|
+†+Winter
of Lies+†+
Lo guardò.
Dritto negli occhi.
In quelle polle d'oro di cui conosceva ogni sfumatura.
Avrebbe potuto dipingerli,
quegli occhi,
e sarebbero sembrati altrettanto veri.
Ma lui non era un pittore.
Un tempo era stato un militare.
Ora non era più neppure quello.
Non era più nessuno.
Tutto a causa di quegli occhi.
La bocca si mosse ancora, a pronunciare il suo nome. Il respirò scivolò
più veloce per un attimo, poi tornò a chetarsi, invisibile, inudibile.
"Fullmetal."
Da quanto tempo il ragazzo non sentiva pronunciato quel nome.
Anni.
Solo due.
Ma, cazzo!, erano stati due anni fottutamente lunghi!
"Taisa."
Il sorriso piegò le labbra dell'uomo.
"Non più." rispose a quella che, in realtà, non era stata una domanda, nè
la sua era stata una risposta. Solo un chiarimento.
Era da tanto che non si vedevano,
in fondo.
Un sacco di tempo.
All'inizio lo aveva contato, il tempo che passava,
ma poi secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora... arrivano
i giorni, le settimane, i mesi... gli anni.
Aveva finito per perderne il conto.
Aveva semplicemente smesso di contare.
Alcuni potrebbero dire che avesse rinunciato all'attesa.
E’ possibile, lui di certo lo
confermerebbe senza troppa remore.
"A cosa devo il piacere, comunque?"
Il ragazzo abbassò istintivamente lo sguardo alle mani guantate,
stringendo nervosamente il lembo di una sciarpa rossa che ne avvolgeva il
collo e ricadeva lungo il cappotto.
L'inverno di Amestris era freddo.
Esattamente come lo ricordava.
E così com'era anche l'inverno di Munich. Schifosamente freddo.
Insopportabile.
"Non lo so."
Che cazzo di risposta. Lo pensò anche lui.
"Non lo sai o non vuoi dirmelo?" domandò l'altro, facendo poi una pausa
"Oppure non hai voglia di pensarci?"
Era sarcastico. Naturalmente.
Il che fu un bene, perchè servì al
ragazzo per ricordargli un po' l'aria di casa di cui aveva nostalgia.
"La prima." rispose.
"La prima." fece eco l'uomo.
"Sì, la prima." confermò lui.
"D'accordo. Allora cos'hai intenzione di fare?"
"Non lo so."
Un sorriso accolse quella frase.
Era strano.
Sapeva di amarezza.
Lo aveva visto sorridere spesso quando ancora era costretto a lavorare
sotto al suo comando e sapeva quanto quell'uomo amasse ricamare dei
sorrisi sulla propria faccia, era quasi un'arte la sua. Come recitare. La
stessa identica cosa.
Aveva dimenticato quanto dannatamente belli fossero i suoi sorrisi.
Non quegli stupidi sorrisetti ironici e sbruffoni per tenere alto il
proprio livello di narcisismo; no, quelli erano più che altro irritanti.
Quelli che non mostrava in pubblico erano belli.
Quelli che teneva per sè, quelli che regalava al buio nelle notti in cui
la luna lo guardava, sussurrandogli parole d'amore,
come mai erano riuscite a fare le mille amanti di ogni notte.
Quelli rari che, a volte, era capitato di intravedere anche a lui.
Dio, erano belli, belli da morire.
Il sorriso che mostrò in quel momento,
invece... era solo triste. Rassegnato.
Distante.
Non si poteva nemmeno definire un sorriso.
"Non sai molte cose questa sera, eh, Fullmetal?"
lo prese in giro mentre, dall'alto della sua statura, era costretto ad
abbassare il capo per guardarlo ed il gomito alla stessa altezza della
propria testa era appoggiato alla porta d'entrata.
Non si era spostato da che il ragazzo aveva bussato a quella porta.
Non lo aveva nemmeno fatto accomodare.
Lui sull'uscio ed il più piccolo sul pianerottolo, osservato con troppa
curiosità dai fastidiosi occhietti di una vicina vecchia ed impicciona,
che se ne stava al sicuro nascosta in casa propria, a fissarlo da dietro
lo spioncino della porta.
