+†+Così la morte impazzì+†+

 

La maschera del riso copre il volto del giullare.

La maschera dell’ira imbratta il volto del giullare.

Maschere, maschere, tante da star male.

Ridi. Piangi. Urla.

Non ti sentono giullare.

Non ti vedono giullare.

Allora grida.

Grida e colpisci.

Rompi il sorriso che macchia la tua faccia.

Mordilo.

Spezzalo.

Strappalo.

Sei pazzo giullare.

È la follia del Dio della morte che piange alla notte.

Sei pazzi mio Signore.

Ma pazzo sono anch’io.

Siamo tutti nati pazzi.

C’è soltanto una vita da vivere.

Viviamola così.

Tanto poi…

Poi saremo polvere.

Poi saremo nulla.

Impazziamo insieme al mondo del giullare.

Tra cascate d’argento e polvere di stelle.

Ti ho visto giullare.

Hai rapito i nostri sogni.

Li nascondi e li imprigioni.

Ti ho sentito giullare.

Hai rubato il dolce sonno.

E ora vaghi per l’Inferno senza meta e senza senno.

Non dormi più mio Signore?

Anche tuo era quel sonno?

Anche vostri erano i sogni?

Li hai spezzati con le tue mani.

Incatenati a sbarre doro, celati da teche di vetro e infranti come sfere di cristallo.

Hai ucciso i nostri sogni.

Ma quei sogni erano i tuoi.

Non ridi più giullare della vita?

Non piangi più maestro della morte?

Non sogni più…

E senza lei non sei più tu…

 

Seduto nella fredda bambagia d’inverno un ragazzo sorrideva alla creatura che, con eleganti passi silenziosi, camminava verso di lui.

La morbida seta della veste nera frusciava intorno al suo corpo che, se non fosse stato per il colore dell’abito, si sarebbe perso in quel candore. Lunghi filamenti argentati venivano lusingati dal vento, intrecciandosi ad esso e muovendosi sulle sue ali trasparenti, ed altre ali, grandi e maestose, si innalzarono dalla schiena di lei per ergersi verso il cielo che piangeva neve.

La guardò tendergli una mano. La strinse tra le sue, più grandi e più forti, e delicato la tirò a sé lasciandole l’impronta di un bacio sulla fronte.

“Ben tornata, sorella.” le bisbigliò all’orecchio circondandola in un abbraccio, così caldo in confronto al freddo della sera e al gelo della neve.

“Grazie.” mormorò la sua voce di miele, con cui agli esseri umani raccontava i loro sogni, addormentandoli per crearne di nuovi.

“Non hai freddo?”

Lui si limitò a sorriderle con viso da bambino, assaporando dolcemente le sue labbra mentre algidi cristalli si posavano sulle sue spalle nude.

Fredda era la notte.

Gelido l’inverno.

Ma con l’Angelo Bianco al suo fianco nulla lo sfiorava.

“No, sto bene.” le rispose stringendola più forte a sé “Ora sto bene.”

E tempo passò intorno a loro.

Scorse portandoli nella profondità di una notte che si ricolorava di nero e spruzzava l’oro nel suo manto. Piccole spie che si affacciavano in una buia coperta sui suoi figli.

E, al di sotto di Madre Notte, abbracciato alla Dama dei suoi sogni, il giovane chiuse gli occhi appoggiando il mento all’esile spalla di lei. Filami d’argento si mischiarono in altro argento, identico e prezioso.

“Sorella…”

“Sì?”

“Tessi il sogno per me…”

Lei annuì lasciando che il giovane posasse il suo capo sulle sue ginocchia, sdraiato nella neve e cullato dalle morbide dita della sorella che posavano come piume bianche e lievi sulla pelle di chiaro velluto.

Il respiro si fece più lento e lui cadde addormentato.

Ragnatele di fiabe si intrecciarono per lui, tele di ricordi e bolle di sapone lo accompagnarono al fianco di Morfeo, in quel mondo che alla Dea apparteneva, sua sorella: Hypnos. Padrona del Sonno e Creatrice dei Sogni.

E, con la pazienza e la tenerezza di una madre ricamò per lui coperte di dolci illusioni profumate di papaveri...

Così era tutte le notti, da quando il Dio ricordasse, da quando il suo aspetto, ora di aitante giovane, un tempo era di infante.

