I passi si muovono da soli verso una
meta che dovrebbe essergli sconosciuta.
Non è così.
Non c'è parte di quel luogo che non conosca a memoria, pavimenti che i
suoi piedi non abbiano percorso, muri che le sue mani non abbiano
toccato o finestre da cui i suoi occhi non abbiano guardato.
Scivola nel silenzio della notte, avvolto soltanto dalla cappa oscura
di un cielo riempito di nubi e dalle pareti di un corridoio
apparentemente infinito, trattenendo perfino il respiro.
Un passo. Due. Tre. Quattro... Finchè non giunge davanti alla porta di
un ufficio sempre chiuso.
Sono in pochi ad aver avuto accesso a quelle stanze.
Pochi fortunati a conoscere cosa si ciela al di là di una porta
bianca.
Pochi eletti.
E' solo un ufficio in realtà e, quando la porta si apre senza produrre
neppure un cigolio, lui può di nuovo temporeggiare nel rimirare un
arredamento semplice ed elegante: una scrivania in legno di mogano,
una poltrona in pelle nera dietro di essa e due librerie riempite da
volumi che non riuscirebbe a leggere neppure se gli fosse concesso
tutta la vita. Non che ne avrebbe voglia. Non è un ragazzo che ama
particolarmente tenere la testa tra i libri.
Preferisce l'azione.
Anche per quello lo sguardo ritrova subito l'unico occupante della
stanza.
In piedi accanto alla porta, al suo fianco, che tende la mano verso di
lui afferrandogli il polso, trascinandolo a sè per tappargli la bocca
con la propria prima che lui si lasci sfuggire qualsiasi parola di
sorpresa. E' in essa che muore il suo unico gemito di stupore, mentre
il suo corpo si stringe contro quello dell'uomo che ancora lo
trattiene per il braccio e gli occhi si chiudono.
Non ha bisogno di vedere nulla di quello che succederà.
Conosce a memoria i passi di quella danza e le battute di quel
copione.
- Sei in ritardo. -
Ops. No, forse non conosce proprio tutte le battute.
- Chiedo scusa. -
- Non sono sufficienti le tue scuse. -
Lo sguardo dell'uomo si fa più severo mentre osserva con particolare
interesse il volto del più giovane.
Quattro anni di differenza soltanto.
Quattro anni che all'altro sembrano cento.
Forse è anche merito della carica che l'uomo ricopre: Generale dei
SOLDIERs.
Forse è solo perchè si tratta di Sephiroth. E perchè lui è Zax.
Nient'altro.
- E un "Non lo faccio più"? - azzarda la recluta, con un sorriso
sbarazzino.
Non è altro che un ragazzo, diventare l'amante del generale non lo ha
cambiato affatto.
- Non credo proprio, Recluta. -
C'era da immaginarselo.
Zax si imbroncia, fissa Sephiroth per qualche istante. Lui non ha
cambiato la sua espressione, non la muterà facilmente, neppure per
quel ragazzino impertinente.
Questo è Sephiroth.
Allora Zax ride, trattenendo la voce ad un volume che sia abbastanza
basso da non esser udito da altri all'infuori di loro e piano si
sporge alla ricerca delle labbra del più grande, soffiando in esse il
suo respiro caldo insieme alla sua frase e alla malizia
adolescenziale: - Cosa devo fare per farmi perdonare? -
Sephiroth lo fissa.
Immobile.
Gli occhi di un liquido colore acquamarina lo scrutano a lungo,
soffermandosi alle iridi blu del più giovane, penetrando nel suo
sguardo.
Basta uno sguardo soltanto per sedurre la recluta ed ogni fibra del
suo corpo vibra.
Poi, finalmente, le labbra sottili del generale si schiudono nel primo
ed unico sorriso che Zax otterrà da lui.
Sensuale e carismatico, come ogni cosa formi quell'uomo, posa le
labbra al collo di Zax lappandone la pelle rosea e passandovi sopra la
lingua, facendolo tremare al contatto con quel muscolo umido e ruvido
e con il suo respiro che soffia direttamente su di lui. Bollente.
- Potresti iniziare con l'essere mio questa notte. -
Le mani di Zax raccolgono il volto di Sephiroth obbligandolo ad
alzarlo da sè, per poterlo guardare negli occhi, specchiandosi
nuovamente in quelli che sono laghi ghiacciati di un verde
abbagliante.
E' la prima volta che si permette di fermare il suo generale, in
qualsiasi cosa lui stia facendo.
Si promette che sarà anche l'ultima, il disappunto sul volto dell'uomo
non è cosa che possa riuscire a gestire così facilmente.
Si sporge verso di lui, le labbra si sfiorano in un tocco troppo
fugace, che subito gli fa rimpiangere il sapore della bocca del più
grande, desiderando di approfondire il contatto e lasciare che lui lo
prenda, lì, ora, strappandogli pure i vestiti di dosso ed entrando
dentro di lui senza troppi complimenti. Ma c'è tempo per quello e,
comunque, non è sicuro di non preferire i preliminari ad un atto
sessuale così animalesco.
In ogni caso, nulla gli vieta di prendersi un altro bacio. Fugace come
il primo. Altrettanto dolce.
- Sarò tuo ogni volta che vorrai, generale. -
Sorride.
Impertinente, ma allo stesso tempo imbarazzato, per aver detto ciò che
ha detto e, soprattutto, per esser riuscito a tinteggiare di stupore
lo sguardo smeraldino di Sephiroth.
- Allora dovrai trovare una buona scusa per incontrarmi più spesso,
recluta. -
Si è meritato un altro sorriso.
- Agli ordini, mio signore. -
E di nuovo un bacio, che questa volta gli toglie il fiato, poi le mani
di Sephiroth strattonano la casacca di Zax, levandola dai pantaloni,
passando con le dita fredde sulla sua pelle calda, e allora le parole
divengono di troppo.
Meglio i gemiti.
Meglio il piacere.
Per il resto c'è tempo.