+†+As you wish+†+

 

"Sono il genio della lampada, sfregala, mio nuovo padrone ed esaudirò i tuoi desideri.
Sono il genio della lampada ed ogni cosa che vorrai sarà tua..."

Capitolo #01

A Man

Lucciole dorate sostavano in un cielo nero d'inverno, immobili e lontane. Stelle.
Neon di insegne gigantesche esplodevano nell'aria attirando passanti e clienti abituali in locali da cui sarebbero usciti col sorriso sulle labbra soltanto la mattina seguente.
Grattacieli immensi troneggiavano sulle vie del quartiere, sfondando una volta celeste per avvicinarsi agli dei e rubare le loro conoscenze.
Una Tokyo insonne camminava tra sorrisi e sguardi maliziosi mostrando il suo volto notturno che tornava a splendere dopo le fatiche di giornate anonime e noiose, tutte così insulsamente uguali l'una all'altra che diveniva persino banale viverle.
Night clubs, hotel a ore e bordelli. Casinò, pub con luci psichedeliche e discoteche.
Era l'imbarazzo della scelta l'unica cosa a frenare gli impulsi di vivere una notte di puri divertimenti...
- Pronto? Oh, cazzo, di nuovo la segreteria telefonica... Ma si può sapere dove sei finito? Ti stiamo aspettando da ore! Bè, quando senti il messaggio precipitati subito qui! -
Ma esisteva anche chi la notte tornava a vivere soltanto per dovere, aggirandosi tra vie costellate di tentazioni soltanto per mere questioni di lavoro, sfuggendo ai caldi piaceri del peccato... o fingendo soltanto di non vederli per poi tornare più tardi. Sempre. Perchè tutti tornavano. Senza eccezione alcuna.
Scarpe nere Giorgio Armani calpestavano l'asfalto con l'aria di chi ha fretta eppure conosce perfettamente la propria destinazione. Nonostante tutto la stava denigrando scegliendo appositamente di andare nella parte opposta, senza ascoltare una coscienza rumorosa che lo aveva rimproverato dal momento in cui aveva lasciato il suo ufficio a pochi isolati da lì.
"Kimagure Restourant. Kimagure Restourant. Kimagure Restourant." continuavano a ripetere i suoi stessi pensieri, o quello che lui aveva definito coscienza e, a rincarare la dose iniziarono gli squilli insistenti di un cellulare vecchio di cent'anni che non si era ancora deciso a cambiare per pigrizia, e perchè non aveva intenzione di sprecare tempo per imparare ad usarne uno nuovo. Troppo complicato.
Ma quello suonava, trillando come il suono di una campana che spezza il silenzio di una preghiera e la sua mano era presto corsa a stringerlo per guardare almeno il display e scoprire che, a quella chiamata, non avrebbe mai risposto. Non in quel momento almeno. Non per quella sera.
"Kimagure Restourant. Kimagure Restourant." ancora la coscienza che parlava con la sua voce, blaterando a qualcuno che non l'avrebbe ascoltata.
Reinfilò il cellulare tra le tasche di un paio di eleganti pantaloni neri di marca. Giorgio Armani. Esattamente come la giacca scura che indossava e persino come la cravatta di un profondo blu.
La sua marca preferita, italiana, perchè gli italiani hanno buon gusto nel vestire... o almeno così gli era sempre stato detto, che poi ci credesse era tutt'altra storia.
Come un fantasma senza forma e sostanza scivolò nell'oscurità di un vicolo che sbucava sulle strade principali di Shibuya ferendo il suo sguardo, annerito dagli occhiali da sole, con luci incandescenti.
Alzò il capo verso il cielo, verso quella cappa di nera pece che avvolgeva la città in un sudario e sembrava racchiuderla in una cupola per nasconderla al resto del mondo, proteggendo i suoi abitanti e creando per loro l'illusione di abitare su un pezzo di paradiso.
Per qualche secondo si scoprì come ipnotizzato, con il naso all'insu, a contare le stelle che brillavano per lui, solo allora riabbassò il capo e scrutò avanti a sè: la cascata di uomini e donne che sembrava riversarglisi contro e, al di là della strada, il cartellone di una nuova idol che sorrideva seducente e sembrava fare sesso con l'edificio su cui era stato appeso.
