Note: Uhm… per farvi capire meglio la fic però sarà meglio spiegare un paio di cose riguardo al signorino:

Si è trasferito nella scuola Nangodaitsukuba quando Mikami-kun era in prima (per cui la vicenda si svolge un anno prima della vittoria del Johnan contro di loro all’Interhigh). Vive solo con la madre che, dall’abbandono del padre (circa una decina di anni prima) si prostituisce e si droga, picchiando il figlio e lasciando che i suoi amanti abusino di lui.

Già, già, proprio una storia felice la sua, non c’è che dire v.v””… Ma questo conta poco in sta fic.

Buona lettura…

 

+†+There was a Summer+†+

Era un’estate torrida quella, cominciata nei peggiori dei modi e la sua fine era così lontana da far pensare non l’avremmo mai potuta vedere.

Sarebbe stato meglio non aver mai sognato in modo da non essere disillusi e non soffrire.

Sarebbe stato meglio rimanere con i piedi per terra e continuare a scattare come soldati agli ordini di quell’uomo, scivolare via nella notte alle urla di quella donna…

In silenzio.

Per sempre.

Nascondere infondo alla gola la voce della rabbia e della frustrazione.

Non avremmo mai dovuto, perché è questo a cui pensasti cullato dal tepore delle carezze dell’acqua mentre tutto si trascinava via, lontano insieme al sangue che come lacrime scivolava lungo il polso leccando le dita affusolate e poi giù immerso nell’acqua. Perso per sempre.

Lo pensavi per davvero?

Pazzo.

Solo.

Miserabile.

Triste.

E poi… e poi…

E poi egoista.

Dannato egoista che ci hai lasciato perché troppo debole per combattere al nostro fianco.

Sei fuggito da quell’uomo, sei fuggito anche da me.

Era un’estate torrida quella. Dopo l’ennesimo trasferimento in un’altra città, le pratiche per l’ennesima iscrizione in una nuova scuola, facce nuove, sorrisi tirati e di nuovo quelle quattro pareti a soffocare tutto quanto insieme alle urla di una donna.

Sarebbe potuta andare diversamente se solo avessimo imparato a parlare.

Sarebbe finita come tutte le storie a lieto fine, bastava soltanto che ci incontrassimo a metà strada… bastava uno sforzo in più da parte di entrambi…
Sarebbe bastato…

Ma che importa ora, eh?

E a te, è mai importato?

Qualcosa.

Qualunque cosa, non importa cosa…

Il basket.

La promessa che ti feci.

Noi…

Ti è mai importato veramente?

Avresti potuto dirmelo.

Una volta soltanto, tra tutte quelle sciocchezze ripetute fino alla noia e quel disco registrato che spacciavi per un tuo credo quando invece eri il primo a sapere quanto quelle frasi, pronunciate da tuo fratello, fossero lontane dal tuo modo di essere. E fingevi che invece non ti importasse.

Bugiardo.

Egoista.

Vigliacco.

Avresti potuto dirmelo.

Insieme a quegli sguardi freddi e ai sorrisi ritirati per paura di mostrare debolezza.

Chiuso e silenzioso, dimenticato in un angolo e criticato dai compagni, figli della gelosia, maestri nell’invidia e… chi lo sa, forse soltanto cattivi, come quello che dicevano aumentando il peso del mondo sulle tue spalle di ragazzo.

Eppure io ti ero vicino…

Sapevi che c’ero.

Sapevi che non ti avrei lasciato.

Troppo cocciuto per dare ascolto ai tuoi insulti ricalcati in una falsità atta solo alla difesa.

Ti avevo promesso che mai ti saresti liberato di me, con le buone o con le cattive io comunque ci sarei stato.

Sempre.

Per sempre.

Solo per te.

Non mi volevi forse?

Nemmeno dopo quella notte?

Soli nella palestra, ansimanti e stanchi per l’allenamento e poi…

E poi così vicini da sentire il tuo calore sulla mia pelle e il tuo respiro sul mio viso.

I tuoi capelli tra le dita e quel sapore avvolgente.

Menta tra le labbra.

La tua bocca e la tua lingua.

E poi…

E poi di più.

Sdraiati in un abbraccio tra la disperazione e la passione.

Soli nel tuo mondo in cui finalmente entravo anch’io.

Credevi di aver commesso uno sbaglio, forse?

Pensavi di aver invitato uno sconosciuto nei domini del tuo cuore?

Stupido.

Bugiardo.

Maledetto.

Il soldatino obbediente schiavo del fratello. Non ti saresti mai ribellato. Preferivi il silenzio. Preferivi l’annullamento.

Ma hai dimenticato cosa provasti in quel frangente, fermo nella tua decisione contro quell’uomo, scontrandoti faccia a faccia con tuo fratello e difendendo la tua posizione.

Niente più ordini alla pedina in una scacchiera costruita in un campo di basket.

Niente più burattini attaccati ai fili delle sue mani.

