+†+Di
peccati e pregiudizi+†+
Certe notti la macchina è calda e dove
ti porta lo decide lei
Certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai
Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei
Certe notti somigliano a un vizio che tu non vuoi smettere, smettere
mai.
Guidava.
Non è importante sapere per dove.
Non è importante sapere perché.
Guidava e basta, col piede sull'acceleratore e le mani al voltante,
posizione dieci e dieci, così come insegnavano alla scuola guida. E' una
buona abitudine che non aveva mai perso.
Perché aumentare il rischio di incidenti se si può evitare?
La musica nell'autoradio si scioglieva nell'abitacolo con una canzone
straniera che non aveva mai sentito.
Spagnola.
O forse italiana.
Difficile capire la differenza tra due lingue così simili di primo
acchito.
Non era neppure il suo genere di canzone, troppo rock, poco soft, per
nulla soul. Non che se ne intendesse molto di musica in effetti, ma aveva
sempre avuto buon orecchio per la musica giapponese, soprattutto per
quella e, alle volte, la mente si perdeva tra note di canzoni inglesi che
struggevano l'animo.
Era quel genere di ragazzo che amava la buona musica, quella tranquilla,
quella triste o quella dolce.
Era quel genere di ragazzo retrò come ce ne sono pochi al mondo.
Glielo avevano detto tante di quelle volte: "Sei troppo buono, ma come
fai?". Dote di natura forse. Nah, comodità più che altro.
Se sei buono la gente ti vuole bene.
E lui aveva bisogno di quell'affetto. Per non restare solo.
La solitudine fa schifo. Fa paura. A chiunque. A lui, soprattutto.
Neppure in quel momento era solo.
C'era la musica a tenergli compagnia, ma non solo.
C'era anche il pensiero e quello era dannatamente utile, la fantasia in
particolare, quella un po' folle, quella un po' perversa e un po' triste,
quella che disegnava i contorni dei suoi desideri e che aveva imparato a
conoscere in terza superiore.
A sedici anni.
Assurdamente tardi per i suoi compagni ma -diamine!- lui era il
santarellino, il cocco dei professori, Faccia d'Angelo! Lo avevano
capito subito i suoi amici del liceo, quelli troppo scemi per essere suoi
amici per davvero, com'era fatto.
Mr. Perfettino.
Era uno dei tanti modi in cui veniva chiamato.
Ma loro, quelli particolarmente simpatici, quelli che correvano dietro le
gonne delle compagne e si masturbavano in camera leggendo un porno,
avevano arbitrariamente deciso di cambiare quel suo bel carattere, fargli
riscoprire un nuovo mondo o puttanate del genere.
Cose che capitano.
Non si può restare bambini per sempre.
L'avevano chiamato "Heaven party" e lui, ingenuo o
soltanto troppo stupido e ancora troppo schifosamente buono, ci era
cascato come un pollo.
Idiota.
Le collette fanno miracoli, e quella squillo era stata scelta con minuzia,
se ne rese conto perfino lui quando la sua bocca accolse la propria
erezione portandolo sull'orlo della follia e, ovviamente, dell'orgasmo.
Difficile resistere, anche con sette paia di occhi fissi su di lui e
sorrisi taglienti e bastardi ad imbrattare le facce di sette giovani figli
di puttana che lo tenevano bloccato al muro. Era stato difficile anche
salvare un'apparenza di dignità. Infatti non c'era riuscito, sarebbe stato
troppo bello e si sa che le cose non vanno mai come si desidera,
altrimenti non sarebbe Vita, sarebbe un fumetto o uno di quei libri
stupidi dal finale sdolcinato.
Era stato un piacere vederlo godere per una puttana, aveva una bellezza
efebica che faceva sentire uno sfarfallio nello stomaco al solo guardarlo,
il suo corpo era rimasto esile, slanciato in una muscolatura asciutta e
sinuosa.
Aveva una ragazza, d'accordo, ma certi dettagli sono irrilevanti e
finiscono per passare in secondo piano.
Era stato un piacere anche vederlo contorcersi nel groviglio di mani che
lo toccavano e volti che lo baciavano e lo leccavano.
Per lui, invece, fu un incubo, una lezione imparata con la forza di cui
avrebbe fatto volentieri a meno.
Alcuni potrebbero definirlo l'inizio della fine: lasciò la sua ragazza -o
fu il contrario?-, smise di andare a scuola e la notte era un'orgia di
incubi e di ricordi dannati.
Invece fu l'inizio e basta.
Quanto ci era voluto per accorgersene?
Due mesi, no, di più, sessantotto giorni esatti. Li aveva perfino contati,
perché il tempo non passa mai quando si è chiusi in una stanza dalle
pareti immacolate senza poster, senza videogiochi, con una libreria
ordinatamente riempita da libri complicati sui problemi sociali e
mondiali. E la sua era una cazzo di camera mortuaria, non la stanza di un
adolescente, non lo era mai stata.
Dopo tre settimane erano ancora tutti lì a bussare alla sua porta, gli
amici veri, quelli che in realtà erano più amici di Ichigo che suoi.
Lei aveva sempre avuto buon naso per le amicizie, non se le sceglieva,
semplicemente le attirava a sé, piccola calamita profumata di fragola.
Anche lui li attirava a sè, si somigliavano in tante cose in effetti, ma
quando un'amicizia è basata sull'apparenza è ovvio che anche i sentimenti
sono una bella facciata che con una ventata più forte delle altre se ne va
a farsi fottere.
Dopo cinque settimane comunque anche quei grandi amiconi si erano
rotti le palle, gli era piaciuto credere che così fosse stato, perché
avevano altre priorità, erano amici della sua ragazza, no? Della sua ex...
dovevano pensare a lei. E poi i maschi sono sempre un po' più forti delle
femmine, per questo il ruolo di principe e cavaliere tocca a loro, perché
hanno spalle più grandi con cui sostenere i problemi.
Stronzate.
Servivano a malapena a riempire la bocca in mancanza d'altro.
Infine, sessantotto giorni dopo, suonarono alla soglia della sua casa.
Non ricordava bene lo scambio di battute tra sua madre e la persona che
era entrata, era stata una cosa talmente breve ed improvvisa da non avere
il tempo di restargli in testa, ricordava solamente il rumore, quello che
si udì quando il calcio di Shirogane sbatté in terra la porta della sua
stanza, inondandola per la prima volta di luce naturale.
Aveva dimenticato come potesse essere calda la luce, usciva da quel
nascondiglio soltanto per lavarsi e alle volte mangiare, in orari sempre
un po' balordi, quando il sole calava ed i vampiri scendevano in piazza.
Aveva dimenticato anche di che colore fossero i raggi del sole.
Dorati.
Venne naturale il paragone con i capelli di Shirogane, così come il cielo
azzurro dei suoi occhi.
E lui se ne stava miserabilmente nel suo angolo, rannicchiato su se stesso
con lo sguardo fisso alla porta e la mente andata altrove, affogato in un
cocktail di delusione e smarrimento che galleggiava ben visibile nello
sguardo ormai spento.
Ci fu sorpresa nel ritrovarsi davanti la figura statuaria di Shirogane.
Ma non tanta quanta ci si sarebbe aspettato.
Perso nell'auto-annientamento non avrebbe sbattuto ciglio neppure se gli
fosse apparso Buddah in persona per indicargli la via dell'illuminazione.