Sotto il cartellone spiccava il nome di un lussuoso albergo davanti a cui prostitute e conigliette sbattevano le palpebre lanciando occhilini ai passanti che adescavano con parole provocanti.
Un paio di loro ci provò anche con lui, avvicinandosi alle sue spalle per scivolarvici sopra con la punta di dita smaltate di rosso, il colore della passione.
- Ehy bello, ti va di fare un giro con noi questa sera? Promettiamo di farti divertire! -
Le labbra delle due erano piegate in un sorriso, morbido ed eccitante, proprio come quelle bocche rosse come mele mature pronte per esser raccolte.
Eppure lui non le notò nemmeno.
Fece un gesto di diniego, si allontanò spostando dalla propria spalla le loro mani e storse il naso mentre il cellulare aveva ripreso a suonare con il suo stupido "White Christmas", una suoneria che gli aveva impostato la sua collega blaterando sciocchezze romantiche sullo spirito natalizio. Ma mancava un mese buono a Natale e, in generale, a lui queste cose non importavano granchè.
Per un attimo ebbe l'impulso di prendere il telefonino e gettarlo nella spazzatura, soltanto la consapevolezza che quello gli serviva per lavoro lo trattenne e fingendo indifferenza si chiuse nell'elegante giacca continuando a camminare.
Una meta che ben conosceva, ma in cui si era ripromesso di non tornare, tra le maschere sorridenti di demoni tentatori prigionieri di corpi armoniosi e pieni di curve e locali creati solo per il piacere.
E intanto il cellulare spargeva intorno la sua canzone di Natale mentre dall'altra parte della linea qualcuno lanciava maledizioni e insulti diretti a lui.
- Ma porc... Domani, appena lo vedo, giuro che lo uccido! Lo ammazzo, lo ammazzo davvero! - imprecò chiudendo la chiamata e arrendendosi una volta per tutte, scuotendo il capo vigorosamente per rivolgere uno sguardo di scuse agli uomini che lo avevano accompagnato.
- Mi spiace, ma a quanto pare Len ha deciso di non essere dei nostri. - borbottò facendo spallucce.
Gli altri si scambiarono sguardi perplessi.
- E' il solito. - bofonchiò qualcuno.
- Vabbè a questo punto è inutile restare, andiamo a farci una birra. -
- Sì, ti seguo volentieri, sono stanco di crepare di freddo in mezzo alla strada. -
- Okubo, domani in ufficio, vedi di spaccargli la faccia anche da parte mia. -
Una risata generale si alzò al cielo e i quattro sparirono all'interno di un locale che portava la scritta "Kimagure Restourant".
Quando il cellulare smise di infastidirlo non se ne accorse nemmeno. Vagava come un'anima in pena sempre dritto avanti a sè, senza guardare in faccia nessuno, senza nemmeno ascoltare insulti o parole provocanti che le prostitute della zona gli rivolgevano o saluti di vecchi amici che non riconobbe.
Poi finalmente si fermò.
Non era ancora arrivato invero.
Ma occhi di un altro mondo e un'altra era lo fissavano trappassandone con assurda facilità il cranio, come una pallottola sparata a bruciapelo.
Iridi di un colore troppo intenso perché potesse comprenderlo, grigie come l'argento eppure anche azzurre come laghi di ghiaccio o trasparenti come acqua di fonte. Occhi che, sebbene non potessero essere che tali, sembravano invece specchi creati in un illusione che scemò quando voci irose spezzarono il silenzio.
Una mezza luna all'insù comparve sotto agli occhi e l'illusione sparì, scappando e mischiandosi tra la folla come se non fosse mai esistita davvero.
- Aaron... -
Un bisbiglio, il suo, mentre voltava il capo superato da uomini in nero che correvano dietro un ragazzo scomparso tra la gente di Shibuya spintonandolo senza nemmeno fermarsi a porgergli le sue scuse.
Il vento frizzante sussurrava al suo orecchio, rabbrividì e scosse la testa mentre la mancina, coperta da un guanto in pelle scura, si portava al viso, coprendolo.
Sorrise.
- Che stupido. -
E riportò la mano nella tasca dei  pantaloni facendosi sfuggire un sospiro e proseguendo il suo cammino fino ad attraversare la strada per trovarsi, finalmente, innanzi ad un edificio che brillava più degli altri come una piccola stella nata a Tokyo.
