Lucciole
dorate sostavano in un cielo nero d'inverno, immobili e lontane. Stelle.
Neon di insegne gigantesche esplodevano nell'aria attirando passanti e
clienti abituali in locali da cui sarebbero usciti col sorriso sulle
labbra soltanto la mattina seguente.
Grattacieli immensi troneggiavano sulle vie del quartiere, sfondando una
volta celeste per avvicinarsi agli dei e rubare le loro conoscenze.
Una Tokyo insonne camminava tra sorrisi e sguardi maliziosi mostrando il
suo volto notturno che tornava a splendere dopo le fatiche di giornate
anonime e noiose, tutte così insulsamente uguali l'una all'altra che
diveniva persino banale viverle.
Night clubs, hotel a ore e bordelli. Casinò, pub con luci psichedeliche
e discoteche.
Era l'imbarazzo della scelta l'unica cosa a frenare gli impulsi di
vivere una notte di puri divertimenti...
- Pronto? Oh, cazzo, di nuovo la segreteria telefonica... Ma si può
sapere dove sei finito? Ti stiamo aspettando da ore! Bè, quando senti il
messaggio precipitati subito qui! -
Ma esisteva anche chi la notte tornava a vivere soltanto per dovere,
aggirandosi tra vie costellate di tentazioni soltanto per mere questioni
di lavoro, sfuggendo ai caldi piaceri del peccato... o fingendo soltanto
di non vederli per poi tornare più tardi. Sempre. Perchè tutti
tornavano. Senza eccezione alcuna.
Scarpe nere Giorgio Armani calpestavano l'asfalto con l'aria di chi ha
fretta eppure conosce perfettamente la propria destinazione. Nonostante
tutto la stava denigrando scegliendo appositamente di andare nella parte
opposta, senza ascoltare una coscienza rumorosa che lo aveva
rimproverato dal momento in cui aveva lasciato il suo ufficio a pochi
isolati da lì.
"Kimagure Restourant. Kimagure Restourant. Kimagure Restourant."
continuavano a ripetere i suoi stessi pensieri, o quello che lui aveva
definito coscienza e, a rincarare la dose iniziarono gli squilli
insistenti di un cellulare vecchio di cent'anni che non si era ancora
deciso a cambiare per pigrizia, e perchè non aveva intenzione di
sprecare tempo per imparare ad usarne uno nuovo. Troppo complicato.
Ma quello suonava, trillando come il suono di una campana che spezza il
silenzio di una preghiera e la sua mano era presto corsa a stringerlo
per guardare almeno il display e scoprire che, a quella chiamata, non
avrebbe mai risposto. Non in quel momento almeno. Non per quella sera.
"Kimagure Restourant. Kimagure Restourant." ancora la coscienza che
parlava con la sua voce, blaterando a qualcuno che non l'avrebbe
ascoltata.
Reinfilò il cellulare tra le tasche di un paio di eleganti pantaloni
neri di marca. Giorgio Armani. Esattamente come la giacca scura che
indossava e persino come la cravatta di un profondo blu.
La sua marca preferita, italiana, perchè gli italiani hanno buon gusto
nel vestire... o almeno così gli era sempre stato detto, che poi ci
credesse era tutt'altra storia.
Come un fantasma senza forma e sostanza scivolò nell'oscurità di un
vicolo che sbucava sulle strade principali di Shibuya ferendo il suo
sguardo, annerito dagli occhiali da sole, con luci incandescenti.
Alzò il capo verso il cielo, verso quella cappa di nera pece che
avvolgeva la città in un sudario e sembrava racchiuderla in una cupola
per nasconderla al resto del mondo, proteggendo i suoi abitanti e
creando per loro l'illusione di abitare su un pezzo di paradiso.
Per qualche secondo si scoprì come ipnotizzato, con il naso all'insu, a
contare le stelle che brillavano per lui, solo allora riabbassò il capo
e scrutò avanti a sè: la cascata di uomini e donne che sembrava
riversarglisi contro e, al di là della strada, il cartellone di una
nuova idol che sorrideva seducente e sembrava fare sesso con l'edificio
su cui era stato appeso.
Sotto il cartellone spiccava il nome di un lussuoso albergo davanti a
cui prostitute e conigliette sbattevano le palpebre lanciando occhilini
ai passanti che adescavano con parole provocanti.
