ah! Tsu... cioè, boss!"
"Che maleee..." blaterò lamentoso Tsunayoshi, alzando soltanto dopo la
testa per scoprire di esser finito comodamente sul suo subordinato.
Arrossì, lanciandosi in mille spiegazioni pronunciate tutte d'un fiato di
cui l'altro capì a malapena parole come "Allenamento. Dino. Combattevamo.
Enzo."
"Ahaa, ti stavi allenando con Dino, ecco perchè ti ho sentito urlare!"
Levò un sospirò di sollievo portando le mani ai fianchi di Tsunayoshi,
mentre questi cercava di mettersi almeno seduto, non che fosse facile con
le mani di Takeshi addosso, anzi, aveva la sensazione che l'altro lo
stesse obbligando a tenere quella posizione e proprio a questo pensierò il
viso avvampò.
"Sì!" esclamò di botto "Cioè, era così finchè Enzo..."
"Roar!!!"
"Oh no, Enzo, calmati!"
"Ma che diavolo... Tu! Perchè non impari a controllare il tuo animale?"
Giunse per primo il ruggito della tartaruga ormai cresciuta di svariati
chili, poi l'ordine inascoltato del suo padrone ed infine la frase
indignata di Hibari che non aveva ancora perdonato il Boss della famiglia
Cavallone di averlo disturbato mentre si dedicava ad allenarsi con
Tsunayoshi.
"Enzo è cresciuto?" domandò quindi Takeshi. Sperava di ricevere una
risposta negativa poverino, ci sperava davvero, così da godersi ancora un
po' quella posizione ed il corpo del Decimo successore dei Vongola tra le
braccia.
"Sì..." pigolò il giovane boss.
"Che sfortuna..." sospirò, rialzandosi ed aiutando Tsunayoshi a fare lo
stesso "Allora è meglio..."
"Fuggire!" terminò la frase Dino mentre si gettava fuori dalla stanza.
Peccato per la propria inettutidine che si manifestava ogni qualvolta i
suoi subordinati non gli erano accanto: inciampò sui propri piedi,
cercando di aggrapparsi alla cravatta nera di Kyoya, trascinandolo
miseramente con sè mentre finiva contro il Capo dei Vongola ed il suo
subordinato, rotolando così per qualche metro finchè non incontrarono le
scale.
"Roar!"
Soltanto il ruggito di Enzo servì a coprire il boato che i quattro corpi
fecero ruzzolando giù, gradino dopo gradino, atterrando doloranti ai piedi
della scalinata dove uno stupito Hayato sbatteva le palpebre fissandoli
attonito.
"Judaime!" esclamò correndo da loro, ma inciampando a sua volta quando la
sorella ebbe la magnifica idea di seguire il suo esempio e raggiungere il
gruppo per prima, così da poter alzare il viso in sua direzione.
"Agh..."
Di nuovo fuori gioco.
E, come se non bastasse, alla fine quell'ammasso di corpi si era riversato
proprio sul più piccolo tra loro, la testolina di Tsunayoshi infatti
sbucava da sotti i tre, cianotica, mentre la mano cercava di farsi strada
per strisciar fuori.
"Ops, mi dispiace."
"Togliti di torno se ti dispiace così tanto, Stallone." gli ringhiò in
faccia Hibari.
"Ah, è vero, scusate."
Si rialzò seguito da Hibari mentre Takeshi si sollevava sui gomiti
osservando il volto del loro boss ad un soffio di distanza, il suo respiro
infatti si mischiava con il proprio e sentiva sulla propria pelle il
calore di quella di lui che divampava dal viso.
Semplicemente adorabile.
Venticinque anni, eppure un viso che era ancora quello di un ragazzino,
dall'espressione timida ed impacciata che nascondeva invece la freddezza e
lo charme di un leader.
Ci si perse ad osservare i lineamenti di quel viso, avvicinando sempre un
po' di più il proprio a quello di lui.