Aveva avuto invece un fremito. Tutto qui.
Shirogane -proprio lui!- era avanzato, nel suo intercedere elegante, non
nell'eleganza altezzosa della nobiltà ma, piuttosto, in quella imparata
dai modelli, senza guardarsi troppo in giro, completamente disinteressato
ad una stanza che per certi aspetti gli riportava alla mente la propria
camera ai tempi delle Tokyo Mew Mew. Si era fermato davanti al corpo del
ragazzo e lo aveva sollevato di peso.
Era stato fin troppo facile, la mano si era allacciata al bavero di una
maglietta rosso smunto e l'aveva tirato su.
Poi.
Un pugno.
La donna alle sue spalle aveva urlato per la paura, poi aveva urlato per
la preoccupazione, infine aveva pianto. Tre passaggi per tre pugni, dritti
in faccia, nel silenzio corroso della stanza, spezzato dai singhiozzi di
una madre che lo pregava di smetterla.
Ci vollero due secondi e mezzo buoni per accorgersi della luce verde del
semaforo che si spegneva per dar spazio a quella rossa.
Frenò.
Di colpo.
Ritrovandosi quasi a sbatter la testa sul volante; sarebbe stato meglio,
avrebbe avuto una giustificazione per i pensieri che la sua mente aveva
iniziato a rielaborare.
Sentiva ancora i pugni di Shirogane sulla faccia e -cazzo!- erano passati
due anni da allora! Lunghi, ma ugualmente troppo corti.
Sentiva ancora la sua voce frullare nella testa.
"Continuerò a colpirti, Aoyama, finché non ti
toglierai dalla faccia quell'espressione disgustosa."
Ci era rimasto male, ovviamente.
Aveva cercato di alzare il braccio, solo per difendersi, lui non avrebbe
mai colpito un -cosa? Amico? Alleato? Boh, compagno di qualcosa in una
storia di tanto tempo fa-, ma la forza era stata la prima cosa ad
abbandonarlo, seguita dal suo caldo sorriso e da pezzi di un'anima
deturpata dissolti nell'acido.
Da qualche parte, però, aveva provato anche un masochistico piacere, di
quelli che nascono alla base dello stomaco arrotolandosi insieme alla
consapevolezza che, nonostante tutto, quel bastardo aveva mosso il suo
culo apposta per lui.
E lo aveva picchiato...
"Basta... smettila... ti prego basta, non ce la faccio più!"
Aveva urlato lui, o almeno così gli era parso, mentre invece la sua
bella voce -la stessa che ogni volta spingeva sua madre a insistere perché
entrasse a far parte del coro- era uscita ruvida come cartavetrata, in un
sussurro terrorizzato, disperato. Annientato.
"Non ce la faccio più."
Non era neppure sicuro che si riferisse ai pugni.
Era stato allora che la mano di Shirogane si era fermata a mezz'aria, la
destra invece sempre stretta al colletto della sua maglietta perché, se
l'avesse lasciato, Aoyama sarebbe caduto in terra, incapace di sostenersi
da solo.
Non ce la faceva più, l'aveva detto.
"Certo che non ce la fai più, stupido!" Gli aveva ringhiato contro
il giovane americano, così maturo nei suoi diciotto anni "Come puoi
pretendere di affrontare tutto questo da solo, eh? Razza di idiota!"
Dio, quanto aveva ragione!
E lui, Aoyama, lo aveva guardato dritto negli occhi, sentendosi perso ed
al contempo ritrovando il senso di qualcosa che stava lentamente
dimenticando.
Gli era stato grato, mentre pugnali di zaffiro penetravano nei suoi occhi.
Gli era stato grato, in seguito, per tutto il tempo che perse a stargli
dietro, semplicemente ad ascoltare i suoi silenzi, sedendosi sul pavimento
della sua stanza e guardando fuori dalla finestra o lanciando quella
stupida palla da baseball, che un giorno aveva deciso arbitrariamente di
dimenticare a casa sua, contro il muro.
Ce l'aveva ancora Aoyama.
La stupida palla da baseball.
Di quelle con l'autografo stampato dalle case costruttrici di giocattoli.
Troneggiava orgogliosamente sulla sua scrivania, tra libri di medicina e
giurisprudenza, tenendo fermo il mucchio di richieste di iscrizioni
all'università.
"Per inciso, non te l'ho regalata." Gli aveva detto un giorno Shirogane,
rigirandosela tra le mani, senza guardarlo, perchè era una cosa che faceva
di rado. Guardarlo. Enfatizzava di più il disinteresse che ricamava le sue
frasi, gli dava un tono da "duro e puro" anche se non lo era affatto.
"Lo so." Aveva risposto invece Aoyama, anche se non era vero che lo
sapeva, però aveva preso in considerazione quella possibilità.
"Non ho posto dove metterla, la prossima volta me la porto via."
Con quella scusa continuava ad andarlo a trovare.
Una scusa geniale, impediva ad entrambi di pensare che lo facesse per pura
gentilezza.
Il Rainbow Bridge si stagliava davanti a lui.
Immenso, gigante d'asfalto e acciaio. Infinito.
Non lo aveva imboccato, si era invece fermato sulla corsia d'emergenza,
lasciando che lampi arancioni e gialli di abbaglianti delle auto
svettassero intorno a lui, in un turbinio di luci psichedeliche che davano
alla testa se guardate troppo a lungo.
La strada la conosceva, avrebbe potuto percorrerla ad occhi chiusi, senza
mani e senza freni, dritto fino alla sua meta, il punto era che non voleva
arrivarci alla meta e cercava di trovare mille scuse per tirarsi indietro.
La parte del vile alle volte gli riusciva bene.
Era stato tutto così diverso dalla sua storia con Ichigo.
Diverso cosa?
Cazzo, tutto!
Era avvenuto tutto così lentamente e con tanta naturalezza che neppure se
ne era reso conto. Piano, senza chiedere il permesso, semplicemente
facendolo e basta, gli era entrato dentro, si era piantato nel suo
cervello ed aspettava paziente il momento di esplodere come una mina
subacquea.
"Il tuo amico verrà anche oggi, Masaya-kun?"
Era sdraiato sul letto, guardava il soffitto dove aveva appeso il suo
poster preferito: spazio infinito racchiuso in un foglio plastificato di
mezzo metro per uno.
Ci erano voluti due anni perché si decidesse a dare un po' di vita a
quella sua stanza dopo il trasloco, ma alla fine ci era riuscito.
Più o meno.
Non che gliene fregasse più di tanto.
"Non siamo amici, okaasan." Aveva risposto con tono vago, più
apatico che altro, modulando troppo tardi le corde vocali in un suono
gentile.
"Oh, capisco. Però è molto gentile a preoccuparsi per te, è proprio una
brava persona." Doveva aver preso da sua madre Masaya, anche se non
c'era il sangue di lei a scorrergli nelle vene.
E, comunque, alla fine era venuto lo stesso.
Quel tipo.
Quello che non era davvero suo amico.
Ryou Shirogane, o Shirogane e basta, come aveva imparato a chiamarlo lui.
D'altronde anche l'americano lo chiamava solo per cognome, si sedeva da
qualsiasi parte gli capitasse nella sua stanza e se ne stava lì. Erano
visite senza impegno le sue, di quelle che sei obbligato a fare a qualche
parente bloccato in ospedale perchè tua madre ti ha rotto talmente tanto i
coglioni che se non lo fai ti esploderanno nei boxer.