Un paio di loro ci provò anche con lui, avvicinandosi alle sue spalle
per scivolarvici sopra con la punta di dita smaltate di rosso, il colore
della passione.
- Ehy bello, ti va di fare un giro con noi questa sera? Promettiamo di
farti divertire! -
Le labbra delle due erano piegate in un sorriso, morbido ed eccitante,
proprio come quelle bocche rosse come mele mature pronte per esser
raccolte.
Eppure lui non le notò nemmeno.
Fece un gesto di diniego, si allontanò spostando dalla propria spalla le
loro mani e storse il naso mentre il cellulare aveva ripreso a suonare
con il suo stupido "White Christmas", una suoneria che gli aveva
impostato la sua collega blaterando sciocchezze romantiche sullo spirito
natalizio. Ma mancava un mese buono a Natale e, in generale, a lui
queste cose non importavano granchè.
Per un attimo ebbe l'impulso di prendere il telefonino e gettarlo nella
spazzatura, soltanto la consapevolezza che quello gli serviva per lavoro
lo trattenne e fingendo indifferenza si chiuse nell'elegante giacca
continuando a camminare.
Una meta che ben conosceva, ma in cui si era ripromesso di non tornare,
tra le maschere sorridenti di demoni tentatori prigionieri di corpi
armoniosi e pieni di curve e locali creati solo per il piacere.
E intanto il cellulare spargeva intorno la sua canzone di Natale mentre
dall'altra parte della linea qualcuno lanciava maledizioni e insulti
diretti a lui.
- Ma porc... Domani, appena lo vedo, giuro che lo uccido! Lo ammazzo, lo
ammazzo davvero! - imprecò chiudendo la chiamata e arrendendosi una
volta per tutte, scuotendo il capo vigorosamente per rivolgere uno
sguardo di scuse agli uomini che lo avevano accompagnato.
- Mi spiace, ma a quanto pare Len ha deciso di non essere dei nostri. -
borbottò facendo spallucce.
Gli altri si scambiarono sguardi perplessi.
- E' il solito. - bofonchiò qualcuno.
- Vabbè a questo punto è inutile restare, andiamo a farci una birra. -
- Sì, ti seguo volentieri, sono stanco di crepare di freddo in mezzo
alla strada. -
- Okubo, domani in ufficio, vedi di spaccargli la faccia anche da parte
mia. -
Una risata generale si alzò al cielo e i quattro sparirono all'interno
di un locale che portava la scritta "Kimagure Restourant".
Quando il cellulare smise di infastidirlo non se ne accorse nemmeno.
Vagava come un'anima in pena sempre dritto avanti a sè, senza guardare
in faccia nessuno, senza nemmeno ascoltare insulti o parole provocanti
che le prostitute della zona gli rivolgevano o saluti di vecchi amici
che non riconobbe.
Poi finalmente si fermò.
Non era ancora arrivato invero.
Ma occhi di un altro mondo e un'altra era lo fissavano trappassandone
con assurda facilità il cranio, come una pallottola sparata a
bruciapelo.
Iridi di un colore troppo intenso perché potesse comprenderlo, grigie
come l'argento eppure anche azzurre come laghi di ghiaccio o trasparenti
come acqua di fonte. Occhi che, sebbene non potessero essere che tali,
sembravano invece specchi creati in un illusione che scemò quando voci
irose spezzarono il silenzio.
Una mezza luna all'insù comparve sotto agli occhi e l'illusione sparì,
scappando e mischiandosi tra la folla come se non fosse mai esistita
davvero.
- Aaron... -
Un bisbiglio, il suo, mentre voltava il capo superato da uomini in nero
che correvano dietro un ragazzo scomparso tra la gente di Shibuya
spintonandolo senza nemmeno fermarsi a porgergli le sue scuse.
Il vento frizzante sussurrava al suo orecchio, rabbrividì e scosse la
testa mentre la mancina, coperta da un guanto in pelle scura, si portava
al viso, coprendolo.
Sorrise.
- Che stupido. -
E riportò la mano nella tasca dei pantaloni facendosi sfuggire un
sospiro e proseguendo il suo cammino fino ad attraversare la strada per
trovarsi, finalmente, innanzi ad un edificio che brillava più degli
altri come una piccola stella nata a Tokyo.