Libero.

Felice.

Finalmente.

Una felicità durata tre ore e un quarto in cui sul tuo volto risplendeva qualcosa di molto simile ad un sorriso.

E le mie labbra affamate di quella spezia rara, più deliziosa dell’ambrosia, più assuefacente della droga.

Tre ore e un quarto di baci soltanto, di parole sussurrate all’orecchio e promesse al vento cancellate la notte stessa, quando quella porta si aprì svelando noi dietro di essa.

E il suo sguardo a fissarci.

Disgustato.

Arrabbiato.

Insieme alle sue urla e quell’orrore che credeva gli avessimo sbattuto davanti, accusando me di aver traviato la tua mente, infangando il nostro amore e scambiandolo per peccato.

Se solo avessi saputo cosa invece si celava in quell’odio e nelle sue parole… Forse sarebbe cambiato qualcosa.

Il finale di sicuro.

Così come le mie parole mentre le sue mani si muovevano ad afferrarti per portarti via da me, sbattendoti lontano. Trattato ancora come un oggetto.

E forse anche peggio.

Chissà se davvero le parole sarebbero rimaste prigioniere della mia bocca se solo avessi saputo.

Ma io non sapevo.

Perché tu non me ne avevi parlato.

Perché tu non mi parlavi mai, né io in realtà parlavo a te...

Buffo, che alla fin fine nessuno dei due sapesse realmente chi l’altro fosse e cosa stritolava il suo cuore.

Triste.

Avrei voluto raccontarti di quanto odiassi la notte. Buia, celava le ombre che si ammassavano nella mia stanza per urlarmi contro e picchiarmi accecate dalla droga ed affogate nell’alcol. Volevo piangere rassicurato dal tuo abbraccio, stretto a te e finalmente tranquillo, sentendomi dire che anche io sarei stato felice un giorno. Magari insieme a te.

Avrei voluto che mi raccontassi tutto quello che ti riguardava, sommergendomi dalle tue pene, rendendomi partecipe dei tuoi segreti, delle tue piccole soddisfazioni, delle marachelle di quando eri piccolo, dei racconti della tua memoria e poi…

E poi anche di lui.

Dovevi dirmelo.

Avrei compreso.

Davvero.

Avrei voluto saperlo.

E poterti difendere in qualche modo da quella violenza, salvarti dai tuoi mostri, portarti in un luogo sconosciuto e farti rinascere insieme a me.

Invece…

Nessuno dei due parlò mai.

E io urlai contro quell’uomo. Tuo fratello. Gridandogli che mai, nemmeno se il mondo fosse finito a causa della mia decisione, ti avrei lasciato solo e che niente mi avrebbe distolto da quello che provavo per te.

Non sapevo.

Come potevo immaginare.

Che lui prima di me aveva tentato di averti e che, se il cuore mi apparteneva, il tuo corpo era ormai suo, violato per i suoi crudeli capricci.

E voleva anche ciò che invece era mio.

Il tuo cuore.

La tua anima.

Le tue parole silenziose.

I tuoi pensieri innamorati.

Il tuo sorriso invisibile.

Non potevo saperlo.

Fu per quello che le sue dita si serrarono intorno a quel collo, stringendo con la furia di un assassino reso pazzo.

Geloso.

Folle.

Ed il collo del ragazzo si spezzò lasciando una carcassa abbandonata in una palestra così immensa che a volte mi sembrava infinita.

Era un’estate torrida quella, quando per la prima volta vidi sciogliersi i tuoi occhi. Infranti in tante piccole perle di rugiada e cadute su di un volto immobile e freddo.

E poi…

E poi non ci fu più niente.

Buio per me.

Morto per te.

Finito così.

Senza tante cerimonie, senza lamenti e senza troppi spettatori che assistessero allo spegnersi della mia fiamma.

Di certo non era così che avevo pensato di morire.

Ma non si può tornare indietro.

Soltanto andare avanti.

Ma questo tu non l’avevi mai capito.

Troppo perso nel tuo dolore, troppo cieco per capire, troppo sordo per sentire le mie suppliche e le parole di incoraggiamento di chi aveva voluto tuttavia starti vicino.

Perché alla fine qualcuno c’era sempre stato oltre me.

Lo sapevamo entrambi, ma tu non avevi mai voluto vederli, troppo spaventato dall’eventualità che fosse solo una tua illusione.

È perché non mi credesti mai, vero?

Nemmeno quella notte in cui giurai di proteggerti da tutto…

Avevo dimenticato che come te, anche io ero maledetto ed anche io vivevo nell’odio e nella disperazione.

Così alla fine non ci fu nessuno in grado di proteggerti da me.

Eppure ci avevo anche pensato, sai… Di poter morire prima di te.

Ci contavo anzi.

Ne ero certo, anzi.

Una vita come la mia dura poco, è facile da schiacciare, ancor più facile da abbattere.