"E' cambiata." Gli aveva detto una volta. Da qualche parte ci aveva
infilato anche un saluto a cui, ovviamente, Masaya aveva risposto con
l'ombra di un sorriso ed uno sguardo tirato di sottecchi che -se questa
non è sfiga- Ryou aveva incrociato giusto in tempo.
"Dici?"
Aveva capito al volo che parlava della stanza. Era un ragazzo buono
Masaya, ma idiota fino a quel punto non lo era mai stato, forse un po'
lento riguardo a certe cose, ma abbastanza sveglio per imparare le lezioni
ed evitare di ripetere gli errori.
Di solito.
"E' più accogliente. O almeno credo."
Di contro Ryou era un ragazzo che raramente si concedeva in
apprezzamenti o puttanate varie. Non era di quelle stronzate che la gente
aveva bisogno, non era l'ipocrisia di cazzate dette e mai pensate che le
persone chiedevano. Preferiva i gesti. Preferiva anche il silenzio alle
volte.
Generalmente, però, era lui a spezzarlo.
"Hai anche messo un poster. Stai facendo progressi."
Aveva ghignato, beffardo, per sottolineare il fatto che lo stesse un
po' prendendo in giro e che magari parlava anche sul serio, difficile
dirlo, ma non era davvero una cosa a cui darci bado; Masaya infatti si
limitò a voltare il capo sul materasso osservando il profilo del ragazzo.
Americano.
Forse meticcio, si chiamava pur sempre Shirogane ed è un cognome che ha
ben poco dell'americano.
Osservava quel ghigno canagliesco che incurvava le labbra con una
morbosità quasi assoluta, quasi avesse voluto carpirne ogni sfumatura per
poi ridipingerlo su una tela bianca. Ossessivamente. Gli capitava sempre
più spesso e non aveva mai osato chiedersi il perché.
"L'ho sentita, sai?" gli era venuto spontaneo dirglielo mentre lo fissava,
senza una buona ragione.
"Chi?"
"Ichigo-chan."
Non si seppero spiegare cosa provocò quel nome nelle loro teste, tante
cose, forse troppe, forse in realtà troppo poche rispetto a quelle che
avrebbero dovuto sentire. Non lo avrebbero saputo, fecero entrambi finta
di niente; ci sono cose a cui potevano pensare più avanti o, magari, non
pensarci affatto.
"Ah."
Masaya aveva continuato a guardarlo, soprattutto dopo quel 'Ah' che gli
aveva rifilato e poi aveva sbuffato o sospirato, la differenza era così
sottile che non se ne preoccupò affatto.
"Gliel'hai detto tu di chiamarmi?"
Aveva intuito il ragazzo. Era stato un idiota che si era fatto
letteralmente sbattere al muro da sette coglioni, ma aveva intuito. Quando
si trattava di stronzate.
Ryou avrebbe voluto complimentarsi con lui, sbattergli in faccia che certe
qualità uno le deve usare nella Vita, che non sono fatte per bellezza,
perchè alla gente che tu sia buono non frega proprio un cazzo, anzi, tanto
peggio per te.
Invece si era limitato a rispondere.
"Sì."
"Lo immaginavo."
"E allora?"
"Niente."
Le poche volte che intraprendevano dei discorsi meno futili e più lunghi
di un 'Ciao, non avevo niente da fare quindi sono passato' finivano così,
nel niente, rendendo inutile anche il fatto che li avessero iniziati.
"Ti ha perdonato?" aveva ripreso Ryou, convinto questa volta a non
permettergli di far cadere il discorso perchè: porca puttana, che palle!
Masaya invece ci aveva messo un po' di più a carburare, più che altro a
rendersi conto che starsene zitto non lo avrebbe portato molto lontano e
che, magari, era in debito con quel tipo. Lo stesso tipo che non era suo
amico.
Buffo.
Insensato.
Non erano amici e ormai si vedevano un giorno sì e l'altro pure, da un
paio di mesi ormai.
Perché?
Chi lo sa.
Oh, già, per la famosa stupida palla che Shirogane ancora non si era
deciso a riprendersi e portarsi via una volta per tutte.
"No."
Ichigo non lo aveva più perdonato, le sue amiche alle volte lo salutavano
quando lo incontravano in città, altre fingevano di non vederlo o non
riconoscerlo e, a proposito, aveva perfino ricominciato ad andare a
scuola, dopo il trasferimento ovvio. Sempre a Tokyo, ma in periferia, da
qualche parte dove i prati erano più verdi, lo smog faceva sempre schifo
come al centro ma se strizzavi gli occhi e poi li aprivi ti pareva di
vedere le lucciole in veranda, miriadi di puntini bianchi che dopo qualche
secondo, quando la pupilla tornava a restringersi, sparivano
nell'immaginazione.
"E tu, l'hai perdonata?"
Capitava raramente che il diciottenne se ne uscisse con quel tipo di
domande spiazzanti, quelle che si conficcavano dritte nella schiena come
una freccia scoccata da una balestra invisibile, cosparsa di acido e
cianuro.
Allora Masaya doveva prendersi del tempo, leccare la ferita e fingere che
no, non lo aveva toccato minimamente.
Peccato facesse schifo a mentire.
"Non c'è niente di cui la incolpo."
"Ah no?"
"Naturalmente!"
E si era messo a sedere in uno scatto.
E guardava il biondo con occhi pieni di risentimento.
E annegava stupidamente in quel lago blu di iridi appartenenti ad un cielo
bastardo, troppo bello per poter resistere.
E -cazzo!- perché alla fine era sempre lui a perdere quei loro duelli
silenziosi?!
"Mi irriti." gli aveva sibilato Shirogane, si era alzato, aveva preso tra
le mani la sua stupida palla da baseball e per un attimo Aoyama aveva
pensato che se la sarebbe messa in tasca, che avrebbe finalmente chiuso
con quella storia dell'andare a trovare il povero pirla così, giusto
perchè nessun altro lo cagava abbastanza e perchè aveva deciso di punto in
bianco che anche i suoi amici -quelli veri- erano in realtà degli stronzi
approfittatori. Forse ci aveva pensato anche Ryou, poi però l'aveva
stretta tra le dita, facendo diventare bianche le nocche, ancor più di
quanto la sua pelle già non fosse e l'aveva lanciata contro il muro,
facendola rimbalzare in quattro salti esatti da un muro all'altro e poi
cadere sul letto del ragazzo.
Non si era girato a controllare che così fosse, non gliene era fregato
niente, aveva preso e se ne era andato via.
Fanculo e tanti saluti.
Il motore si stava raffreddando, la fronte poggiava al volante e gli occhi
erano tenuti chiusi.
Ancora fermo all'inizio di quel cazzo di Rainbow Bridge che non aveva mai
particolarmente amato ma che, nonostante tutto, non odiava neppure.
Era un po' come la sua relazione con Shirogane, no, non che si intendesse
relazione nel vero senso della parola o, almeno, non all'inizio.
Inizialmente era qualcosa, era piuttosto una perdita di tempo da
parte di entrambi, uno scambiarsi quattro chiacchiere a caso perchè l'uno
aveva trovato improvvisamente manie da buon samaritano e l'altro era il
povero agnellino stuprato dai lupi. Qualcosa del genere, insomma.
