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+†+Il
Colore della Follia+†+
La mano tremò per il dolore quando la tese
verso la parete bianca.
Serrò i denti. Una morsa talmente forte che le gengive iniziarono a
sanguinare.
Le dita si posarono alla parete scorrendo verso il basso, lasciando scie
rossastre al loro passaggio, simili alla bava di una lumaca.
Sangue.
Dalle unghie strappate a forza dalla carne.
Un gemito sommesso accompagnò il movimento della mano, una lacrima rossa e
solitaria scorse lungo la guancia perdendosi tra labbra screpolate.
Cadde in ginocchio.
La testa tenuta insistentemente bassa, gli occhi che non avevano mai
abbandonato il pavimento sotto di sè.
Bianco.
Di un bianco accecante.
Finto.
Crudele.
Aveva odiato quel colore fin dal primo istante in cui lo avevano rinchiuso
tra quelle quattro pareti.
Cercò di gattonare in avanti muovendo il ginocchio sinistro ma, al primo
passo, il busto sbilanciato cadde completamente in avanti dimenticando di
sostenerlo con le braccia.
Altro dolore.
Il sapore ferruginoso aveva invaso la bocca. Tossì sputando sangue che
imbrattò il pavimento.
Rosso su sfondo bianco.
Non per molto, presto sarebbe stato solo un ricordo.
Cancellato con un colpo di spugna.
Era ora ormai.
Uno stridio acuto accompagnò l'apertura della porta d'acciaio e, piano,
una flebile luce giallastra si fece largo all'interno della stanza,
seguendo l'entrata di passi più pesanti di quelli che udiva di solito.
Qualcuno si fermò, in piedi davanti a lui.
Non lo guardò.
Aveva chiuso gli occhi e, sdraiato malamente a terra, attendeva.
Nulla in particolare.
Attendeva e basta.
Un sospiro pesante.
Ma non era stato lui.
Qualcuno avanzò proiettando l'ombra su di lui che, per la prima volta,
veniva protetto da un assurdo mondo di luce bianca.
Mugolò di dolore quando gli venne sollevato il mento con la punta di un
anfibio.
Gli occhi sempre chiusi mentre percepiva chiaramente uno sguardo osservare
attentamente il viso, divenuto una maschera di dolore.
I lunghi capelli colavano sulla faccia coprendola in parte, strisce di
nera pece su di una pelle troppo pallida che sfilavano fino in terra,
incrostati dal sangue e altre sostanze fisiologiche.
Quando il piede si tolse da sotto di sè la testa si abbandonò alla forza
di gravità pestandola violentemente contro il pavimento.
L'ennesimo lamento sommesso.
Il debole guaire di un cane.
"Dev'essere questo." affermò con voce rivolta all'esterno.
Un uomo in bianco si avvicinò allo spiraglio lasciato dalla porta
socchiusa, lo spinse per entrare e guardò all'interno.
"E' sicuro?"
"Sì. E comunque..."
"Comunque?"
"Non ne sono rimasti molti. Gli altri sono tutti morti."
L'uomo in bianco tacque, sulle braccia i segni della pelle d'oca mentre si
avvicinava al corpo in terra e annuiva piano. Nascosto in parte dal corpo
più imponente dell'altro uomo, si sporse per vedere meglio la sua figura.
Era alta.
Sebbene non potesse dire quanto lo fosse, visto la sua posizione
accasciata.
Un tempo, quel corpo ora troppo magro doveva essere stato atletico. Non
eccessivamente muscoloso forse, ma forte.
Il corpo di un ragazzo di diciassette anni.
Trattenne il primo conato di vomito che premeva alla base della gola,
alimentato dal forte puzzo di urina che aveva invaso la stanza.
Una mascherina sul volto ne nascondeva l'espressione disgustata, mista a
quel senso di timore che lo avviluppava ogni qualvolta metteva piede in
quella stanza.
La chiamavano la Stanza dell'Uomo Nero.
Nome ereditato dal suo unico occupante.
L'Uomo Nero. Perso in un Mondo Tutto Bianco.
Attento,
se sarai cattivo l'Uomo Nero verrà a prenderti.
Attento a ciò che fai.
Il primo uomo entrato fece segno, a
qualcuno rimasto dietro la porta, di entrare.
Arrivarono in due.
Sollevando il corpo per le braccia, obbligarono il ragazzo ad alzarsi
in piedi. Senza troppe cerimonie.