Avrei dovuto confessarlo anche a te…

Egoisti.

Entrambi.

E poi…

E poi quella torrida sera d’estate finì tutto un’altra volta.

In una vasca da bagno ascoltando il solito cd che ti avevo regalato per il compleanno, col mio nome tra le labbra e la limetta tra le ditta.

Morto io.

Morto te.

Da solo ed in silenzio.

Stupido.

Non è così che doveva andare.

Abbiamo sbagliato tutto.

Fin dall’inizio.

Ed ora…

Ora è tardi per ricominciare ed è tardi per pregare.

Fu un’estate cominciata male quella e finita nel peggiore dei modi.

Con un terzo morto in quella scuola.

Sporcato nella coscienza da due vite strappate a coloro che non eran altro che ragazzi.

Chissà se avremmo potuto evitare tutto questo.

Un modo ci sarebbe stato di sicuro.

Sarebbe bastato trovarlo.

E poi…

E poi impegnarci un po’ di più.

Invece…

Invece niente.

Avviato tutto ad una conclusione frettolosa e drammatica.

E sono qui a fissare quel canestro così alto, in una palestra ora vuota in cui, nonostante tutto, mi sembra ancora di udire i respiri e i sussurri di due ragazzi legati da qualcosa impossibile da definire a parole.

È così in alto quel canestro ora.

Ho dimenticato come si fa a volare ora.

Ho dimenticato tante cose.

Ma non te.

Per questo sono ancora qui.

Per questo e perché qualcuno alla fine ha voluto darci una seconda possibilità.

Che storia buffa.

La nostra.

Iniziata con la fine.

Una seconda chance per cambiare, migliorare e finalmente essere felici.

A questo proprio non avevo pensato.

Meglio così, no?

Dopo tutto non è detto che non esistano i lieti fini.

Non lo pensi anche tu, Keigo?

 

- Uhm? Perché mi fissi così? -

Castani capelli arrivavano a malapena fino alle spalle del ragazzo che aveva parlato, scivolando sulla destra per coprirgli in parte uno degli occhi. Lo sguardo serio si posò sull’altro, raddolcendosi quando le iridi ambrate incontrarono il profilo del suo viso.

- Così. Pensavo a quanto sono fortunato ad essere vivo. -

- Mhm? –

- In questo modo posso stare con te. –

- Hn… Che sciocchezze, non vedo perché dovresti pensare a cose come la morte. –

L’altro sorrise come se qualcosa in quella frase gli fosse risultato famigliare, o come se avesse avuto intenzione di smentirla e raccontare cose di cui invece era meglio tacere.

A chi interessano i discorsi sulla morte. A chi interessa la vita passata o la reincarnazione futura… Era presto per pensarci, erano troppo vivi per dar peso a certe sciocchezze.

- Ok, allora posso limitarmi a dire che ti amo? –

- Fa come vuoi. –

- Freddo ed impassibile come sempre. –

E come sempre arrossito mentre le sue labbra si dedicavano a tappare la bocca del ragazzo e farlo tacere per un po’.

Chiuse gli occhi mentre una sensazione di de-javous invadeva la sua mente e, come se fosse stato un sogno ad occhi aperti, gli sembrò di sentire la porta della palestra aprirsi e suo fratello urlare disgustato il suo disprezzo contro entrambi, affogandoli in un mare scarlatto dal profumo ferruginoso.

Si spostò di scatto dall’altro fissando la porta.

Chiusa.

Un sospiro di sollievo scivolò dalle labbra mentre faceva spallucce e tornava a baciare il compagno ridendo e dandosi mentalmente dello stupido per aver pensato una cosa del genere.

Era occupato ad allenare la squadra universitaria della regione.

Non sarebbe mai venuto fin lì suo fratello.

Non sarebbe mai successo nulla.

Non a loro.

- Va bene così, vero? – mormorò direttamente sulle labbra del suo ragazzo.

- Cosa? –

- No… nulla. Nulla. – sorrise appena sdraiandosi stancamente sul pavimento della palestra mentre l’altro rimaneva seduto a fissarlo.

- Keigo… - lo chiamò piano.

- Mhm… -

- Sì. Va bene così. Va tutto bene. –

- Ne sono felice. –

L’altro sorrise scivolando col volto sul suo per lasciare tra le labbra l’impronta di un bacio.

- Finalmente. -

 

+†+THE END+†+

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-Commento dell'Autore-

Rapita dalle note di “Rise and Fall” e “Muoio per te” mi sono trovata quasi per caso a buttar giù una nuova fic su Keigo. Il suo partner non viene nominato perché potrebbe essere chiunque v.v… (Bè, quasi, io preferisco Makoto o Todo, e in generale pure Narucho-boy XD…) Nello specifico io ho già in mente chi sia e non centra con i pg di Harlem Beat, infatti è un personaggio original, inventato per una mia fic che non ho mai pubblicato né mai pubblicherò probabilmente v.v.