Ficcanaso.
"Tsk, che gliene importa…”
"Non ho detto che mi importa."
"Non era una domanda."
"Lo so."
Mentiva.
Ma lo sapeva fare talmente bene che le sue menzogne avevano iniziato a
divenir verità. Pura e semplice. Altrettanto importante. Almeno per il
ragazzo. Per il Fullmetal.
"Dobbiamo stare ancora qui per molto o si decide a farmi entrare?" gli
domandò il più giovane con la sua voce che era assoluta e giovane
impudenza.
Moccioso sfacciato.
Anche ora che aveva diciotto anni,;
giorno più, giorno meno.
"Vorrei farti entrare..."
"Ma?"
"Ma?"
"Vorrebbe farmi entrare, ma...?"
"Non c'è nessun "ma"."
Un'altra bugia, o mezza verità, come era solito considerarle l'uomo.
Perchè tecnicamente lui non mentiva, ometteva soltanto dei particolari che
non riteneva pertinenti.
"Come le pare."
"Ovvio che è come mi pare, visto che è
casa mia."
Il più giovane si fece scappare una smorfia che lui colse benissimo.
Nulla gli sarebbe sfuggito da quel viso. Ed adorava quel viso. La sua
pelle color del latte -e che mai nessuno pronunciasse un simile paragone
davanti al diretto interessato, eh!-, le guance che spesso e volentieri
erano gonfiate in un adorabile broncio, gli occhi, perfino le sopracciglia
e poi, naturalmente, la bocca.
La sognava tutte le notti.
Dalla prima volta in cui quella bocca era entrata nel suo campo visivo.
No, che cazzata, era una balla bella e buona.
A quel tempo, quello era solo un bambino e a lui non interessava.
Allora non pensava nemmeno potessero piacergli i maschi. Che schifo.
Mustang il Playboy che guarda i maschi? Puah!
Come sono strani i casi della vita, eh?
"Non sapevo che avesse lasciato l'esercito."
La voce del ragazzo sembrò riportarlo alla realtà. Ma quand'è che l'aveva
lasciata...?
"Ora lo sai."
"Stasera è proprio irritante, sa?"
"Sicuro che non sia una tua impressione? In fondo è da molto che manchi,
potrebbe essere mancanza d'abitudine."
Il biondo si morse il labbro inferiore a quella chiara provocazione.
Voleva fargliela pagare? E per che cosa?
Lui aveva fatto ciò che andava fatto. Lui aveva fatto la cosa giusta!
"Lo so."
Sgranò gli occhi a questa uscita, come se l'uomo avesse potuto leggergli
nel pensiero.
Forse fu davvero così, perchè un
sospiro pesante gli scivolò via mentre si spostava dalla porta e si
metteva retto, sempre troneggiando sull'altro.
"Hai dovuto farlo, hai fatto quello che ti sentivi, hai fatto la cosa
giusta. Lo so." si spiegò, lasciandolo senza parole.
"Non è di questo che ti accuso."
"Ah, lei vorrebbe accusarmi di qualcosa,
ora?"
"E' quello che ho detto, no?"
"No. Lei ha detto che non mi accusa per aver fatto la cosa giusta.”
"E' la stessa cosa."
"Non lo è."
"Sì invece, solo che tu la vedi dal verso sbagliato."
Era cambiato.
Taisa.
Esternamente era sempre lo stesso. Un uomo affascinante e troppo pieno di
sè. Leale, per quanto può esserlo uno che cambia donna ogni notte.
Sensibile, per quanto sia possibile ad un militare del cazzo che non fa
altro che ammirare la propria immagine allo specchio, convinto che anche
gli altri stiano guardando proprio il suo,
di riflesso. Dolce. Perchè lo era e questo è innegabile.
Ma dentro, dove ancora non si riusciva a scorgere, era cambiato.
Era diventato più complicato. Era diventato un uomo difficile da
interpretare. Praticamente impossibile.
Anche in quel momento, mentre se ne stava in piedi a fissare il Fullmetal...