Oro e diamanti scivolavano in una cascata per sfiorare le porte automatiche che scorsero non appena si avvicinò.
- Aoyama-sama, la stavamo attendendo, ben tornato. -
Qualcuno gli si era avvicinato riconoscendolo all'istante.
- Arigato. -
Si levò la giacca porgendogliela e rimase sulla porta osservandosi distrattamente intorno.
- Lei è arrivata? - domandò poi concedendo uno sguardo, nascosto dalle lenti speculari degli occhiali scuri, al concierge che lo aveva accolto con la solita gentilezza delle volte precedenti. Una ogni mese, il giorno venticinque e quello, come di consueto, era il venticinque di Novembre, un mese esatto prima di Natale.
- Sì, signore. La sta aspettando in stanza. La solita, naturalmente. -
Annuì prima di portarsi alle scale per salire un gradino alla volta e giungere nel lungo corridoio costellato di stanze, una più lussuosa dell'altra. Voci maschili e femminili, fuse in grida, o comunque frasi eccitate, giungevano fino al corridoio. Affrettò il passo arrivando finalmente alla sua stanza.
La solita.
Da tre anni a quella parte.
Numero 25.
L'ultima di quel piano, sulla sinistra.
Aprì la porta e un aroma fruttato pizzicò le sue narici mentre la figura intera di una donna comparve in quella che si poteva definire perfettamente una bellezza demoniaca.
La *lei* che attendeva.
I capelli erano più rossi del sangue, lunghi arrivavano fino alle spalle e oltre scivolando arrotolati come morbide stelle filanti. Un pizzo nero di ciglia rendeva il suo sguardo ancor più suadente, socchiudendosi in continuazione per celare in parte splendide iridi d'ametista fusa che colavano nello sguardo di chi le guardava e lo soggiogavano, rendendolo suo schiavo. Il tutto su un ovale senza imperfezioni di un candore assoluto, di un bianco troppo bianco, di un chiarore pallido che soltanto su quel volto di donna non stonava.
Perché quella donna, di non più di venticinque anni, era bella, molto. Troppo.
Ad avvolgere un corpo dalle armoniose forme un semplice abito di velluto bordeaux che scivolava a sostenere il seno e risaltava i fianchi stretti, aprendosi con uno spacco sulle lunghissime gambe.
Era perfetta.
Di una bellezza unica.
Ancor più bella di un angelo.
Per questo era convinto che non fosse un angelo, perché la sua era, per l'appunto, una bellezza diabolica.
- Sei in ritardo Len. -
Persino la sua voce non poteva appartenere ad un essere umano.
Suadente nella semplicità con cui era stata proferita, calda, di un calore che lo aveva avvolto come una tela di ragno e lo mandava a fuoco bruciandone le vene e il sangue. Leggera come aria, gentile e dolce, eppure, sì, non c'era alcun dubbio, maledettamente fasulla.
- Per un momento ho persino pensato che avessi cambiato idea. - continuò lei, posando una mano diafana sulle labbra rosse, per nascondere con l'innocenza di una bambina il tenero sorriso che le dipinse.
Candida ingenuità.
- Ora sono qui. -
Contrastò parecchio la voce di Len, che apparve ferma ma che in realtà nascondeva una tensione nervosa che turbinava nel suo sguardo, fortunatamente sempre nascosto dagli occhiali.
- Giusto. -
- Mhm. -
- Vuoi vederlo? -
- Se non volessi non sarei qui. -
- Eppure hai esitato. - chiocciò la donna con una risata allegra e cristallina.
- Fammelo vedere. - fu l'unica e l'ultima cosa che disse Len, dopodiché la luce dorata che lo aveva accolta nella stanza si affievolì come se fosse stata una candela su cui qualcuno aveva soffiato, spegnendone la fiamma.
Cadde l'oscurità ferita soltanto dai raggi di una luna pallida che si scontrarono più volte col corpo della donna, così bello che la luna stessa ebbe vergogna di mostrarsi nella sua interezza.