Poi le cose erano andate avanti, gli erano sfuggite di mano, a tutti e due
e, non a caso, in quel momento pensò proprio al fatto che non le aveva mai
davvero avute tra le mani.
Lo avrebbe capito.
La sensazione sarebbe stata come quella che provò in quell'esatto istante,
mentre le dita in un gesto meccanico scendevano ai jeans e ne tiravano giù
la lampo in un suono simile ad uno strappo. Perfetto, era come lacerare la
sua stessa anima con le mani, era come sporcarsi da solo di fango e
continuare a scavare e scavare nel pozzo del suo essere finché non avrebbe
trovato una corda abbastanza lunga con la quale impiccarsi.
Perché gli piaceva e lo disgustava allo stesso tempo.
Esattamente come quella squillo di due anni e mezzo prima.
Esattamente come la prima volta chiuso nella sua camera, senza genitori in
casa o visite di parenti particolarmente preoccupati per la sua salute
fisica e mentale.
Peccato non avessero mai capito niente, nessuno di loro.
Men che meno Shirogane.
Era stata una giornata di merda, una di quelle da
gettare nel cesso e dimenticare tirando la corda.
Rintanato nella sua stanza, al sicuro tra quelle quattro pareti che in
momenti come quelli gli avevano sempre tenuto fedelmente compagnia, si era
gettato sul letto; non c'era stata nessuna novità in quel gesto, nulla che
avrebbe dato da pensare.
Non c'era rumore, non c'era nessuno in casa oltre a lui, soltanto la notte
che lo spiava dalla finestra e l'immagine di Shirogane che gli dava le
spalle insieme a quelle due uniche parole sibilate.
Mi irriti.
Era una cosa che sapeva: Masaya era fatto per irritare le persone, per
gettare loro in faccia la propria perfezione ed attirare le invidie di
tutti.
Anche quando non lo voleva.
Ma quelli erano cazzi suoi, non poteva pretendere che la gente stesse
anche ad ascoltare le sue scuse o le sue giustificazioni.
Aveva ripensato allo sguardo di Shirogane, a quelle schegge di zaffiro che
ad ogni occhiata si conficcavano in fronte, esattamente nel mezzo, tra i
propri occhi. Era un chiodo che trafiggeva la testa, un fottutissimo
puntello conficcato ben in profondità.
Assuefacente e doloroso al tempo stesso, non riusciva a smettere di
pensarci.
La mano destra aveva risalito l'addome per scivolare lungo la felpa,
sempre un po' più in basso tra le pieghe dei jeans, frusciando ad ogni
movimento.
C'era stato quel rumore, quello ziiip quasi stridulo che per un
attimo aveva zittito il frinire delle cicale e dei grilli e poi...
Ricordava solo il respiro che si era fatto improvvisamente pesante.
Ansimava.
Il cuore aveva iniziato a pompare il sangue più in fretta, martellando
dolorosamente nel petto.
Aveva sentito un maledettissimo calore dipanarsi in tutto il corpo, il
pulsare furioso tra le gambe, i brividi che lo risalivano in continuazione
in ondate di piacere che si muovevano al ritmo di una mano al bassoventre.
"Shi... Shirogane..." aveva mormorato la sua voce.
Nemmeno nelle sue fantasie riusciva a chiamarlo per nome, bisognava essere
proprio idioti e codardi.
Soltanto quando nelle iridi si specchiò l'immagine della propria mano
bagnata dal proprio seme realizzò davvero cos'aveva appena fatto.
L'imbarazzo era stata la prima cosa a comparire sul volto, seguito
dall'incredulità, dall'orrore e da un sacco di altre cose che non riuscì a
mandar via nemmeno dopo una doccia ghiacciata.
Poi Shirogane era tornato.
Il giorno dopo si era presentato suonando il campanello, due volte,
com'era sua abitudine e Masaya aveva saputo subito che si trattava di lui
e che, dopotutto, non l'aveva irritato poi così tanto. Altrimenti non
sarebbe tornato.
Erano andati in camera sua.
Ma il diciottenne non ci era rimasto molto.
"La palla." lo aveva da subito incalzato Masaya.
Ryou ci aveva messo un po' per realizzare quello che gli era appena stato
detto.
Più che altro non era sicuro di averne afferrato a pieno il senso seppure
sentisse che, sì, invece era esattamente ciò che aveva capito.
"Cosa?" aveva domandato comunque. Sempre meglio essere sicuri, si era
detto.
"La tua palla. Da baseball."
Ancor prima che Masaya gli specificasse di quale palla stesse parlando il
ragazzo aveva già rivolto lo sguardo verso la scrivania, verso la stupida
palla da baseball, per l'appunto.
Un sopracciglio si era aggrottato, forse entrambi, e aveva passato qualche
lungo minuto a fissarla in silenzio, ponendosi domande astruse che non lo
avevano portato da nessuna parte finché non sentì il seguito della frase.
"Prendila."
Il bello di Ryou Shirogane è che era abbastanza furbo da sapere quando e
come piantarti in fronte una delle sue frecciatine, spiazzandoti
completamente con quel suo sguardo distante ed il sorriso di sufficienza
anche quando in realtà la sua arroganza era una farsa, così come tante
altre cose lo riguardavano, compresa quella sua assurda sicurezza sempre e
comunque.
Il bello di Masaya Aoyama invece è che aveva gli occhi di chi è un po'
ingenuo ed un po' bambino ma, se voleva e si impegnava, sapeva mettertelo
-figurativamente, eh!- in quel posto e lasciarti un sorriso ebete stampato
sulla faccia, stupido, ma piacevolmente stupito. Quasi orgoglioso a
pensare che, in fondo, anche un Mr. Perfettino come lui avesse un briciolo
di umana malizia.
In quel momento però, lati come questi, servirono a ben poco.
"Ti ho detto che a casa mia..."
"Lo so cosa mi hai detto, Shirogane. Potrò sembrarti stupido ma di solito
ascolto quando mi si parla."
Non gli era particolarmente piaciuto il tono che il più giovane aveva
usato.
Gentile. Vagamente.
Duro. O freddamente tagliente.
Optò per quest'ultima.
Il diciottenne si era passato una mano tra i biondi capelli e aveva
sospirato. In realtà temporeggiava e non lo faceva neppure tanto bene.
Si era girato, aveva mosso qualche passo in direzione di Aoyama e, mani
infilate in tasca, aveva abbassato il capo verso di lui.
Chissà perché Aoyama se ne stava sempre accomodato sul letto e lui di
solito per terra, anche se, da quando Masaya si era deciso a dare una
rinfrescata alla sua stanza, Ryou aveva preso la buona abitudine di
piazzarsi alla poltrona girevole alla scrivania, davanti ad un vecchio Mac.
Probabilmente era l'abitudine.
"Che ti prende?" gli aveva poi chiesto; non sapeva nemmeno perché doveva
essergli preso necessariamente qualcosa, però pose la domanda.
Aveva atteso a lungo, déi!, credeva che sarebbe invecchiato di
dieci anni prima di ottenere la risposta.
Poi, piano, quasi timidamente sebbene cercasse di darsi un tono da duro,
imitando quello del biondo, la voce di Masaya si era fatta largo tra i
suoi pensieri.
