|
+†+Sound
of Wishes+†+
Bisbigli.
Sibili.
Grida.
Pianti.
Dolore.
Fracasso.
Gioia.
Rammarico.
Rabbia.
Odio.
Odio.
ODIO!
Uomo, chi ti da il diritto di uccidere altri uomini?
La sabbia bianca di un Luogo che non esisteva si muoveva carezzata dalle
mani di un vento invisibile, spostandosi con ritmica lentezza contro il
suo corpo, nonostante non fosse presente realmente. O forse sì, c'era, da
qualche parte, ovunque quel Luogo si trovasse, e doveva solo prenderne
completa consapevolezza, accettarlo e poi aprire gli occhi. Osservare.
Osservare cosa?
I suoni.
Il gioco delle tonalità che si dipanavano in onde aggrovigliate con l'aria
e danzavano intorno a lui in movimenti nervosi e contorti, mesciando i
colori con cui erano state forgiate, cozzando nevroticamente,
respingendosi per andare a schiantarsi con altre spire di colore.
Voci.
Non erano altro.
E a lui, Maestro D'Orchestra, andava il compito di dar loro un senso
compiuto, creare il giusto ritmo perchè potessero essere ascoltate,
comprese... esaudite.
Desideri.
"Uccidimi."
"Voglio che lei muoia."
"Voglio farla finita."
"Ti prego, fammi sparire da questo mondo."
"Fammi smettere di soffrire."
"Uccidimi."
"Uccidimi."
"Uccidimi!"
Perché si perde di vista la cosa più importante?
Il braccio destro si alzò.
Fu come guardare un aquilone prendere il volo, sospinto dalla corrente
d'aria calda che lo trascinava più in su, verso un cielo di cui non
distinse il colore.
E le dita si allacciarono ad uno di quei filamenti di suoni, voci e
desideri, strappandolo all'intreccio intricato di un Mondo che ancora non
voleva capire.
"Gli esseri umani sono ciechi."
Nonostante le labbra si fossero dischiuse per parlare, la sua frase non si
aggiunse a quel gomitolo di rumori dal quale la sua mano attinse, non
divenne neppure un suono, semplicemente galleggiò sopra le altre, per poi
disperdersi in centinaia di bolle d'aria che scoppiarono subito dopo, una
dopo l'altra.
Le osservò per qualche istante, poi tornò il silenzio rotto da quei
bisbigli, da quei sussurri, da quelle urla e da quei pianti.
Preghiere.
Ad un Dio che si era limitato a girare una Ruota immaginaria, scommettendo
con il Destino e mettendo sul piatto le vite dei suoi poveri figli.
E tu, Uomo, qual è il tuo desiderio?
Ritrasse il braccio con un movimento fluido. Non gli parve neppure di
averlo mai mosso, semplicemente volle spostarlo ed il secondo seguente lo
vide nella posizione in cui aveva voluto fosse, obbedendo al comando del
proprio cervello.
Tra le dita il filamento si muoveva, dibattendosi e dipanandosi in
piccole lingue violacee di un fuoco che iniziò presto a corrodere la
manica del giubbotto che indossava, per poi arrampicarsi al suo polso e
scavare affondo, addentando senza denti le sue carni e conficcando artigli
che non possedeva nelle sue vene.
Entrandogli dentro.
"Che cosa stai facendo?"
Non aveva parlato davvero.
Era stato il suo sorriso a farlo per lui, quella linea morbida e dolce
comparsa all'improvviso sulla sua bocca.
Ed era strano come, cambiando semplicemente angolazione, lo stesso sorriso
sembrasse diverso: tagliente, per poi diventare sarcastico o perfino
crudele e poi di nuovo gentile, affabile. Bastava chiudere gli occhi per
un momento, tornare a guardarlo, ed era cambiato di nuovo, insieme al
disegno della sabbia bianca che si muoveva su un terreno che non era mai
esistito ed in continuazione si disponeva a formare nuovi simboli, nuove
vie che conducevano sempre alla stessa Fine.
"Ti ho chiesto che cosa stai facendo."
Domandò ancora, serafico, con lo sguardo rivolto al proprio polso in cui
il sangue aveva iniziato a colare copiosamente, macchiandone la pelle
rosea ed infrangendosi in grosse gocce ai suoi piedi, aggiungendo liquido
all'oceano sotto di sé che già ne lambiva le gambe. Il filamento si
mosse sotto la sua pelle, ebbe un guizzo e poi, lentamente, iniziò a
tornare indietro, affacciandosi alla ferita.
"Cerco qualcuno."
La sua era stata una voce vera.
Giovane.
Maschile.