La stanza mutò lentamente: le pareti che la costituivano sembrarono sciogliersi e al suo posto crebbe la roccia, fredda e bigia. Seguì il pavimento, che scomparve risucchiato dal'oscurità per lasciare lo spazio ad un corridoio in pietra mentre il vapore usciva dai pertugi riempiendo quel luogo del suo calore asfisiante.
Len non si mosse.
Rimase in attesa come se già conoscesse cosa sarebbe in seguito accaduto.
Lo spirare di un vento vecchio mille anni li avvolse scorrendo sulle pareti rocciose e producendo strani rumori, così simili a lamenti di mostri invisibili.
Chiuse gli occhi.
Un'onda bianca accecò il luogo.
Li riaprì dopo qualche secondo, quando fu sicuro che la luce si fosse affievolita facendoli di nuovo piombare nell'oscurità e poi... il suo cuore prese vita e tuonò nel suo petto fino a fargli male, fino a farlo tremare mentre cadeva in terra colto da uno spasmo muscolare.
Al suo fianco la donna non battè ciglio, si limitò a mostrare il suo sorriso di bambina su labbra carnose violentate da un rossetto rosso come il sangue.
Infine, finalmente, Len *lo* vide.
I capelli erano così lunghi che dal capo scivolavano fino a terra cospargendo la pietra di filami corvini, come un oceano di petrolio. La pelle non aveva perso il colore dell'oro che l'aveva sempre caratterizzata e anzi, nel buio del luogo sembrava brillare come una preziosa pepita, come oro colato su quel corpo prigioniero in parte della roccia. Perchè quello che Len vide, in realtà, non fu altro che un prigioniero del sonno e della pietra il cui corpo si fondeva in parte con essa lasciando fuori soltanto il busto e le braccia. Persino le mani erano divorate dal grigiore di una roccia fredda che bramavano quel corpo slanciato, quegli arti forti e i muscoli ben disegnati sul torace e sul petto.
Sembrava la statua di una divinità greca creata nel bronzo e incastonata nella pietra.
Il volto di quell'essere, chiunque egli fosse stato, non aveva espressione, le palpebre celavano gli occhi e la bocca era socchiusa. Dormiva. Forse era morto. Forse invece non era mai nemmeno esistito.
Len lo fissò a lungo, inginocchiato sul pavimento gelido mentre si premeva il petto con la mano e mentre il cuore martellava insistente fino a sfondargli i timpani. Doloroso. Insopportabile.
A malapena riusciva ancora a respirare e la testa sembrava dover scoppiare da un momento all'altro.
Con fatica tese una mano verso l'alto, verso quel corpo d'oro fuso al bronzo e alla pietra che sembrava protendersi verso di lui.
- Aaron... - mormorò la sua voce, così diversa dal solito che si stupì udendola.
La donna reclinò il capo abbassando gli occhi su di lui.
- Bene, ora possiamo tornare. - affermò calma.
- No! Aspetta. -
Si era alzato in piedi nell'esclamarlo, e fu uno sbaglio perché ci vollero soltanto un paio di secondi per farlo ricadere a terra.
- Non essere sciocco, sai cosa significa per te rimanere in questo luogo. Morirai! -
Lui rise.
Per un momento i ruoli si furono invertiti, questa volta era lui che sorrideva mentre la donna aveva ridotto le iridi d'ametista a due fessure e lo guardava irritata.
- Attento Len, ricordati che sono io che ti ho concesso di poterlo vedere. - sibilò allora lei, posando direttamente le labbra all'orecchio di Len, restando ora dietro di lui.
Non la ascoltò nemmeno.
Con la mano la scacciò come se si fosse trattato di una mosca fastidiosa e, lentamente e a piccoli passi, si portò più vicino alla statua dormiente sfiorandone con le dita la pelle morbida. Era così fredda che rabbrividì.
Un altro passo, riuscì persino a toccargli il viso, temporeggiando in una carezza.
Il cuore continuava a battere sempre più forte finchè non ebbe davvero la sensazione che esplodesse nel petto e si accasciò spalancando gli occhi per il dolore.
- Il tuo tempo è scaduto. - udì a malapena le parole della donna e tutto scomparve tornando nella stanza di un lussuoso albergo di Shibuya come se non fosse mai accaduto nulla.
Lui era inginocchiato sul tappeto con la testa china, mentre lei lo troneggiava alle spalle arricciandosi la folta chioma rossa sull'indice affusolato.
