L'archetto sfilava lungo le corde
rigide.
Le torturava dolcemente per dar vita alla melodia, accompagnata dalle
lacrime piante da un cielo di piombo che si scioglieva su di loro.
Seduto con la schiena contro la balaustra di poppa, le dita affusolate
carezzavano il violino con la stessa sensualità con cui un amante
seduce la propria donna. E lui, l'Angelo Splendente, lui non lo stava
solo seducendo, lo stava amando. Sebbene agli angeli fosse vietato
amare.
Peccatore.
No, peggio.
Angelo Decaduto.
I capelli, bagnati dall'acqua, ricadevano ad incorniciare un viso
intagliato nella purezza dei marmi di Carrara, contrastando col loro
colore corvino. Un sorriso appena accennato donava dolcezza a quel
volto, perfetta imitazione dell'innocenza infantile. Gocce trasparenti
colavano lungo i lineamenti ancora fanciulleschi e gli occhi -Dio, no,
no! Quelli non potevano essere davvero occhi!- erano socchiusi a
guardar avanti a sè, verso un punto imprecisato della nave.
La sua musica si perdeva tra i lamenti della pioggia e delle onde
dell'oceano che si abbattevano contro la nave, violente, quasi
volessero capovolgerla, irritate dalla bandiera nera innalzata
sull'albero maestro. Bandiera nera e teschio bianco.
Erano pirati e lui, giovane dolce ed innocente, lui era uno di loro.
Lui era Lucifero di nome e di fatto. Bello e maledetto.
Un lieve fischiare si accompagnò alla melodia del suo violino,
permettendo all'udito di precedere la vista quando un ragazzo si
accomodò al suo fianco.
Non parlò.
Lui suonava ed il ragazzo fischiettava dietro note struggenti di una
melodia che avrebbe commosso chiunque. E calde lacrime scivolarono da
iridi d'argento liquido intinte da spruzzi blu zaffirino che rendevan
lo sguardo più intenso, più eccitante. Perchè questo era Lucifero, e
questo era quel Lucifero. Helel. Maledettamente eccitante. E
che si bruciasse all'Inferno pur di avere un solo assaggio della sua
lussuria!
Il ragazzo, appena giunto, ne osservò rapito le lacrime che solcavano
il suo volto.
Piano, come se avesse avuto paura di rompere una delicata statua di
cristallo, si sporse su di lui, poggiando la mano guantata di nero
alla coscia di lui e sporgendo con la lingua che passò a seguire la
scia delle lacrime, sfiorandone appena la guancia con la punta.
Pioggia e acqua salata tra labbra di chi non sembrava altro che un
ragazzino.
Perchè se uno non dimostrava più di sedici o diciassette anni, l'altro
non ne raggiungeva la quindicina; ed ancora infantile era il suo volto
mentre la bocca passò a baciare gli zigomi del Diavolo Musicista e
scese lenta e provocante fino a sfiorarne le labbra, senza però mai
sostarvi.
Tocchi fugaci.
Respiro sul volto di porcellana, del tutto opposto all'abbronzatura
del ragazzino che donava alla pelle il colore del granturco.
Sarebbe potuto essere il Figlio del Sole se non fosse invece stato
partorito per finire sottoterra, tra gli Inferi e con il suo Re, per
servirlo e riverirlo, e poi mandato tra i mortali, per sedurre ed
ingannare.
Lui, il Caino figlio di Adamo e fratello di Abele.
Lui, il Fratricida.
Qàyin.
Di cui nessuno conosceva il vero nome ed in pochi conoscevano il vero
volto, così pochi che il numero si contava a malapena sulle dita di
una mano soltanto.
La musica cessò, la mano di Helel, che reggeva l'archetto, si
allontanò dal violino lasciandoselo in grembo per portarla al viso del
più piccolo e tenerlo fermo per aver, finalmente, libero accesso alla
sua bocca.
Lo baciò.