"Ah... Yama... Yamamoto..." sussurrò timidamente Tsunayoshi, le guance che
ormai erano diventate di un rosso fuoco più intenso della fiamma del
Proiettile del Coraggio di Morire.
"Tranquillo." soffiò dolcemente il subordinato, portando le proprie labbra
a contatto con quelle di lui, in un tocco che mano a mano si fece più
audace.
"Roar!"
Dalla cima delle scale fece capolino Enzo ed il suo ruggito.
"Attenti!"
La frusta si srotolò tra le mani di Dino.
"Judaime! E tu, non approfittare di quest'occasione per fare i tuoi porci
comodi, bastardo!"
Una luce rossastra attraversò la superficie dell'anello della Tempesta di
Hayato e, attraversato da una breve ma intensa scarica elettrica, si
trasformò in un piccolo cannone metallico collegato al suo avambraccio che
terminava con un piccolo teschio alla sua imboccatura.
"Bestia fastidiosa." fu invece il commento di Kyoya mentre recuperava i
suoi tonfa scoccando seccato la lingua contro il palato dopo aver rifilato
un'occhiata malevola in direzione di Yamamoto.
"Roar!"
Un altro passo di Enzo fece tremare le fondamenta e soltanto allora
Takeshi circondò con la destra la vita sottile di Tsunayoshi, senza
sciogliere il bacio, tutt'altro, stringendolo a sè mentre sollevava il
busto, prendeva slancio puntellandosi con le gambe e ruotava su sè stesso
trascinando con sè il giovane boss, in una ruota all'indietro in cui
allungò la mano sinistra verso il pavimento, afferrando così l'impugnatura
della propria katana ed atterrando poi sul pavimento, con le ginocchia
piegate per attutire l'impatto.
Le dita di Tsunayoshi si erano strette alla stoffa della sua camicia ed il
respiro era stato trattenuto, non tanto per la capriola in cui era stato
coinvolto, ma per la lingua dell'amico e subordinato che sfilava leziosa
tra le sue labbra, mischiando la saliva con la propria e scaldando
velocemente il suo corpo.
A malincuore quel bacio venne sciolto, proprio da Takeshi che trattenne la
fronte contro quella del Decimo.
"Lascia fare a noi, boss."
Sollevò la lama argentata della katana superando il giovane boss e si
aggiunse agli altri, fingendo di non sentire i rimproveri di Smokin' Bomb
Hayato e di non vedere le occhiate truci di Kyoya Hibari, l'eterno
presidente del Comitato disciplinare della scuola media Naminori.
"Forza, divertiamoci!"
"Uff, meno male che nessuno si è fatto male, eh?"
"Hai distrutto mezza casa, deficiente! Sei più vecchio di noi eppure non
fai altro che disastri!"
"Quando parli così sembri un vero uomo, Hayato."
"Argh! Bianchi.... Ugh... Il... il mio stomaco..."
"Ma rimarrai sempre un bambino."
"Dannata..."
Non c'erano dubbi sul finale di questa disputa.
Dino si stava dedicando a ventilare la sua tartaruga con un fon,
asciugandola degli ultimi residui d'acqua che il suo corpo aveva
assorbito.
Hayato, dolorante, malediva la solita Bianchi comparsa come per magia,
giusto in tempo per torturarlo prima di congedarsi e dedicarsi al nuovo
incarico che le era stato affidato.
E Kyoya, seduto comodamente ad una delle poltrone in pelle del salone -una
delle poche rimaste in piedi dopo l'atto distruttivo di Enzo- meditava,
per il futuro, di picchiare a sangue la tartaruga del boss della famiglia
alleata già dal primo momento in cui avrebbe messo piede nella loro
dimora, perchè prevenire è meglio che curare e riempire di botte qualcuno
era comunque un buon passatempo.
"Mhm? A proposito, dov'è finito il fratellino?" domandò Dino, guardandosi
intorno con aria curiosa.
"Quel bastardo ne ha approfittato per portarlo via." rispose Kyoya con una
smorfia irritata, stendendo il braccio quando Hibird fece la sua entrata,
sbattendo pigramente le ali ed atterrando con le zampette sulle sue dita
affusolate, chiocciando allegramente il suo nome.