Non aveva ancora aperto gli occhi.
Trascinato a forza venne condotto fuori dalla porta, solo allora le
sue iridi di un abbagliante oro si mostrarono con tutta l'impetuosità
di cui erano impregnate.
Occhi ferini.
L'unica parte che ancora sembrava mantenere un minimo di vita.
Di dignità.
Spostò lo sguardo ai due che lo sostenevano, uno ogni lato.
Il terzo uomo, dietro di lui, puntava qualcosa in direzione della sua
nuca.
Una pistola.
L'uomo in bianco invece seguiva, più indietro di tutti, spostandosi di
volta in volta verso destra o verso sinistra nel tentativo di evitare
le chiazze di sangue sporco che il ragazzo si lasciava dietro.
"Signore, non crede che dovremmo almeno lavarlo?" affermò dietro di
loro, la voce ridotta ad un sibilo impregnato di angosciosa
repulsione.
"Non ha importanza."
"Ma..."
Un'occhiata lo raggiunse bloccandolo sul posto. Tremante. E l'uomo, un
militare data l'uniforme, riprese il suo cammino concedendogli le sue
ultime parole.
"E' solo un'esecuzione, non importa se sarà presentabile. Morirà in
ogni caso."
Davanti a tutti, il suo corpo non aveva accennato a muoversi da solo.
Nessun comando veniva inviato dal cervello, apparentemente spento.
Mettere piede in quel luogo aveva significato l'auto-annientamento.
Lento.
Corrosivo.
Inevitabile.
Ed, un viso una volta figlio della perfezione, ora veniva a stento
guardato.
Labbra, su cui la malizia e la lussuria avevano fatto il loro nido
d'amore, non si erano più dischiuse per parlare. Imbrattate di sangue,
non avevano più emesso fiato al di fuori di deboli gemiti di dolore.
Gli stessi che sfuggirono mentre braccia forti lo trascinavano per un
corridoio.
Bianco.
Serrò le dita delle mani a pugno in un movimento quasi automatico.
Altro dolore.
I piedi che strascicavano lungo il pavimento.
Il sangue che colava dalle dita, dagli angoli della bocca e dai segni
sulle braccia.
Profondi graffi.
Autoinferti.
Soltanto quando arrivarono alla fine del corridoio finalmente si
mosse.
Si fermò, piantando i piedi nudi bene in terra e facendo forza per non
permettere ai due uomini che lo tiravano di spostarlo.
Questi si fermarono con lui.
Il militare, subito dietro, tolse silenziosamente la sicura dall'arma.
Precauzione, mentre la avvicinava maggiormente alla nuca del ragazzo
sporcandone la punta della canna scura di sangue rappreso e altro
liquido vischioso.
Lui non si curò di quel movimento.
Lo sguardo fisso avanti a sè, verso una porta formata da sbarre
d'acciaio, rimasta ancora chiusa.
Una figura.
Le forme effimere.
Una sagoma nera in mezzo a tutto quel candore, sporcandolo con la sua
sola presenza.
Ne vide le labbra muoversi, cercando di formare delle parole, ma
nessuna voce vi uscì.
Affinò la vista.
Le forme della figura andavano ridefinendosi lentamente, mostrando la
scia grigiastra del fumo soffiato via da una sigaretta alla bocca. La
mezzaluna che imbrattava il volto, un sorriso. Un soprabito di nera
oscurità.
Ed una falce tra le mani.
Scappa. Scappa.
L'Uomo Nero è arrivato.
Dischiuse le labbra e la lingua vi
passò sopra inumidendole appena seppure avesse la bocca secca.
Sorrise.
I due uomini, che ancora lo tenevano per le braccia, stentarono a
credere ai loro occhi.
Pensavano si trattasse di un'allucinazione collettiva o che,
peggio, quel giovane fosse impazzito del tutto.
"Perchè ci siamo fermato?" domandò il militare abbassando il cane
della pistola, pronto ad ogni evenienza.
"Signore... lui... lui sta sorridendo..."
Il militare sospirò.
Sciocchezze.
La mente di quel ragazzo si era dissolta nel nulla più di un anno
prima, nell'istante stesso in cui ne avevano rinchiuso il corpo in
quella struttura.
E lui era impazzito. Già folle allora, era stato divorato dalla
sua stessa follia.
Perchè, una volta rinchiuso Nel Manicomio, se non sei pazzo... a
lungo andare ci diventi.
"Signore?"