Così come sa baciare un Demone, con la passione e la lussuria mosse
insieme alla sua lingua, mentre assaggiava impetuosa l'antro di Qàyin
e spingeva contro di lui per poter approfondire il bacio ancora di
più. Fino alla perdizione eterna.
Entrambe le mani del Fratricida si allacciarono al collo del ragazzo,
alzandosi sulle ginocchia per poter troneggiare sul suo corpo.
Capelli neri quanto una notte senza stelle e mesciati da ciocche
d'argento, scivolarono a solleticare le fronti dei due, per poi
posarsi, soffiati dal vento, sulle spalle e lungo la schiena, bagnando
la camicia scura del più piccolo ormai incollata al busto come una
seconda pelle.
Un lampo illuminò il cielo plumbeo squarciandolo a metà.
Non mancò molto che anche il tuono rombò facendo tremare l'oceano, e
la nave oscillò pericolosamente verso il lato destro sollevata da
un'onda gonfiata più delle altre.
Soltanto allora Qàyin sciolse il bacio per posare le labbra
all'orecchio di Helel, inumidendone il lobo e torturandolo con i denti
perlacei, gli incisivi ed i canini ancora da latte.
"Ti commuovi con una sonata di cui tu stesso sei il musicista?
Alquanto narcisista, Helel."
Una risata raggiunse le orecchie del ragazzo.
Dolce ed innocente, ma aveva imparato da tempo a diffidare della
dolcezza di Lucifero e, comunque, non era così ingenuo da lasciarsi
abbindolare dal primo accenno di tenerezza.
Sciocchezze.
Per quanto giovane fosse quel ragazzino era pur sempre un pirata. Il
primo di molti. Pirata dell'Incubo di tutti i Mari. Vice Capitano
della Nightmare, e non c'era uomo o donna che non tremasse al solo
udire questo nome, che non piangesse e non supplicasse di aver salva
la vita, perchè mai nessuno era sopravvissuto per raccontare quanto
falsi e quanto belli erano i demoni che riempivano quel veliero.
"Quando la musica è perfetta non posso non esserne colpito anche io,
mon cher." confessò Helel con una punta di imbarazzo che quasi parve
reale.
Eppure i suoi occhi erano intrisi di malizia e le sua bocca aveva già
affondato con le labbra al collo sottile del ragazzo, lappandone la
pelle bagnata con la lingua e succhiandola per lasciarvi il segno.
L'ennesimo marchio di Lucifero che andava a segnare la Pecora Nera.
"Come ho già detto:" sussurrò Qàyin abbassando le mani, dal collo
dell'altro alle sue cosce, per risalirle piano mentre le dita
affusolate si muovevano lungo i muscoli come a volerli rimodellare
"Alquanto narcisista."
Un gemito roco fu l'unica cosa che ottenne dalle labbra dell'altro
mentre gli concedeva un sorriso, che in parte aveva perso la sua
ingannevole natura dolce, per mostrarsi quasi compiaciuto. Era vero in
fondo, lui era un ragazzo narcisista, ma chi non lo sarebbe stato
possedendo un corpo, un fascino, una grazia ed un cervello come il
suo? E non solo, perchè anche per esser perfetti ci vuole classe, e
lui l'aveva in abbondanza!
"Ax."
Qàyin lo aveva chiamato con il suo nome, quello vero.
Ax, che era il diminutivo di Axel.
Axel, che era il primo nome di Axel Lucifer Black.
"Oui, mon cher?" chicciò Axel con spiccato accento francese che
rendeva ogni frase suadente.
"Nulla, lasciamo stare." sospirò spostandosi un poco da lui per
poterlo guardare negli occhi argentati che andavano sfumando
nell'azzurro.
Per un attimo si perse in quel mondo di metallo e cobalto ed il viso
si avvicinò ancora al suo per rapirne un altro bacio.
Il secondo od il terzo di quella piovosa sera?
Axel aveva dimenticato di tenere il conto, ma non se ne rammaricò a
lungo, preferiva pensare al sapore di quella bocca premuta contro la
sua e alle proprie mani che ora vagavano lascive lungo la casacca
fradicia di Qàyin, sfiorandone la pelle una volta che l'ebbero
sbottonata del tutto.