"Ieri sera" aveva iniziato, lo sguardo che non si fermava un momento,
prima era puntato ai piedi nudi, poi al pavimento un po' più in là, poi si
era di nuovo spostato alla sua Bokken e all'arco di Kyudo appoggiati con
cura contro l'angolo del muro "mi sono masturbato. E' stata la prima
volta."
Era schifosamente sincero Aoyama, decisamente troppo.
"Pensavo a te. Ai tuoi occhi... credo."
Lui o i suoi occhi, il punto rimaneva.
Alcune persone si sarebbero potute sentire lusingate, altre no.
Lui, Shirogane, boh. Forse era troppo scioccato per sapere cos'altro
essere.
Aveva indietreggiato fino ad urtare con la schiena il bordo della
scrivania dove una stupida palla da baseball rotolò, direttamente tra le
sue mani, come attratta da una forza magica o da una calamita.
"Forse dovrei riprenderla." aveva annunciato, deciso nella sua insicurezza
o insicuro nella sua decisione, era la stessa cosa.
"Sì, dovresti." gli aveva confermato Masaya.
L'aveva rigirata tra le mani per qualche altro interminabile secondo prima
di farla scivolare nella tasca del giubbotto.
"Ciao."
Di solito evitavano i saluti, lo facevano soltanto quando la signora
Aoyama era in casa.
Quel giorno non c'era.
Ma sarebbe stato il loro ultimo saluto, quindi potevano anche fare uno
sforzo.
"Ciao."
Gemiti di piacere, trattenuti dai denti che mordevano a sangue le labbra,
si perdevano nell'abitacolo di una Volkswagen.
Il tepore del riscaldamento appannava i sensi alimentando le scariche di
piacere violento ad ogni movimento della mano, bruciando nel corpo,
dolorosamente piacevoli.
Il busto si poggiò completamente contro il sedile, abbandonandosi e
spingendosi alle volte contro di esso quando gli ansimi si facevano
talmente forti da spezzargli addirittura il fiato in gola, facendolo
soffocare.
Lo sguardo divenuto completamente lucido mentre la mente si trascinava in
una tempesta di piacere, invocando di volta in volta il nome di Shirogane.
Come quel giorno. Follemente delirante, assurdamente folle.
"Shirogane..."
Doveva essere pazzo se a distanza di due anni ancora non era riuscito a
chiamarlo per nome neppure in un momento come quello.
Doveva essere pazzo e basta.
Masaya Aoyama, il ragazzo perfetto, idolo di tutte le ragazze giapponesi,
ridotto ad un insulso self-service nella propria macchina.
Gli occhi appena dischiusi ed appannati, il respiro divenuto rarefatto si
condensava in piccole nuvolette di fiato bollente troppo ravvicinate l'una
all'altra per dare alla prima il tempo di svanire nell'aria pesante
dell'abitacolo.
L'elastico dei boxer tagliava il suo polso, dannatamente stretto intorno
al suo braccio mentre la mano scivolava sul bassoventre lungo l'erezione
che pulsava per essere appagata, insieme ad un cuore che vomitava i suoi
battiti direttamente nella gola, assordandolo con piccole dolorose
deflagrazioni in un piacere masochistico alimentato dal proprio tocco.
"Shirogane..."
Fissazione nella testa.
Le spalle che si sollevavano su e giù seguendo gli ansimi di un respiro
fatto a pezzi, mentre l'immaginazione ricreava sfere di zaffiri che da
sole riuscivano a contenere l'intero cielo.
Dèi, quegli occhi erano piccoli magneti, erano biglie di desiderio,
erano droga di cui ormai era diventato dipendente.
Erano la sua ossessione.
Si morse il labbro inferiore a sangue ingoiando un gemito più forte degli
altri, lungo le dita scorreva il liquido biancastro del suo seme e
l'ossigeno tornava con violenza a riempire i polmoni e a testa si svuotava
completamente di pensieri e di parole.
"Cazzo..."
Sì, beh, a parte questa, ovvio.
Lo sguardo di lucida nocciola scivolò al cassetto dell'abitacolo da cui
estrasse un fazzoletto, per pulirsi alla bene meglio.
Sul sedile accanto al suo, il cellulare vibrò più volte lampeggiando per
un messaggio appena arrivato.
"Maledizione..." soffiò via, sentendosi improvvisamente stupido, anzi,
visto ciò che aveva appena fatto, si sentì totalmente un coglione.
Prese in mano il cellulare aprendo il messaggio.
[Dove ti sei perso?]
Non diceva altro, un sms sprecato per
quattro parole. Dove. Ti. Sei. perso.
Non ne aveva idea, fisicamente era quasi arrivato, non doveva far altro
che oltrepassare il Rainbow Bridge e accostare l'auto da qualche parte,
cercando l'edificio dalle mattonelle color ciliegia sbiadita. Mentalmente
però era tutta un'altra storia e sembrava non voler ancora ritrovare la
strada di casa, preferiva continuare a vagare sulla barca dei ricordi,
naufragando di isola in isola finché non sarebbe crepato di freddo, fame o
chissà che altro.
Le dita si mossero veloci ai tasti del cellulare ed il messaggio in
risposta venne spedito subito dopo.
[Non lo so, ho bisogno di tempo.]
Non passò neppure un minuto che di nuovo
rivibrò, insistente ed irritante. Maledetto affare che non lo lasciava in
pace!
E' il modo gentile di Masaya Aoyama per dire che vuole mollarmi?
Piccoli aghi di ghiaccio si conficcarono nel petto insieme a stille di
dolore acuto.
[No... Non lo so... E' che...]
Dèi, perfino nei messaggi sapeva essere pateticamente indeciso quando
si trattava di ferire qualcuno! Si perdeva in insulse congetture quali "E
se non mi perdonerà più?" o "E se continuerà a soffrire a causa mia?".
Idiota. Ed egocentrico. Mai che si desse una svegliata una volta per tutte
ed accettasse il fatto che non tutto va come programmato, anzi, la maggior
parte delle volte la vita ti fotte, alla grande... lui soprattutto avrebbe
dovuto saperlo. Ricordarlo per lo meno.
Invece guardava il display esitando nello spedire quel maledettissimo
messaggio, carezzando con il polpastrello il tasto OK ed indugiando
secondo dopo secondo.
Finché un campanello non trillò stridulo nella sua testa ed allora rivide
se stesso mentre andava ad aprire la porta del proprio appartamento
sperando che i suoi non fossero tornati così presto.
Non aveva voglia di sentir loro chiedere come gli andasse, se si sentisse
di uscire, se fosse sereno, se avesse riacquistato la sua piccola fetta di
felicità perché lui era un bambino tanto buono che la meritava tutta. Non
avevano ancora realizzato che a sedici anni si ha smesso da un pezzo di
essere dei bambini, si chiama adolescenza quello stadio e lui se la stava
sputtanando in gran parte.
Così, per il gusto di vedersela sbriciolata tra le mani.
Così, per una ragione che si chiamava...
"Shirogane?"
Lo sguardo di zaffiro ghiacciato fu la prima cosa che i suoi occhi
incontrarono, poi ciuffi di una frangia spettinata del colore del sole,
ricaduti a casaccio sulla fronte candida.
Di certo era l'ultima persona che avrebbe pensato di poter rivedere.
Davanti alla sua porta. In casa sua. Con una stupidissima palla da
baseball in mano e l'aria colpevole che soltanto due giorni prima era
appartenuta a Masaya.