"Cosa c'è ancora?"
"Ecco, lui... si è messo a cantare..."
"Cosa?"
Nascosto sotto al letto
divorerà i tuoi sogni.
Infilato nell'armadio
squarcerà il tuo cervello.
Scivolando dall'oscurità
ti porterà via con sè,
nel Mondo a testa in giù.
Scappa. Scappa.
L'Uomo Nero è arrivato.
"Come... com'è possibile?"
Lo pungolò con la canna della pistola.
"Smettila di cantare." ordinò. La voce profonda e autoritaria,
di chi non ammette la disobbedienza.
E' senza un'occhio.
Col sorriso a pezzi.
E la giacca color pece.
Se sarai cattivo
l'Uomo Nero arriverà.
Attento. Attento.
L'Uomo Nero ti ha trovato.
"Ho detto di smetterla!"
Alzò il braccio riabbassando violentemente il calcio della
pistola contro la nuca del ragazzo.
Voleva che stesse zitto.
Soltanto questo.
Voleva che tornasse ad essere un cadavere che cammina.
Nient'altro.
Ma non riuscì mai a colpirlo.
Il braccio si fermò a mezz'aria.
Uno sguardo vivo -vivo come mai lo era stato e altrettanto
minaccioso, crudele!- puntato al suo.
Fissò a lungo quelle pozze d'oro liquido, finchè non
affondò nella loro follia.
"Cos'è che desideri più di ogni altra cosa?" mormorò la
voce del ragazzo, arrochita, ogni lettera pronunciata
raschiava la gola.
I due uomini che tenevano le braccia del più giovane si
allontanarono di colpo.
Il terrore negli occhi, alimentato dall'intenso odore di
sangue che aveva accompagnato ogni movimento del ragazzo.
Odore di sangue. Odore di morte.
Le dita affusolate e schelettriche del giovane scivolarono
ad afferrare la pistola per la canna, ruotandola tra le
mani come un giocoliere per poi puntarla alla fronte del
militare.
"Io desidero la Morte."
Parole che grattavano i timpani.
"La Tua."
Fece appena pressione sul grilletto.
Un colpo.
Una rosa rossa sbocciata dalla fronte del militare.
Ed un corpo cadde a terra con occhi sbarrati che
galleggiavano in un mare bianco di follia.
Ricoperto di sangue.
Arriva, arriva
L'Uomo Nero.
Ti porterà via con sè,
tra città di cartapesta
e laghi di papaveri appassiti.
Qualcuno urlò.
Non riuscì a capire bene chi fosse stato, non se ne
curò nemmeno.
Nel giro di un secondo il suo braccio si era abbassato
di qualche grado, puntando verso una figura più
lontana.
Un altro sparo.
Un altro corpo in terra.
Che macchiava di rosso il suo camice una volta bianco.
Colore odioso. Il bianco.
Purezza. Candore. Innocenza.
Colore crudele. Il bianco.
Così facile sporcarlo. Impossibile farlo tornare alla
sua antica bellezza una volta corrotto.
Il bianco intorno a lui era perfino peggiore.
Lo stava inghiottendo.
Non c'era ritorno una volta scomparsi in quel colore,
in quella luce abbacinante.
Chiuse gli occhi quando guardie armate si presentarono
di corsa al di fuori delle sbarre di metallo, puntando
le armi contro di lui ed incitandolo a metter giù la
pistola.
Urlavano contro di lui.
Voci all'unisono che ordinavano chissà cosa.
Alzò il volto verso il soffitto, il braccio si distese
mollemente verso il fianco.
I piedi nudi scivolarono silenziosamente sul pavimento
imbrattato di sangue, permettendogli di voltarsi verso
sbarre d'acciaio che gli impedivano la fuga. Ma non
aveva alcuna intenzione di fuggire.
I lunghi capelli corvini colavano come petrolio a
rigare il volto impallidito nascondendone in gran
parte i tratti.
Soltanto la bocca era libera di essere vista.
Il sorriso.
Lama metallica che squarciava il viso di un ragazzo.
Il dipinto della follia umana.
Era sfrontato, superbo... Era pazzo!
Il sorriso di un mostro.
Al di là delle sbarre le guardie accorse puntarono le
armi contro di lui, che di un essere umano aveva ormai
solo la parvenza.
"Butta l'arma."
Gli ordinò qualcuno.
Una voce tra tante. Anonima ed inutile.