Che cosa pensava? Che cosa desiderava? Che cazzo voleva?!
Il punto è che nemmeno lui ormai lo sapeva più e non gliene fregava nulla.
Alla fine bastava continuare. Andare avanti. Trascinarsi chissà dove e
chissà come.
"Di cos'è che mi accusa allora? Sentiamo."
tagliò corto il ragazzo, inghiottendo un ringhio sommesso che si incastrò
nella gola, premendo dolorosamente per
uscire.
"Di tutto il resto."
Se il colonnello si aspettava una particolare reazione da parte del ragazzo,
dovette rimanerne deluso.
Non fece niente.
Ne prese semplicemente atto, mentre il
capo annuiva.
E poi domandò: "Quale resto?".
"Tutto."
"E' un po' vago così..."
"Perchè non so spiegarmi in un altro modo."
"Allora faccia uno sforzo!"
Giunse come un rimprovero, quella sua
esasperata esclamazione.
Per due lunghissimi anni, aveva
immaginato e programmato il loro primo incontro dopo tanto tempo,
e sapeva che ci sarebbero state un sacco di frasi inutili, uno sproloquio
lungo e stupido, ma, sinceramente, sperava di riuscire ad evitarlo.
Peccato che non avesse mai deciso il come.
"D'accordo."
Incrociò le braccia al petto, pronto ad ascoltare cos'aveva da dire
l'uomo.
Pronto a tutte le sue accuse, fondate o meno.
"Ti sei portato via le mie giornate di sole. Ti sei portato via anche le
mie cazzo di giornate di pioggia. Ti sei portato via il mio cuore, quello
che ora non batte più qui dentro." Si
indicò velocemente all'altezza del cuore col pollice "Ti sei portato via
la mia anima. E, in cambio, cosa mi hai lasciato,
Fullmetal? Niente. Proprio un bel
niente."
Ogni parola pronunciata gli arrivò al petto, profonda e dolorosa come una
pugnalata.
Ogni sillaba scandita lo sferzò violenta come uno schiaffo.
Eppure, alla fine di tutto, sulle labbra dell'uomo rimase un sorriso.
Il Sorriso.
Come non glielo aveva mai visto.
E lo volle per sè, soltanto per sè.
E non lo avrebbe mai avuto. No. Non più.
Perchè aveva fatto la sua scelta, perchè le cose giuste da fare sono anche
le più dolorose e, perchè, come diceva un maledetto proverbio di merda:
Ogni lasciata è persa.
Quindi ‘fanculo al suo volere e
‘fanculo anche alle sue scelte!
"Ti sei portato via la mia vita, Fullmetal."
Capelli neri d'inchiostro sfiorarono la fronte del più piccolo,
quando il volto dell'uomo si abbassò verso il suo, tanto da sbattere il
proprio respiro nella bocca umida del ragazzo. Tanto da sfiorare le sue
labbra in un contatto agognato eppure negato.
Non si toccarono infatti.
Si sfiorarono soltanto.
Un assaggio e poi via.
Mentre il colonnello sorrideva dolcemente e si faceva più indietro,
aprendo finalmente del tutto la porta che dava sulla sala del suo
appartamento, mostrando una giovane donna bionda addormentata sul divano,
con un bicchiere di vino poggiato sul tavolino di cristallo ed un neonato
stretto al seno.
"Ma, come vedi,
sono riuscito a farmene una nuova."
In quell'esatto istante, quando polle dorate, che lui solo avrebbe saputo
dipingere e donar loro ogni sfumatura che le attraversava, si posarono sul
volto sereno del Tenente Riza Hawkeye, Roy Mustang vi lesse la più
profonda, amara ed infinita disperazione.
E, finalmente, a distanza di due anni,
assaporò l'inebriante gusto della vendetta.
Non rimpianse nulla di ciò che fece.
Non si rammaricò per quel volto che ora veniva rigato da un'unica calda
lacrima.
Ne fu felice.
Fu felice di aver gettato al vento il suo folle amore per la famiglia su
cui aveva ripiegato.