"Fiu, meno male che alla fine Enzo si è calmato."
"Te l'avevo detto, no, che ci avremmo pensato noi."
"M-mh..."
Tsunayoshi annuì, arrossendo quando le dita di Takeshi scivolarono al
contorno del suo viso, in una carezza gentile che lo portò a raccoglier il
suo mento tra l'indice ed il pollice per sollevarlo.
Era sempre stato piccolo di statura Tsuna, ed anche ora, che non era più
un ragazzino, non era poi cresciuto molto, a differenza degli altri che
superavano tutti abbondantemente il metro e ottanta.
"Boss?" lo chiamò l'altro.
"Sì?" deglutì lui.
"Credi che se ti rapissi per un paio di ore gli altri se la prenderebbero
tanto?"
La buttò giù così, con fare pensieroso, riflettendo seriamente sul fatto
di rapire o meno il Decimo boss della Famiglia Vongola e tenerlo tutto per
sé per un paio di ore o più.
Sicuramente al loro ritorno Gokudera e Hibari lo avrebbero ucciso.
"Ma ti pare una cosa da chiedere?!" sbottò agitato Tsunayoshi, sempre più
rosso.
"Mhm, hai ragione!"
Gli afferrò un polso e soddisfatto fece per dirigersi fuori dalla base dei
Vongola, diretti probabilmente a casa sua, dove gli altri avrebbero
evitato per un po' di disturbarli e dove un letto comodo e caldo aspettava
soltanto loro.
"Ehm... Yamamoto..."
"Yes, boss?"
"Che cosa stai facendo?"
"Ti sto rapendo, no? Mi hai detto che non devo neppure chiedertelo, così
lo faccio e basta!"
Ovviamente non era questo quello che il giovane boss intendeva, proprio
per niente. Ma quando vide il sorriso contaggioso di Takeshi in cui
entrambe le arcate venivano messe in mostra, il cuore perse un battito e
la forza di volontà per resistergli venne meno.
"Uff, va bene, però poi torniamo subito qui!"
"Yatta!"
Ed iniziò a correre trascinandolo fuori, giusto in tempo per il ritorno di
Ryohei Sasagawa ed il suo urlo sovrumano che stese gli uomini a difesa
della tenuta.
"Ryouhei Sasagawa, ventisette anni, che ha combattuto anche contro i
leoni, è tornato dall'estero più estremo di prima! Il mio motto è: Fino al
limite estremo!!!" Una pausa mentre puntava l'indice al cielo e poi "Ah,
boss!"
Se voleva salutarlo non fece in tempo, Tsunayoshi tentò un sorriso
sforzato in sua direzione, mentre cercava di non pensare a quanto fosse
stramba e fuori luogo la sua solita presentazione, mentre Takeshi lo
salutò con la mano libera portando via il boss.
"Eh? Ma dove andate?"
"Rapisco il boss per i miei loschi piani, ovviamente. Bye-bye!"
"Yamamoto! Sta... sta scherzando, non mi sta rapendo."
"Ma allora..."
"Oni-san, hai capito, vero? Non mi sta rapendo."
"Allora... Yamamoto sta cercando di superare il limite estremo!!!"
No. Ovviamente non aveva capito e ovviamente tutto andò come doveva
andare: con il "rapimento" del Decimo Vongola e la movimentazione di tutti
i suoi subordinati che ricevettero l'ordine da Hayato e Kyoya di trovare e
uccidere il "bastardo" che aveva osato tanto.
"Ahahah, sarà divertente!"
Venticinque anni dalla sua nascita e Takeshi Yamamoto restava sempre il
ragazzo naive divertito dai giochi dei mafiosi.
+†+THE
END+†+
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-phrasebook-
Obaasan = Grandma
Judaime = Tenth
Ohayou gozaimasu, Yamamoto-sama = Good morning, mister Yamamoto
Ohayou, minna-san = 'Morning, people
Teme = Bastard