"Non troverai nessuno." rispose lui, senza mai distogliere lo sguardo da
quella fibra di fiato viola. Ametista. Ogni volta che si muoveva venivano
messe in risalto nuove sfumature, finché lui non si rese conto che
era nato un nuovo colore e che sapeva perfettamente a chi appartenesse. Il
giallo appartiene al sole ed alle stelle. L'azzurro al cielo. Il verde
all'erba fresca. E l'oro ai propri occhi.
Quello invece, quel viola brillante e lucido, liquido, apparteneva ad un
ragazzo.
Era il viola degli occhi di Kamui.
"Ora. Esci." ordinò, mentre altro sangue si aggiungeva a quello che già
aveva perso e la sabbia intorno a lui si gonfiava di un intenso rosso che
aveva presto cancellato quel suo assoluto candore, finendo per ricolorare
insieme ad essa anche le pareti di quel Luogo, inscurendole velocemente,
spruzzandovi contro le tonalità del buio e le sfumature dell'angoscia.
"Non volevo farti del male."
Fu solo un mormorio sommesso, rotto da quello che avrebbe definito un
pianto, se solo una cosa come quella avesse potuto piangere. Ma non aveva
occhi, non aveva bocca, non aveva neppure, mani, orecchie o gambe.
Era solo un filamento color occhi di Kamui.
Era solo una Voce.
Un Desiderio.
Che pian piano, timidamente, scivolò fuori dal polso di lui,
trovandosi imbrattato di sangue e lasciandosi cadere a terra, trovandovi
invece un oceano purpureo in cui iniziò ad affondare.
Se non fosse stato per la mano che lo sollevò, facendolo uscire da
quell'acqua cremisi, sarebbe sicuramente affogato.
Sparito.
Divorato dai propri sensi di colpa.
Soltanto allora dita più sottili di quelle che lo toccavano nacquero dalle
sue tonalità di viola, allungandosi sino a diventar braccia, a cui si
aggiunsero delle gambe, un volto ed un corpo intero.
"Volevo solo trovare una persona."
Aveva anche labbra con cui parlare e due grandi occhi d'ametista liquida
in cui lacrime di rugiada si sciolsero, rendendoli più lucidi.
"Non la troverai."
Lui non ne era rimasto particolarmente sorpreso.
Era come se sapesse che sarebbe accaduto e conoscesse perfettamente quei
lineamenti delicati di un viso ancora da bambino.
Era così diverso da sé.
Lui non aveva più niente della sua infanzia, né il volto e men che
meno i ricordi. Non possedeva più nemmeno il nome con cui lo avevano fatto
nascere, ne aveva assunto uno nuovo, insieme alla sua nuova identità.
"Ma tu potresti aiutarmi."
"A quale scopo?"
"E' importante."
"Per chi?"
"Per me."
"Perché?"
Troppe domande.
Il ragazzino aggrottò la fronte candida annaspando tra risposte che non
sapeva più dove cercare, abbassando lo sguardo sconfitto, osservando
l'increspatura di un oceano troppo rosso che stava iniziando a
sommergerli.
Era freddo.
Il livello dell'acqua era già arrivato oltre le sue ginocchia.
Rabbrividì.
"Se anche ti aiutassi a cercare quella persona, sarebbe inutile. Non hai
ancora aperto gli occhi, non è così, Kamui?"
Doveva essersi sbagliato perché le iridi d'ametista del ragazzo erano
spalancate e lo furono ancora di più quando la propria mano scorse in una
carezza al suo volto.
La sensazione che provò Kamui non fu quella di essere toccato, quanto più
quella di essere attraversato.
Si sentì come un fantasma.
Si sentì come un sogno che sarebbe svanito una volta giunto il mattino.
E si sentì come se quegli occhi dorati di fronte a lui ne stessero
puntellando il cervello, vivisezionandolo per estrarre ogni suo più
recondito pensiero, senza rendersi conto di essere, a sua volta, nulla più
che la manifestazione di un pensiero.
"Mi conosci?" domandò, accostando di più il volto alla carezza di lui, che
scorse sino al mento e con la punta delle dita ripercorse la curva che
portava al collo sottile.
"Naturalmente."
"Ed io, ti conosco?"
"Non più."
"Vuol dire che non sei Fuuma?"
"Lo sono stato."
"Vorrei che tornassi ad esserlo."
"Davvero?"
Kamui, o il suo desiderio, annuì, alzando la mano per poggiarla al
petto di Fuuma, cercando il rumore di un battito che invece era muto e
venne sostituito dal suono delle volute del vento che spirava intorno a
loro, trasportando con sé la sabbia divenuta ormai purpurea e
sciogliendola nell'oceano.