Sentì il cuore pompare impazzito, si compiacque di esserne la causa
principale, ancor più quando un gemito roco si perse tra il sibilare
instancante del vento ora divenuto più forte.
Il respiro si era fatto pesante, quasi senza accorgersene.
Non era più solo la pioggia a bagnare i corpi dei due ragazzi, ma
anche l'acqua salata sollevata dalle onde che si spingevano con
violenza contro il veliero, minacciando di ribaltarlo.
Qàyin mostrò una smorfia di disappunto quando l'ennesimo fulmine
attraversò iracondo il cielo.
Helel sospirò pesantemente, passando una mano tra i capelli ormai
appiccicati alla fronte.
Dalla prua della nave qualcuno urlava di legare le cime degli alberi e
sbrigarsi ad ammainare le ultime vele e qualcun altro chiamava a gran
voce il nome del vice capitano.
Il più giovane sbuffò, rialzandosi in piedi.
"Possibile che non sappiano stare un attimo senza di me?" fece
lamentoso, tendendo la mano sinistra verso l'altro.
"E' la maledizione di essere così belli." affermò semplicemente Helel,
divorando con lo sguardo il corpo del compagno, per poi afferrarne la
mano e sollevarsi in piedi.
Raccolse il proprio violino e
l'archetto, scivolati sulle travi di legno che componevano il ponte, e
concesse un altro sorriso al ragazzo. Dolce e affascinante
naturalmente.
"Sei in vena di complimenti questa sera, Ax?" gli venne domandato a
fior di labbra.
Fu un altro bacio infatti, veemente e passionale, degno di quei due
demoni seduttori.
"E tu, Qàyin, da quando mi concedi più di un bacio in un'ora? Inizierò
a pensare che non sappia proprio resistermi."
Fu la risata di Qàyin questa volta che si stemperò cristallina e
provocante come il canto delle sirene, tanto belle quanto crudeli.
"Sarà meglio che vada a sbraitare contro la ciurma o ci troveremo a
far compagnia ai pesci." indietreggiò di un passo come se volesse dare
ad Axel tutto il tempo di ammirarlo ancora "E sott'acqua sarà
difficile che tu riesca ancora a blaterare, Helel."
Gli scoccò un occhiolino prima di
voltarsi e correr verso la prua dove la sua voce si levò alta,
superando il rombo dei tuoni e urlando ordini ai suoi uomini. Così
piccolo e già così potente.
Helel si leccò le labbra mostrando un sorriso soddisfatto.
Lui non sarebbe rimasto ancora sul ponte, l'aria di tempesta iniziava
ad infastidirlo e sopracoperta sarebbe presto divenuto un luogo
pericoloso in cui sostare. In ogni caso lui, a volte, poteva
esonerarsi dai lavori pesanti, non era stato scelto come pirata per la
sua forza fisica quanto, piuttosto, perché potesse entrare a far parte
del tesoro della Nightmare ed allietarne il suo Capitano.
Con eleganti movenze si portò verso la scala che conduceva
sottocoperta, fin negli alloggi della ciurma dove avrebbe passato il
resto della serata.
E sorrideva mentre camminava a piccoli passi, per permettere alla
pioggia il grande onore di bagnare ancora per un po' quel corpo
d'alabastro.
"Umpf." trattenne una risata carezzandosi con l'indice le labbra "Ed
io che stavo per mandare al diavolo la pioggia perché una goccia mi
era entrata in un occhio."
Perché non c'è motivo, futile o serio che fosse, per cui Axel Lucifer
Black avrebbe sprecato le proprie lacrime; né per commozione, né per
altro.
Ma era stato grazie a quelle lacrime -false anch'esse, come tutto ciò
che riguardasse quel Diavolo Ingannatore- se aveva ottenuto le
attenzioni del suo vice capitano.
E fu sicuro come non mai.
Fu sicuro di amare la pioggia.