Oro e diamanti scivolavano in una cascata per sfiorare le porte
automatiche che scorsero non appena si avvicinò.
- Aoyama-sama, la stavamo attendendo, ben tornato. -
Qualcuno gli si era avvicinato riconoscendolo all'istante.
- Arigato. -
Si levò la giacca porgendogliela e rimase sulla porta osservandosi
distrattamente intorno.
- Lei è arrivata? - domandò poi concedendo uno sguardo, nascosto dalle
lenti speculari degli occhiali scuri, al concierge che lo aveva accolto
con la solita gentilezza delle volte precedenti. Una ogni mese, il
giorno venticinque e quello, come di consueto, era il venticinque di
Novembre, un mese esatto prima di Natale.
- Sì, signore. La sta aspettando in stanza. La solita, naturalmente. -
Annuì prima di portarsi alle scale per salire un gradino alla volta e
giungere nel lungo corridoio costellato di stanze, una più lussuosa
dell'altra. Voci maschili e femminili, fuse in grida, o comunque frasi
eccitate, giungevano fino al corridoio. Affrettò il passo arrivando
finalmente alla sua stanza.
La solita.
Da tre anni a quella parte.
Numero 25.
L'ultima di quel piano, sulla sinistra.
Aprì la porta e un aroma fruttato pizzicò le sue narici mentre la figura
intera di una donna comparve in quella che si poteva definire
perfettamente una bellezza demoniaca.
La *lei* che attendeva.
I capelli erano più rossi del sangue, lunghi arrivavano fino alle spalle
e oltre scivolando arrotolati come morbide stelle filanti. Un pizzo nero
di ciglia rendeva il suo sguardo ancor più suadente, socchiudendosi in
continuazione per celare in parte splendide iridi d'ametista fusa che
colavano nello sguardo di chi le guardava e lo soggiogavano, rendendolo
suo schiavo. Il tutto su un ovale senza imperfezioni di un candore
assoluto, di un bianco troppo bianco, di un chiarore pallido che
soltanto su quel volto di donna non stonava.
Perché quella donna, di non più di venticinque anni, era bella, molto.
Troppo.
Ad avvolgere un corpo dalle armoniose forme un semplice abito di velluto
bordeaux che scivolava a sostenere il seno e risaltava i fianchi
stretti, aprendosi con uno spacco sulle lunghissime gambe.
Era perfetta.
Di una bellezza unica.
Ancor più bella di un angelo.
Per questo era convinto che non fosse un angelo, perché la sua era, per
l'appunto, una bellezza diabolica.
- Sei in ritardo Len. -
Persino la sua voce non poteva appartenere ad un essere umano.
Suadente nella semplicità con cui era stata proferita, calda, di un
calore che lo aveva avvolto come una tela di ragno e lo mandava a fuoco
bruciandone le vene e il sangue. Leggera come aria, gentile e dolce,
eppure, sì, non c'era alcun dubbio, maledettamente fasulla.
- Per un momento ho persino pensato che avessi cambiato idea. - continuò
lei, posando una mano diafana sulle labbra rosse, per nascondere con
l'innocenza di una bambina il tenero sorriso che le dipinse.
Candida ingenuità.
- Ora sono qui. -
Contrastò parecchio la voce di Len, che apparve ferma ma che in realtà
nascondeva una tensione nervosa che turbinava nel suo sguardo,
fortunatamente sempre nascosto dagli occhiali.
- Giusto. -
- Mhm. -
- Vuoi vederlo? -
- Se non volessi non sarei qui. -
- Eppure hai esitato. - chiocciò la donna con una risata allegra e
cristallina.
- Fammelo vedere. - fu l'unica e l'ultima cosa che disse Len, dopodiché
la luce dorata che lo aveva accolta nella stanza si affievolì come se
fosse stata una candela su cui qualcuno aveva soffiato, spegnendone la
fiamma.
Cadde l'oscurità ferita soltanto dai raggi di una luna pallida che si
scontrarono più volte col corpo della donna, così bello che la luna
stessa ebbe vergogna di mostrarsi nella sua interezza.
La stanza mutò lentamente: le pareti che la costituivano sembrarono
sciogliersi e al suo posto crebbe la roccia, fredda e bigia. Seguì il
pavimento, che scomparve risucchiato dal'oscurità per lasciare lo spazio
ad un corridoio in pietra mentre il vapore usciva dai pertugi riempiendo
quel luogo del suo calore asfisiante.