Fu felice di essersi buttato alle spalle il fastidioso martellare del
cuore, quando un ragazzino gli si avvicinava troppo, ed aver guadagnato la
mondanità di una vita a cui si era dovuto abituare.
Fu felice di aver distrutto un possibile futuro, che fosse solo loro, con
le proprie mani.
Ne fu disgustosamente felice.
"Devo ringraziarti per quello che hai fatto, Fullmetal."
Le dita affusolate di una mano, che raramente il ragazzo aveva visto senza
guanti, scivolarono alla maniglia della porta, temporeggiandovi.
"E' stato solo merito tuo."
Suonò come un'altra accusa.
Quell'uomo sorrideva, mentre mandava il
suo cuore al patibolo.
E lui si chiese perchè... perchè era andato da lui...?
Ah già.
Di colpo, proprio mentre la porta dell'abitazione iniziava a chiudersi
lasciandolo fuori, abbandonato sul pianerottolo, si ricordò la risposta
alla prima domanda dell'uomo.
Era un discorso che si era preparato da ben due anni, sapeva perfettamente
come sarebbe dovuto andare, lo aveva programmato nei suoi minimi
particolari, ogni frase, ogni intonazione, ogni risposta.
Ce l'aveva stampata a fuoco nella testa.
"Allora, a cosa devo questo piacere, Fullmetal?"
"Voglio che non mi permetta più di allontanarmi da lei, voglio che non mi
lasci più andare e soprattutto voglio che mi ami!"
Ma ora lo sapeva anche lui.
I sogni ad occhi aperti sono tutte puttanate.
Così pianse. In silenzio. Fermo davanti ad una porta chiusa, pungolato
dallo scheletrico dito di una donna
anziana che lo aveva spiato dallo spioncino del suo appartamento,
e che ora gli chiedeva se andasse tutto bene.
No.
Cazzo, no!
Non andava bene niente.
Non sarebbe mai più andato bene niente!
Le palpebre sbatterono pigre e gli occhi si abituarono lentamente alla
penombra della stanza.
Concesse uno sguardo ancora mezzo addormentato al tiepido fagotto che
gentilmente stringeva al seno, incontrando il viso paffuto di un neonato
che dormiva tranquillo. Sembrava felice.
Si rallegrò di questo e piano si mise a sedere,
strofinandosi gli occhi nocciola con una mano.
Soltanto dopo molto si accorse della figura in piedi davanti ad una porta
chiusa, la mano che non aveva mai abbandonato la maniglia.
"Roy?" chiamò sottovoce, per non svegliare il piccolo tra le braccia.
"Ben svegliata, Riza."
Non si girò per dirlo.
"Chi era alla porta?" domandò la donna, il tono era divenuto più
confidenziale ma lungi dall'essere privo di quella fermezza che tanto la
caratterizzava.
"Nessuno."
Ormai le sue menzogne erano verità e la verità... non sapeva nemmeno cosa
fosse.
"Tuo marito dovrebbe arrivare a momenti, ha telefonato per scusarsi del
ritardo."
Un sorriso imbarazzato abbellì il volto di Riza Hawkeye, dandole un tocco
in più di femminilità.
"E' strano sentire riferirti a Jean come mio marito."
"Beh, anche se non è bello e simpatico come me,
è pur sempre tuo marito." Lo disse con
una nota ironica che, comunque, non si colse nella sua voce divenuta
improvvisamente piatta.
Arida.
Si appoggiò con la fronte alla superficie lignea della porta, chiudendo
gli occhi.
Riza lo guardò stranita, il bimbo sempre in braccio, la preoccupazione
nello sguardo nocciola.
"C'è qualcosa che non va?"
L'uomo sorrise. In silenzio. Pur non avendo nulla per cui sorridere.
Pur non essendo più felice come lo era pochi minuti prima.
Passò molto prima che parlasse.
Poi...
"Odio l'inverno."
Perchè l'inverno di Amestris è lungo.
Perchè l'inverno di Amestris è vuoto. Come in qualsiasi altro Mondo.
Perchè...
"E' troppo freddo."
E lui, poco alla volta, aveva iniziato a somigliare troppo a quella
stagione.
Era diventato arido.
+†+THE
END+†+
|
|