Riaprì gli occhi assottigliando iridi di un colore
assurdo e lasciò cadere in terra la pistola.
Un rumore di ingranaggi metallici concesse l'apertura
della porta mentre altre tre guardie gli corsero
incontro, costringendogli le braccia dietro la
schiena, ammanettandolo.
Non parlò più.
Lo spinsero con forza ad attraversare la soglia non
più sbarrata, superare un rettangolo di luce per
finire in un mondo fatto di neve e polistirolo dove
una seggiola di legno non aspettava che lui.
Pendeva verso sinistra.
Era una sedia storta.
Lo trascinarono ancora facendolo sedere, liberandolo
delle manette.
Uno scatto ed i suoi occhi si mossero. Una delle
guardie li guardò venendo avvolto dall'oro che
ricolorava quelle iridi ferine, mentre le labbra si
schiusero ripetutamente senza che nessuna voce vi
uscisse.
Avvicinati. Avvicinati
di più.
Ma una voce l'udì
nella sua testa.
Voce suadente sulla bocca cucita da filo spinato.
Voce d'Oltretomba e occhi d'Oblio.
Si avvicinò; folle il ragazzo, folle anche lui e
tutti quelli che lo circondavano.
La follia è contagiosa?
Si abbassò portando l'orecchio più vicino alla
bocca del giovane.
Udì solo un sussurro. Sibillino.
Hai paura dell'Uomo
Nero?
E furono occhi
sbarrati di stupore. Voce morta in gola. Urla
mai pronunciate. Una richiesta d'aiuto mai
udita.
E fu morte anche per lui quando le mani del
Folle si appropriarono della sua testa
rompendogli il collo con un movimento netto e
preciso.
Una morte veloce.
Quasi indolore.
Ma la Morte è sempre Morte.
E ancora grida. Ancora ordini. Ancora accuse
contro il ragazzo divenuto Folle, e mani che
lo colpirono per allontanarlo da chi non fu
altro che cadavere ormai.
Altre ferite si aprirono sulla pelle scialba,
altro sangue unse i vestiti ed i capelli
mentre una risata gutturale premette alla gola
uscendo prepotente, divertita.
La risata di un bambino troppo cresciuto.
Tirò indietro il capo e filami di notte oscura
sfilarono sulla schiena e lungo le spalle,
depositandosi a caso sul suo corpo.
Gli imprigionarono i polsi alla sedia. Le
caviglie. Il busto.
La Vita.
Resa prigioniera di una semplice sedia storta.
E lui che rideva e rideva soltanto.
Senza sosta.
Guardando il soffitto dove un'unica macchia di
un colore indefinibile sembrava risucchiata
nel bianco più totale.
Una macchia che si schiuse, come boccioli di
rosa, mostrando occhi grandi fatti d'ametista
liquida.
Gli occhi della sua colpa.
E' così crudele il Bianco. Una volta che lo
hai sporcato non c'è modo di tornare indietro.
La sua risata scemò.
Lo sguardo dritto in occhi dipinti sul
soffito.
Il sorriso si accentuò perdendo la sua folle
apparenza.
Fu solo un sorriso.
Dal vetro della stanza, sconosciuti lo
guardavano additandolo come fenomeno da
baraccone.
Una voce metallica, dall'altoparlante
istallato al soffitto, parlò.
"Fuuma Monou, sei qui oggi per l'assassinio di
Kamui Shirou."
L'Accusa.
"La tua pena è la Morte."
La Condanna.
"Desideri dire qualcosa."
La Misericordia.
Continuò a fissare il soffitto, scivolato da
tempo in un mondo tutto suo.
E' morto l'Uomo
Nero.
E' morto e non lo sa...
Un uomo mosse un
gesto in direzione di quello che stazionava ai
pannelli di controllo della stanza. Una mano
abbassò la leva, l'elettricità divorò il suo
percorso fino alla Sedia Storta. Ci furono
scintille. Di un bianco accecante che divorò
la mente del Folle.
Scusa, se
ti ho fatto aspettare.
Kamui.
La Giustizia.
fino a
toccarne il fondo.
Gli avvoltoi lo han scovato,
gli occhi han divorato,
ed il corpo han sotterrato.
E' morto.
E' morto un anno e mezzo fa.
E' morto.
E' morto e non lo sa.
Svanito dal suo mondo,
caduto a
testa in giù.
E' morto. E' morto.
L'Uomo Nero non c'è più.
+†+THE
END+†+
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