Len non si mosse.
Rimase in attesa come se già conoscesse cosa sarebbe in seguito
accaduto.
Lo spirare di un vento vecchio mille anni li avvolse scorrendo sulle
pareti rocciose e producendo strani rumori, così simili a lamenti di
mostri invisibili.
Chiuse gli occhi.
Un'onda bianca accecò il luogo.
Li riaprì dopo qualche secondo, quando fu sicuro che la luce si fosse
affievolita facendoli di nuovo piombare nell'oscurità e poi... il suo
cuore prese vita e tuonò nel suo petto fino a fargli male, fino a farlo
tremare mentre cadeva in terra colto da uno spasmo muscolare.
Al suo fianco la donna non battè ciglio, si limitò a mostrare il suo
sorriso di bambina su labbra carnose violentate da un rossetto rosso
come il sangue.
Infine, finalmente, Len *lo* vide.
I capelli erano così lunghi che dal capo scivolavano fino a terra
cospargendo la pietra di filami corvini, come un oceano di petrolio. La
pelle non aveva perso il colore dell'oro che l'aveva sempre
caratterizzata e anzi, nel buio del luogo sembrava brillare come una
preziosa pepita, come oro colato su quel corpo prigioniero in parte
della roccia. Perchè quello che Len vide, in realtà, non fu altro che un
prigioniero del sonno e della pietra il cui corpo si fondeva in parte
con essa lasciando fuori soltanto il busto e le braccia. Persino le mani
erano divorate dal grigiore di una roccia fredda che bramavano quel
corpo slanciato, quegli arti forti e i muscoli ben disegnati sul torace
e sul petto.
Sembrava la statua di una divinità greca creata nel bronzo e incastonata
nella pietra.
Il volto di quell'essere, chiunque egli fosse stato, non aveva
espressione, le palpebre celavano gli occhi e la bocca era socchiusa.
Dormiva. Forse era morto. Forse invece non era mai nemmeno esistito.
Len lo fissò a lungo, inginocchiato sul pavimento gelido mentre si
premeva il petto con la mano e mentre il cuore martellava insistente
fino a sfondargli i timpani. Doloroso. Insopportabile.
A malapena riusciva ancora a respirare e la testa sembrava dover
scoppiare da un momento all'altro.
Con fatica tese una mano verso l'alto, verso quel corpo d'oro fuso al
bronzo e alla pietra che sembrava protendersi verso di lui.
- Aaron... - mormorò la sua voce, così diversa dal solito che si stupì
udendola.
La donna reclinò il capo abbassando gli occhi su di lui.
- Bene, ora possiamo tornare. - affermò calma.
- No! Aspetta. -
Si era alzato in piedi nell'esclamarlo, e fu uno sbaglio perché ci
vollero soltanto un paio di secondi per farlo ricadere a terra.
- Non essere sciocco, sai cosa significa per te rimanere in questo
luogo. Morirai! -
Lui rise.
Per un momento i ruoli si furono invertiti, questa volta era lui che
sorrideva mentre la donna aveva ridotto le iridi d'ametista a due
fessure e lo guardava irritata.
- Attento Len, ricordati che sono io che ti ho concesso di poterlo
vedere. - sibilò allora lei, posando direttamente le labbra all'orecchio
di Len, restando ora dietro di lui.
Non la ascoltò nemmeno.
Con la mano la scacciò come se si fosse trattato di una mosca fastidiosa
e, lentamente e a piccoli passi, si portò più vicino alla statua
dormiente sfiorandone con le dita la pelle morbida. Era così fredda che
rabbrividì.
Un altro passo, riuscì persino a toccargli il viso, temporeggiando in
una carezza.
Il cuore continuava a battere sempre più forte finchè non ebbe davvero
la sensazione che esplodesse nel petto e si accasciò spalancando gli
occhi per il dolore.
- Il tuo tempo è scaduto. - udì a malapena le parole della donna e tutto
scomparve tornando nella stanza di un lussuoso albergo di Shibuya come
se non fosse mai accaduto nulla.
Lui era inginocchiato sul tappeto con la testa china, mentre lei lo
troneggiava alle spalle arricciandosi la folta chioma rossa sull'indice
affusolato.