"Ieri sera" aveva
iniziato ed era stato come risentire un disco appena registrato con la
voce di un altro "Mi sono masturbato."
Gli occhi del più giovane si erano accesi di genuino stupore.
"Pensavo a te."
Il cuore invece doveva essere esploso nel petto o entrato in sciopero.
"Adesso siamo pari."
Una frase assurda per una situazione assurda e per un tempo che parve non
finire mai si guardarono, lì, fermi sulla soglia di casa Aoyama.
"I tuoi sono in casa?" la domanda era giunta a fatica. Sentiva la bocca
asciutta, la gola secca, il cervello in panne. Non sapeva neppure come ci
era riuscito a formulare una frase di senso compiuto.
"No." aveva risposto Masaya, aggrottando un poco la fronte, come quando
c'era qualcosa che lo aveva colpito ma non era sicuro che fosse un bene e,
d'altra parte, era quasi convinto che non potesse essere un male.
Le difficoltà fortificano, diceva qualcuno.
Ma nulla sulle assurdità della vita. Proprio nulla.
"Posso entrare?"
"Credo... di no..."
"Credi di no." semplicemente aveva registrato il dato ed aspettava una
spiegazione per quel suo credere.
"Credo che dovremmo chiarire."
"D'accordo, inizia pure."
Ma Aoyama non aveva mai iniziato, se ne era stato lì a boccheggiare
stupidamente sulla soglia senza una frase adatta che fosse stata una, con
il vuoto totale che riempiva la sua testa e mille congetture andate a
puttane in meno di un secondo.
"Umpf, Aoyama, se non uscirà nessuna frase di senso compiuto dalla tua
bocca inizierò a pensare che la tua sia solo una scusa."
"Non è così!"
O forse sì, ma non voleva ammetterlo.
Ryou aveva aspettato qualche altro secondo, poi aveva alzato gli occhi al
cielo ed aveva sospirato.
"Perché credi che venissi tutti i fottuti giorni a trovarti, per quella
stupida palla da baseball?"
Alla fine l'aveva ammesso anche lui che era solo una stupida palla da
baseball.
"Non lo so, forse perché ti facevo pena."
"Anche."
"Ahi." Masaya aveva abbassato lo sguardo e chiuso gli occhi per un
istante, incassando il colpo che in realtà si era totalmente cercato.
"Scusa."
"Niente."
Un sorriso e tutto si rimetteva a posto, magari ci si poteva aggiungere
anche una pacca sulla spalla ma probabilmente non era il caso di andare
oltre.
Bastò il gesto del suo capo, capelli corvini che sfilavano su una fronte
appena abbronzata mentre la testa faceva cenno a Ryou di accomodarsi.
Finalmente in casa sua.
Di nuovo.
Circondato da un profumo che aveva iniziato ad apprezzare e a trovare
normale, ricercandolo inesorabilmente. Desiderandolo.
"Hai da bere? Intendo qualcosa di forte, che non sia acqua." l'americano
lo aveva guardato, studiando la sua figura velocemente e storcendo il naso
in un movimento così naturale che ormai lo faceva anche quando non ve
n'era bisogno "O latte." aveva aggiunto come a sottolineare qualcosa che
il padrone di casa colse alla perfezione.
"Birra." aveva affermato infatti, tirandone fuori un paio dal frigorifero.
Una per lui ed una per sé.
Ryou lo aveva guardato.
Stupito.
Accadeva di rado.
Con Masaya, tuttavia, accadeva troppo spesso.
Ed ancora una volta il ragazzo aveva colto perfettamente cosa passasse per
la testa del biondo, non che fosse poi così difficile.
"Non credo che ubriacarti renderà tutto questo più facile."
"Non credi di star lavorando un po' troppo di fantasia, Aoyama?"
"Dopo quello che è successo, sarei io quello che lavora di fantasia?" e lo
aveva guardato mentre gli porgeva la domanda, dritto negli occhi; era
stato come essere colpito da un proiettile e rimanerci secco sul posto.
Senza fiato.
"Tou-chez..." ne era uscito un bisbiglio soffocato, rantolato quasi,
mentre il cervello non faceva altro che lanciargli scariche elettriche che
si traducevano in grida irritate: bacialo, bacialo, bacialo, Bacialo!
No! Si era detto, trovando una calma che era del tutto artificiale,
costruita come la maschera inespressiva che si ritrovò istintivamente ad
indossare, con gli occhi zaffirini puntati tra le mani di Masaya ed il
mento che indicava la bottiglia di vetro appena stappata.
"Che fai, non bevi?" gli aveva domandato.
"Nh. Non mi piace il sapore della birra..."
Dio...
Non aveva mai conosciuto nessuno di così stupidamente innocente come quel
ragazzo. Forse era ancora avvolto nel celofan con cui la cicogna lo aveva
lasciato ai suoi genitori adottivi.
Non beveva. Non fumava. Non faceva sesso con una ragazza da ormai quanto
tempo? Umpf, aveva sedici anni, diciassette quasi, ma non era cambiato
quasi per niente da quando lo aveva conosciuto quattro anni addietro.
Pivello.
Dotato di una perfezione che era stata sporcata.
Doveva essere stato questo ad aver attirato il diciottenne, si era
ritrovato a volargli vicino con l'irresistibile curiosità di una falena
con il fuoco, finché non ne era rimasto scottato. Soprattutto il cervello,
puff, bruciato in un incendio prima di tutto il resto. Ecco perché la mano
destra si mosse a stringere la propria birra rovesciandone il liquido
ghiacciato in gola, sentendolo scivolare giù freddamente.
Bacialo. Bacialo. Bacialo. Bacialo!
Cervello di merda!
Alla fine comunque non aveva dovuto far altro che aspettare perché fosse
Aoyama a soddisfare quella richiesta: lo vide appoggiare la bottiglia sul
piano cottura e con un paio di falcate annientare ogni distanza.
La sua mano si era aggrappata alla propria spalla, con una forza che non
credeva potesse possedere. Ne aveva guardato le labbra morbide di quel
viso che proprio non voleva saperne di abbandonare i lineamenti
dell'infanzia, sino a sentirne la soffice consistenza direttamente sulla
propria bocca, fresca, piacevole. E l'aveva dischiusa per approfondire
quel bacio, comandare alla lingua di farsi strada nell'antro del più
giovane ed invitarlo nel proprio, stringendo con entrambe le mani i suoi
fianchi straordinariamente stretti, ritrovandosi a tirare il suo corpo
verso di sé, in modo che aderisse con il proprio, scontrando il petto con
il suo. Il cuore aveva iniziato a battere così forte, gli venne perfino il
timore che sarebbe fuggito rintanandosi nella cassa toracica di Masaya,
insieme al suo che batteva allo stesso ritmo. Era stato come sentire una
canzone d'amore scandita solo dalle note dure di una batteria.
Era stato... Porca puttana, come cazzo era riuscito a sopravvivere
fin'ora, senza quel bacio?
Le labbra ancora incollate e la saliva che si mischiava ad ogni tocco
della lingua, ad ogni movimento della bocca, mentre il respiro veniva
ingoiato e divorato, almeno finché non sarebbero morti entrambi soffocati.
C'era voluto un po' perché il bacio si sciogliesse, loro malgrado.
Avevano trovato la posizione ideale, lo stato d'animo ideale, che la sola
idea di privarsene sarebbe bastata per ucciderli.