- Ora devi rispettare la tua parte di patto, mio caro. -
Annuì appena, o forse pensò soltanto di averlo fatto, ma non avrebbe cambiato comunque quello che successe poi.
La donna scorse con le dita candide nella chioma rossa, passandovi come se si fosse trattata di acqua insanguinata e lasciando che i capelli ricadessero dietro le spalle.
Si abbassò su di lui, sempre sorridendo, schiudendo le labbra morbide e posandole sul lobo del suo orecchio.
Len rabbrividì per il contatto gelido e per i brividi che gli procurò.
Freddo.
Scivolò al suo collo, sbottonando la camicia bianca che indossava e liberandolo completamente, per lasciare le impronte dei suoi baci.
La mancina sfiorò qualcosa legato alla coscia, sotto il vestito e, quando la estrasse, un pugnale d'argento riluccicò abbagliato dai raggi lunari, scintillando e fendendo l'oscurità per conficcarsi con forza poco sotto la spalla destra di Len.
La schiena di lui si incurvò rischiando persino di spezzarsi, la bocca si spalancò incapace di soffocare un grido di dolore, gli occhi si aprirono sotto lenti speculari di occhiali da sole di marca e il sangue sgorgò dalla ferita. Fiume rosso di sangue sulla schiena dell'uomo mentre lei procedeva, senza alcun problema, nel taglio, incurvando la traiettoria fino a giungere alla metà perfetta della schiena.
Allora Len cadde in avanti, completamente curvo, ansimando per il gran dolore, avvolto dal liquido scarlatto che colava a macchiare camicia e tappeto.
Lei sorrise. Senza falsità questa volta, diabolica, assuefatta dal profumo ferruginoso di quella vita calda che le sporcava anche le lunghe dita di porcellana.
Estrasse il pugnale.
E lo riconficcò per la seconda volta nella sua schiena, sotto la spalla sinistra, riservando lo stesso trattamento, percorrendo la schiena con un taglio profondo e oblicuo sotto al grido di Len che stringeva le mani a pugno e per sopportare tutto quello conficcava le unghie nella carne, versando altro sangue scarlatto e profumato.
- Manca poco. - annunciò allora la donna piegandosi maggiormente su di lui, togliendo il pugnale e baciandone le ferite che la macchiarono di cremisi e ne macchiarono anche i capelli, ora più rossi, come fuoco che arde nelle profondità dell'Inferno.
Poi avvenne.
Nate dal sangue, nate dal liquido purpureo che scorreva nel suo corpo, si ersero fino al soffitto maestose ali bianche che, tuttavia, per metà erano ricolorate di nera pece.
Ali bianche sporcate d'oscurità e dal sangue.
E la donna che rideva soddisfatta ammirando quello spettacolo che lei trovo erotico e compiacente.
Poggiò con la guancia sul tappeto, sdraiandosi pure in quel mare purpureo che ormai aveva compromesso un costosissimo tappeto, e avvicinò le labbra al viso chino di Len, sfiorandone la pelle della guancia e bisbigliando al suo orecchio con voce suadente.
- Siete bellissimo, Nelkhael. Bellissimo. -
Rise.
Una risata che invase i timpani tintinnando in continuazione nella testa come campanelli d'argento e frammenti di cristallo rotti.
Rise.
Gettando indietro il capo, in un movimento che mosse i suoi boccoli a ridisegnare scie rosse nell'aria, carezzando il collo e la guancia di Len.
Rise.
Per poi accarezzare le morbide piume d'angelo sorte dalla schiena dell'uomo.
Rise.
E si lasciò inghiottire dall'oscurità scomparendo pian piano, lasciandolo da solo ricurvo su se stesso ad affogare nel proprio sangue, schiacciato da ali troppo grandi per lui, finchè egli stesso non cadde prigioniero di un sonno forzato.
Chiuse gli occhi, sognò di sè stesso, sognò di un giovane prigioniero della roccia e di un altro con occhi d'argento e acqua di fonte, sognò ali d'angelo e pime di corvo, sognò tutto questo e molto di più fino al giungere del mattino che lo vide comodamente sdraiato in un letto d'albergo della zona di Shibuya.

 

A MAN END

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