L'acqua aveva raggiunto oltre la metà delle sue cosce.
Non sentiva neppure più le gambe.
A dire il vero non le aveva mai sentite.
"Credo di sì. Non lo so." rispose e Fuuma ne strinse con forza il collo
sottile, sentendo sotto i polpastrelli e sotto lo strato di pelle la
consistenza di ossa fragili che avrebbe spezzato facilmente, soltanto
stringendo ancora un po' di più.
Tirò a sé il corpo più esile del ragazzo, circondando con il braccio
libero la sua vita ed affondando con le unghie nella sua carne, lacerando
la casacca di una divisa scolastica.
"Allora non cambierà niente, Kamui, e quando sarà il momento mi prenderò
la tua vita."
Affondò la mano nel suo corpo.
Affondò in un bacio.
L'odore intenso e ferruginoso del sangue si sparse ovunque.
L'oceano rosso li sommerse completamente.
E nella mano sinistra batteva il cuore che aveva appena strappato dal
petto di Kamui.
Caldo.
Vivo.
Profumato di vita e di morte.
E non ci sarà più nessuno in grado di realizzare il Mio desiderio.
Galleggiava.
Oppure stava solo immaginando di farlo.
Non gli importò molto.
Aveva gli occhi chiusi, i polmoni si erano riempiti di liquido ed il suo
corpo non era più lì da un pezzo.
Non c'era mai stato.
Non realmente.
"Ora basta." ordinò, semplicemente pensandolo e subito dopo le palpebre si
alzarono lasciando che iridi d'oro fuso incendiassero i contorni di ogni
cosa su cui lo sguardo si era posato, a partire dall'acqua che evaporò
all'istante e alle pareti scure di un Luogo inesistente. Evanescente. Che
scomparve sfaldandosi davanti a lui, mostrando al suo posto una stanza
asettica, un uomo addormentato ad un trono e, seduto contro la parete, il
proprio corpo.
Si guardò dormire.
Qualcuno era in piedi davanti al proprio corpo, aveva capelli corti, senza
un colore definito come quelli dei bambini nati da poco.
Tese la mano e dita affusolate si strinsero intorno alle proprie,
tirandolo in piedi nel momento stesso in cui i propri occhi si aprivano ed
il Sogno veniva lasciato alle spalle, dopo il Risveglio.
"Ben svegliato." pronunciò la voce atona di Nataku che con occhi pieni di
una curiosità tutta infantile prigionieri di un volto inespressivo, lo
guardavano.
Ci volle qualche istante per ritornare padrone dei propri arti e riuscire
di nuovo a percepirli come tali, mentre le labbra si piegavano in un
sorriso ed il volto si spostava in direzione di quello del giovane che per
tutto il tempo aveva vegliato sul suo corpo addormentato.
"Sei stata brava, Kazuki." mormorò al suo orecchio, lasciando l'impronta
di un bacio alla sua guancia, molto più vicino all'angolo destro della
bocca di quanto non sarebbe stato il casto bacio di un padre.
Gli scompigliò i capelli, affondando tra i suoi crini quasi bianchi per
qualche istante, per poi riabbandonare il braccio lungo il fianco e
superarlo, raggiungendo il trono in cui un uomo dai lunghi capelli biondi
non si era mai risvegliato e silenzioso continuava a tessere la rete dei
suoi sogni nell'attesa che il proprio desiderio venisse avverato.
Portò entrambe le mani ai braccioli del trono, piegandosi su di lui ed
osservando i tratti di quel volto.
"Gli esseri umani hanno un corpo fragile, sono pieno di difetti e sono
soggetti alle malattie. Sono deboli, non c'è niente che potrà mai cambiare
le cose."
Poggiò la propria fronte a quella più chiara del Sognatore, in un
contrasto di chiaro-scuro che anche i capelli ripresero. Petrolio mesciato
nell'oro.
Chiuse gli occhi, respirandogli addosso, soffiando il proprio fiato tra le
sue labbra appena dischiuse perché anche a lui fosse concesso un respiro
lento e regolare. Sottile. Come quello di chi sta per morire. Non sentiva
alcun odore quando respirava, non c'era nessun rumore quando il proprio
cuore -quasi fermo- scandiva un battito stanco ed i polmoni si gonfiavano
e si sgonfiavano con flemma.
Nonostante tutto era ancora vivo.
Fuuma respirò a fondo l'odore sterile di quella stanza, fino ad
imprimerselo nel cervello per cancellare completamente i residui di un
Sogno ed i mormorii di desideri inascoltati.
"Gli esseri umani sono fatti per soffrire e per far soffrire."
E Kamui non fa Eccezione.
+†+THE
END+†+
|
|