- Ora devi rispettare la tua parte di patto, mio caro. -
Annuì appena, o forse pensò soltanto di averlo fatto, ma non avrebbe
cambiato comunque quello che successe poi.
La donna scorse con le dita candide nella chioma rossa, passandovi come
se si fosse trattata di acqua insanguinata e lasciando che i capelli
ricadessero dietro le spalle.
Si abbassò su di lui, sempre sorridendo, schiudendo le labbra morbide e
posandole sul lobo del suo orecchio.
Len rabbrividì per il contatto gelido e per i brividi che gli procurò.
Freddo.
Scivolò al suo collo, sbottonando la camicia bianca che indossava e
liberandolo completamente, per lasciare le impronte dei suoi baci.
La mancina sfiorò qualcosa legato alla coscia, sotto il vestito e,
quando la estrasse, un pugnale d'argento riluccicò abbagliato dai raggi
lunari, scintillando e fendendo l'oscurità per conficcarsi con forza
poco sotto la spalla destra di Len.
La schiena di lui si incurvò rischiando persino di spezzarsi, la bocca
si spalancò incapace di soffocare un grido di dolore, gli occhi si
aprirono sotto lenti speculari di occhiali da sole di marca e il sangue
sgorgò dalla ferita. Fiume rosso di sangue sulla schiena dell'uomo
mentre lei procedeva, senza alcun problema, nel taglio, incurvando la
traiettoria fino a giungere alla metà perfetta della schiena.
Allora Len cadde in avanti, completamente curvo, ansimando per il gran
dolore, avvolto dal liquido scarlatto che colava a macchiare camicia e
tappeto.
Lei sorrise. Senza falsità questa volta, diabolica, assuefatta dal
profumo ferruginoso di quella vita calda che le sporcava anche le lunghe
dita di porcellana.
Estrasse il pugnale.
E lo riconficcò per la seconda volta nella sua schiena, sotto la spalla
sinistra, riservando lo stesso trattamento, percorrendo la schiena con
un taglio profondo e oblicuo sotto al grido di Len che stringeva le mani
a pugno e per sopportare tutto quello conficcava le unghie nella carne,
versando altro sangue scarlatto e profumato.
- Manca poco. - annunciò allora la donna piegandosi maggiormente su di
lui, togliendo il pugnale e baciandone le ferite che la macchiarono di
cremisi e ne macchiarono anche i capelli, ora più rossi, come fuoco che
arde nelle profondità dell'Inferno.
Poi avvenne.
Nate dal sangue, nate dal liquido purpureo che scorreva nel suo corpo,
si ersero fino al soffitto maestose ali bianche che, tuttavia, per metà
erano ricolorate di nera pece.
Ali bianche sporcate d'oscurità e dal sangue.
E la donna che rideva soddisfatta ammirando quello spettacolo che lei
trovo erotico e compiacente.
Poggiò con la guancia sul tappeto, sdraiandosi pure in quel mare
purpureo che ormai aveva compromesso un costosissimo tappeto, e avvicinò
le labbra al viso chino di Len, sfiorandone la pelle della guancia e
bisbigliando al suo orecchio con voce suadente.
- Siete bellissimo, Nelkhael. Bellissimo. -
Rise.
Una risata che invase i timpani tintinnando in continuazione nella testa
come campanelli d'argento e frammenti di cristallo rotti.
Rise.
Gettando indietro il capo, in un movimento che mosse i suoi boccoli a
ridisegnare scie rosse nell'aria, carezzando il collo e la guancia di
Len.
Rise.
Per poi accarezzare le morbide piume d'angelo sorte dalla schiena
dell'uomo.
Rise.
E si lasciò inghiottire dall'oscurità scomparendo pian piano,
lasciandolo da solo ricurvo su se stesso ad affogare nel proprio sangue,
schiacciato da ali troppo grandi per lui, finchè egli stesso non cadde
prigioniero di un sonno forzato.
Chiuse gli occhi, sognò di sè stesso, sognò di un giovane prigioniero
della roccia e di un altro con occhi d'argento e acqua di fonte, sognò
ali d'angelo e pime di corvo, sognò tutto questo e molto di più fino al
giungere del mattino che lo vide comodamente sdraiato in un letto
d'albergo della zona di Shibuya.