"Credevo non ti piacesse il sapore della birra."
Ryou aveva poggiato la fronte a quella di Masaya e gli aveva sorriso.
Non lo faceva spesso, per lo meno, non così. Era stato un sorriso
sbarazzino, di quelli da bambino birichino. Impudente, intenso, dolce...
era stato un sorriso che ne valse mille.
"Lo credevo anche io."
Si era alzato sulle punte dei piedi per poter arrivare nuovamente alle
labbra dell'americano, mostrando una lingua smaliziata che aveva raccolto
le ultime gocce di birra ridisegnando semplicemente i contorni di quella
bocca, con un candore disarmante che fece scorrere un brivido giù per la
schiena del diciottenne. Lui aveva fatto scorrere le mani alla sua schiena
e lo aveva chiuso in un abbraccio.
"Aoyama."
Non l'avevano mai usato il loro nome.
Troppa confidenza. Come se fosse bastato quello per evitare di fare
cazzate o di finire coinvolti in qualcosa di troppo complicato, troppo
anormale. Troppo, punto.
"Sì?"
"Non dobbiamo per forza...?"
Imbarazzato, o quasi, non aveva neppure avuto il coraggio di proseguire la
frase e terminare la domanda.
"No."
Avevano sospirato entrambi, chi più sollevato, chi meno.
"Perfetto, perché, sinceramente, non sarei stato pronto."
"Sarebbe troppo anche per me, immagino."
"Bene."
"Shirogane."
"Mhm?"
"Ti dispiace se rimango così ancora per un po'?"
Non gli aveva risposto.
Aveva stretto un po' di più le braccia intorno alle sue spalle e aveva
affondato la fronte al suo collo, sfiorandolo alle volte con le labbra in
baci lievi e casuali, come un vampiro che lento seduce la sua vittima.
Prese un profondo sospiro prima di cancellare il messaggio che
inizialmente stava scrivendo. Lettera dopo lettera le frasi svanirono
sotto il tasto CANC ed il dito riscorse sui numeri digitando una nuova
frase.
Enter.
Messaggio inviato.
Sorrise.
Soddisfatto.
E mise in moto qualche secondo prima che sul cellulare comparisse l'avviso
dell'ennesimo messaggio di cui neppure si accorse; fece manovra e via,
verso l'asfalto del Rainbow Bridge che i cerchioni della Volkswagen
divorarono pezzo dopo pezzo.
L'edificio color ciliegia sbiadita era il terzo sulla destra, numero 20,
che ormai era anche il numero degli anni del proprietario di uno degli
appartamenti, quello all'ultimo piano, con tanto di terrazzo, mansarda e
vista su una città che da lassù pareva ai suoi piedi.
Non suonò, girò una lunga chiave nella toppa dell'ingresso e poi si
precipitò su per le scale, saltandole a due e a due, fino ad arrivare
all'unica porta presente sul pianerottolo.
Otto piani a piedi.
Otto piani di corsa.
Era arrivato piegato in due, con le mani che poggiavano alle cosce ed il
cuore che pompava a mille. Si rialzò non appena la porta blindata venne
aperta ed una figura avvolta da un paio di pantaloni soltanto si presentò
sulla soglia, guardandolo con perplessità.
Non capitava spesso di ritrovarsi davanti un imbecille che si fa otto
piani di corsa!
"Io..." iniziò lui, l'imbecille, annaspando senza più neppure la forza di
respirare mentre i polmoni bruciavano "Mi dispiace averti fatto dubitare
ma non ho alcuna intenzione di lasciarti, non voglio perderti! E non
saprei come fare se tu decidessi che io non ne valgo la pena." lo disse
tutto d'un fiato, effettivamente con il poco che gli era rimasto,
rischiando di collassare sul pianerottolo. Sarebbe stato uno spettacolo da
non perdere: diciottenne muore per infarto dopo una dichiarazione d'amore,
o qualcosa di molto, molto simile.
Qualcuno rise.
Si accorse soltanto dopo che si trattava della risata cristallina del
ragazzo di fronte a lui.
I capelli biondi erano spettinati e, bagnati, ricadevano più lunghi del
solito a bagnare la fronte ed il collo -allungandosi perfino fino alle
spalle-, da cui una miriade di gocce trasparenti si dipanavano in scie
casuali che conducevano ai muscoli ben disegnati del petto. Il corpo di un
uomo, la bellezza di un Dio.
"Non l'hai letto il messaggio, eh?" domandò la voce del ragazzo biondo.
Ryou Shirogane.
Chi altri?
Masaya aggrottò la fronte.
"No."
"Forse dovresti farlo."
Il ragazzo giapponese cercò nelle tasche dei jeans, in quelle della
giacca, tornò di nuovo ai jeans e soltanto alla fine, nella mente, rivide
il proprio cellulare abbandonato sul sedile della propria auto, otto piani
di sotto.
Cazzo.
Sentì qualcosa di umido all'orecchio ed un bisbiglio. Fu allora che si
rese conto delle labbra dell'americano posate al proprio lobo e il suo
alito caldo che lezioso sfilava sino ai timpani, in un sussurro seducente.
Erotico.
"I love you too, brat."
Ti amo anch'io.
La risposta al suo sms.
Senza, naturalmente, contare il fatto che lo aveva chiamato marmocchio.
Il cuore si perse cercando di risalirgli la gola e le braccia si mossero
all'improvviso, allacciandosi al collo di Ryou per rubargli un bacio che
profumava di bagnoschiuma.
Ryou riuscì appena a stringere le braccia intorno alla sua vita poco prima
di sentire quella giovane furia passionale travolgerlo, con il corpo di
Masaya spinto completamente contro il proprio, aderendovi in un modo quasi
perfetto. Petto contro petto. La giacca del più piccolo che strofinava
contro la propria pelle nuda ed ancora umida. Il proprio cuore che
scandiva il battito contro quella stoffa ruvida e le dita di Masaya
affondate ai propri capelli.
Era qualcosa a cui non era preparato ed ogni volta era come la prima.
Dannatamente eccitante.
Forse troppo.
Abbastanza perché perdesse l'equilibrio ed un secondo dopo erano entrambi
finiti in terra, lui sdraiato sul parquet e l'altro sopra di sé che rideva
e si scusava e poi di nuovo si scusava e rideva.
Quell'imbecille!
"Da quando frequenti anche le lezioni di Kyudo, invece di migliorare, il
tuo portamento ed il tuo equilibrio fanno schifo, Aoyama!"
La voce era lamentosa, sul volto una smorfia ma negli occhi una scintilla
azzurrina che si perse nel blu intenso di quegli zaffiri.
"Ti chiedo scusa."
"Umpf, è il minimo."
L'espressione altezzosa ridefinì i lineamenti ormai adulti di Ryou, il
capo si era alzato di qualche grado per poter guardare meglio il più
piccolo, studiarlo ora che si trovavano così vicini ed
istintivamente le labbra si schiusero in un sorriso. Uno di quei sorrisi
che significava "Voglio scoparti", in un modo più soft e molto, molto più
piacevole.
Anche Masaya sorrise, ma i suoi sorrisi assumevano sempre significati più
dolci, questo in particolare voleva dire "Voglio passare l'eternità
insieme a te".
Si rialzò spostandosi dal suo corpo per mettersi seduto al suo fianco,
permettendo anche a lui di assumere una posizione simile, con l'unica
differenza che la gamba destra era piegata al busto e circondata
pigramente dal braccio.
