Sugli specchi neri degli occhiali cola
languidamente il riflesso di un sole dorato che mano a mano muta il
proprio colore.
Prima giallo. Poi pallidamente arancione. Infine, al di là delle lenti,
dove i suoi occhi finti spiano l’infinito divenuto invisibile
oltre la linea dell’orizzonte, non rimane che il ricordo di un altro
giorno spento nella notte.
Il petto si solleva, le labbra si schiudono, ma non respira.
Non c’è fiato in lui.
Non un cuore che viva in ogni suo battito.
La schiena è poggiata completamente contro il gelido portone di ferro
che da’ sul tetto, a separarla soltanto la pelle nera del giaccone che
indossa. Al di sotto altra pelle, altrettanto fredda. Insensibile.
Qualcosa si muove all’altezza del proprio petto: crini corvini, un volto
di ragazza, occhi chiusi. Un altro corpo fittizio, stretto tra le
proprie braccia.
Ha perfino un nome.
Tutti e due ne hanno uno.
Lentamente lei apre gli occhi, riattivandosi.
"Quanto sono rimasta in stand-by?"
Lui la osserva, sorridendole. E' facile. Basta sollevare gli angoli
della bocca e formare una curva.
Spiare gli esseri umani gli ha insegnato anche questo. E’ una cosa che
gli piace: sorridere. Ed imparare.
"Hai dormito due ore. Puoi tornare a farlo se vuoi, Dita."
La sua nuca è poggiata al petto di Jima e può sentire perfettamente il
ronzio della CPU che lenta lavora ed analizza i dati raccolti. Se non
fosse un persocom la si potrebbe chiamare curiosità.
Nessun cuore. Non che sia umano, per lo meno.
Questo, in un certo senso, ha il potere di rassicurarla.
Perché lui le somiglia. Perché sono uguali, forse non
all'esterno, Jima ha forme maschili mentre lei ha imparato che le curve
morbide dei fianchi e le rotondità appena accennate di un seno ancora
acerbo appartengono a quella che viene chiamata donna.
Il resto, però, è cavi elettrici, ronzio informatico ed impulsi
elettronici.
Jima le piace perché sono uguali. Ma al contempo unici nel loro genere.
Sono solo loro due. Fatti l'uno per appartenere all'altra.
Come fossero amanti. Pur essendo soltanto oggetti creati
dall'uomo.
Non le importa, non è programmata per preoccuparsi di cose del genere.
Il suo compito è solo quello di proteggere Jima.
Ad ogni costo.
Ed è ciò che intende fare.
Le dita della mano destra sfilano ai capelli, srotolando il cavetto usb
con uno strattone del braccio. Jima ne ascolta il rumore, quel
zriiiiip piacevolmente familiare, prima che Dita si colleghi a lui
per controllare che il suo programma funzioni senza problemi.
Unendosi a lui.
Socchiude gli occhi sfilandosi gli occhiali da sole, mentre cerca nella
propria cache il significato più simile che gli esseri umani
danno a quel gesto, assoluto nella sua intimità.
"E' come fare l'amore."
Gli occhi di Dita puntano nei suoi.
"Che cosa?" gli domanda.
"Quello che stiamo facendo, è come fare l'amore." le spiega
paziente, portando il volto più in basso a sfiorare il naso di lei con
il proprio.
E' freddo.
Tutti e due lo sono.
"Non capisco cosa voglia dire."
Jima poggia lentamente la mano guantata a quella di Dita, che ancora
tiene collegato il cavo usb alla sua tempia, sposta più indietro la
nuca, poggiandola alla porta di ferro e continua a tenere l'altro
braccio intorno alla sua vite sottile.
"Lo so" pronuncia tranquillamente "Ma non fa niente."
Dita gli piace perché è femminile anche senza saperlo, perché è gelosa
nonostante non conosca il reale significato della parola, perché è sua e
lo ama in un modo tutto suo.
Nel modo in cui due come loro possono amarsi.
Dita gli piace perché è umana. Pur essendo soltanto un persocom.
"Che cosa fai?"
La domanda è legittima.
Sta scivolando con le dita lungo la curva della schiena nuda di lei,
mostrando una smorfia ad ogni cinghia di cuoio che supera e che si
allaccia intorno al busto di Dita.
"Mhm." la risposta di Jima si arricchisce con una scrollata di spalle
"Vuoi che smetta?"
"Sei strano, Jima."
Sta ancora analizzando i suoi dati ma non c'è nulla che giustifichi
quella sua stranezza.
Jima è proprio fatto così.
Prima di staccare il cavetto da lui, Dita chiude gli occhi e schiude le
labbra -in gesti inconsci-, raccogliendo le ultime gocce dell'ondata di
dati che si è appena riversata nel proprio corpo. Trema appena quando la
mano di Jima preme contro la propria, aiutandola a scollegarsi.
Piano si accoccola meglio tra le sue braccia e torna a posare il capo al
petto largo del persocom. Comodamente.
"Stai bene." annuncia; c'è qualcosa di simile a soddisfazione nella sua
voce piatta.
"Sì. Grazie."
Lo sguardo di Dita si sposta alla linea delle labbra di Jima schiuse in
un nuovo sorriso.
Lei non sorride mai.
Non ne vede il motivo.
Non è programmata per farlo.
"Per che cosa? Controllare che tu stia bene è un mio compito."
Jima scrolla di nuovo le spalle.
"Grazie e basta."
Gli sembra di veder nascere un tenero broncio nell'espressione vacua di
Dita, ma subito dopo lei sbatte le palpebre e sospira. Che peccato.
"Sì, sei proprio strano, Jima."
Se fosse un essere umano non sarebbe così strano.
Ma è un persocom e Dita, per questo, non lo capisce.
Forse, un giorno.
Chi lo sa.