"Shirogane."
Un sospiro, una mano che passava tra capelli dorati e lo sguardo si
puntava al ragazzo che lo aveva chiamato, affondando in quegli occhi
nocciola, in cui i sogni lentamente stavano tornando uno per uno a
brillare tra la pupilla e l'iride, riempiendoli di sfumature ambrate.
"Eh."
"Perché?"
"Che palle che sei Aoyama, non lasciare a metà le tue domande, mettici un
soggetto ed un complemento una buona volta ed evita di farmi chiedere
sempre 'perché, cosa'. E' una rottura, ok?"
"E' che mi piace sentire la tua voce."
Ryou si lasciò sfuggire un suono, molto simile ad un nts, solo più
rassegnato e anche un pochino più imbarazzato, non tanto, ma quel che
bastava.
"...perché, cosa?" domandò allora.
"Perché sei venuto a casa mia? Intendo la prima volta. Perché sei venuto?"
Tacque.
"Shirogane?"
"Ho sentito."
"Ma non hai risposto."
"Parli troppo."
"Non credo. Parlo il giusto."
"No, fidati, parli troppo."
"Come preferisci, allora sarà meglio che mi dia una risposta o sarò
costretto a parlare ancora."
"Fanculo."
"E' la risposta?"
"Ti pare?"
"No."
"E allora già che ci sei evita anche domande idiote." subito dopo alzò la
mano, per dare un freno alle parole che già stavano uscendo dalla bocca di
Aoyama "Sta zitto. Se vuoi una risposta, sta zitto..."
Così fece.
Era sempre stato obbediente Aoyama, un ragazzo d'oro... che aveva una
storia con un altro ragazzo, del suo stesso sesso, di due anni più grande
di lui, americano ed alle volte particolarmente saccente, o rompiscatole
che fosse. D'altra parte era la stessa cosa che Shirogane pensava di lui,
solo che lo chiamava rompipalle. Era meno gentile Ryou, in effetti.
"Volevo picchiarti."
Tanto tempo sprecato per pensare ad una risposta sensata e poi se ne era
uscito con quella cazzata, ma in effetti era quello che aveva fatto.
L'aveva picchiato.
Finché non gli aveva fatto male la mano, finché lui non lo aveva pregato
di smettere, finché... non ne era stato soddisfatto.
"Perché?"
Odiava i perché di Masaya, erano quei tipi di perché a cui non vuoi dare
una risposta, quei tipi di perché che ti fottono alla grande,
inesorabilmente.
"Perché sì."
"Shirogane."
"Cosa?"
"E' una risposta stupida."
"E allora?"
"Allora fa schifo."
"Saran belle le tue domande."
"Fanculo."
Ryou lo guardò.
Fissamente.
Forse troppo a lungo.
Masaya non si muoveva, si lasciava guardare e, a sua volta, lo guardava.
Tranquillamente.
Serenamente anzi.
Senza pensare a nulla.
Era una cosa che aveva dimenticato: non pensare.
"Era una domanda?"
Alle volte gli piaceva, Aoyama, s'intende, perché Ryou al più giovane
piaceva sempre, probabilmente più del dovuto. Comunque alle volte
gli piaceva, soprattutto quando si metteva ad imitarlo per gioco, per
prenderlo un po' in giro, per sfida, per tutte e tre le cose. Gli riusciva
perfino bene, forse meglio di quanto non riuscisse allo stesso Ryou.
Lo vide alzare le spalle e riabbassarle, in una scrollata di finta
indifferenza.
"Idiota." gli disse anche, sorridendo, e Masaya seppe che non se l'era
presa e che aveva capito che scherzava.
E di nuovo si guardarono negli occhi.
Di nuovo lasciarono che il silenzio li puntellasse sadicamente in quella
pausa in cui entrambi capirono che non era tutto lì e che chiaramente
c'erano altre parole accucciate alla base della gola che presto o tardi
sarebbero uscite e che, naturalmente, sarebbe stato Mr. Perfettino a
pronunciarle.
Mai che tacesse.
Mai che si tirasse indietro dal dire la cosa giusta al momento giusto.
Ancora tanto stupidamente perbenista.
"Non è una cosa normale, vero?"
No, non lo era.
Era sbagliato.
Com'è che l'avevano chiamato quei piccoli figli di puttana quel giorno di
due anni fa, tra gemiti di piacere e lacrime di dolore? Depravato.
Umpf, stronzi.
"E' che non riesco a farne a meno..."
"Nemmeno io."
"Però va bene, no? Voglio dire..." ebbe l'irrefrenabile bisogno di
ricercare la pelle liscia di Ryou sotto le proprie dita, muoverle sul suo
corpo, farle scorrere sul petto e poi più giù, sfiorando con la punta
l'inguine, strappandogli un gemito silenzioso e poi portandole alla
schiena dove i palmi si aprirono aderendo perfettamente. Si piegò verso di
lui, con il volto a pochissima distanza dal suo, respirandogli in faccia.
"Non ti da fastidio se ti amo così tanto?"
Un brivido percorse la sua colonna vertebrale e non seppe se abbinarlo ad
un senso di disgusto o piacere. Porca miseria, possibile che quell'Aoyama
gli facesse sempre lo stesso effetto? Era così dolce da far vomitare ed al
contempo quella sua nauseante dolcezza riusciva a scioglierlo come burro.
Disgustoso.
"Sei proprio un idiota, Aoyama."
E, per fortuna, era il suo idiota, quindi sì, nonostante tutto
andava bene così. Anche così.
"E poi ora che mi stai così appiccicato mi stai facendo venire voglia..."
lasciò apposta la frase a metà, il mezzo ghigno che aveva indosso lasciava
bene ad intendere la malizia della frase, così come la sua lingua che,
dopo aver scoccato sul palato, scivolò ad inumidire le labbra. Lasciva e
blasfema.
Bastava uno sguardo di Ryou, una sua parola bisbigliata, un suo sorriso
appena increspato e l'aria veniva impregnata di una carica erotica
innaturale.
"Tu hai sempre voglia."
Signori e signore ecco a voi Masaya Aoyama: il ragazzo più sincero
dell'universo.
"God... e tu, invece, che razza di adolescente sei?"
"Guarda che è inutile che parli come un vecchietto, hai solo due anni più
di me."
"E con questo? Bastano e avanzano, brat."
"Ah sì?"
"A-ah."
"Shirogane?"
"Che c'è?"
"Scopiamo?"
"Ugh..."
Non solo Masaya Aoyama era schifosamente sincero, ma anche fottutamente
diretto.
E la vicinanza con Ryou Shirogane non migliorava affatto le cose.
Ma, ehy, nonostante tutto andava bene così, Masaya aveva ritrovato il suo
sorriso, la sua sciocca innocenza, che pian piano sarebbe stata ripulita e
la realtà iniziava ad essere meglio della fantasia. Una realtà trapassata
da occhi di ghiaccio bollente e circondata dal profumo inebriante della
pelle di Ryou.
Andava bene anche così, quindi fanculo a tutto il resto.
Certe notte ti senti padrone di un
posto che tanto di giorno non c'è.
Certe notti, se sei fortunato, bussi alla porta di chi è come te
Quelle notti da farci l'amore fin quando fa male, fin quando ce n'è
+†+THE
END+†+
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