Hypnos giungeva da lui nella notte più profonda, dopo aver cantato le sue nenie ai mortali.

Così era sempre stato.

Così avrebbe dovuto continuare ad essere.

Ma nulla è eterno…

Nemmeno gli Dei…

Fragili nella loro immortalità…

Quel giorno il Dio della Morte dormiva. Vegliato dai corvi, suoi messaggeri, che volavano sopra di lui lasciando cadere sul terreno erboso le loro piume nere, volteggiavano in circolo gracchiando contro le creature che volevano disturbare il sonno del loro padrone.

Lentamente sotto di loro prese a formarsi un tappeto nero in cui soltanto il corpo dormiente del Dio risplendeva in quell’oscuro manto, luce argentata nella buia oscurità.

Distesa al suo fianco la Falce del Mietitore brillava di luce propria e mossa da mani invisibili si sollevò conficcandosi eretta nel terreno accanto al capo della divinità.

Le palpebre del giovane sbattevano senza aprirsi, sembrava sognare, sembrava soffrire, ma non era niente di tutto ciò, o forse… forse era di più.

Tintinnii cristallini si sparsero intorno a lui, giocando insieme al vento di Maestrale che da nord ovest spirava, mormorando parole arcane che accompagnassero il sonno del Dio.

Il tintinnio divenne più forte, fino a prendere una forma e ciò che prima era una falce mutò le sue fattezze, rimodellando il suo essere. Dorati cerchi sbatacchiavano tra loro intonando la melodia della Veggenza, appesi ad arabeschi creati nel metallo e con essi i sogni del Dio divennero realtà.

Visione di incerto futuro, veggenza di ciò che sarebbe potuto essere…

Spalancò gli occhi rivelando l’oro fuso nelle iridi che brillava per timore e volse il capo in ogni lato alla ricerca di sua sorella, per avere pace da ciò che lo aveva destato ed allarmato.

Eppure sua sorella non era al suo fianco.

Era giorno, ma di lei non v’era traccia.

Respirò a fondo tremando di un’infantile paura, per quei mostri che erano usciti dall’armadio per spaventarlo in sogni resi incubi, e in fretta si alzò in piedi stringendo tra le mani il Bastone della Veggenza che tardava a tornar Falce. Al solo contatto però qualcosa si accanì contro di lui, nella sua testa dove immagini e volti si confondevano turbinando nella mente.

Immagini della visione.

Preveggenza di un futuro indeciso.

E due volti che tra loro si sorridevano.

Uno era quello di sua sorella.

L’altro…

L’altro non era il suo.

Questo bastò per farlo muovere, correre per uscire dalla foresta, culla del suo sonno, e cercare Hypnos immersa nel profumo dei fiori di giglio.

 

Corri mio Signore.

Pazzo è il tuo rancore.

Folli i sogni e il tuo dolore.

Corri e non voltarti indietro.

I corvi non gracchian più per mostrarti la via.

Infrangi come vetro quel futuro che ti attende.

Corri Dio del Sonno Eterno.

Corri e non voltarti indietro.

 

Non ebbe bisogno di cercarla a lungo, non ebbe bisogno di cercarla affatto.

Uniti nello stesso sangue e da un legame che li definiva gemelli, non era difficile per lui trovare la presenza di Hypnos, anche fosse stata in capo al mondo, dove le colonne d’Ercole lo terminavano e l’acqua dell’oceano si infrangeva nel vuoto terminando in una cascata che si perdeva nel nulla di un cosmo infinito… Anche se fosse stata in un altro universo l’avrebbe trovata…

E così fece scorgendo lo splendido fiore tra i campi di papavero, correndo verso di lei che intrecciava corone e ghirlande con maestria ed eleganza.

Le corse incontro ma prima di giungere a lei si fermò.

Risate pervennero al suo udito.

Risate infantili, risate di giovani dame, risate di ragazzi.

Mortali.

E lei in mezzo a loro.

Come un giglio in mezzo a rovi.

Sorrideva la sua Hypnos, sorrideva ad esseri a cui lui un giorno avrebbe donato la Fine, sorrideva a mortali di cui lui avrebbe chiesto ad Atropo, sua prediletta tra le Moire, di recidere il fragile filo della loro vita.

Sorrideva e... come osava mostrare loro quel volto dalle pregiate fatture che a lui solo apparteneva?

Come osava stare con quei miserabili invece che con lui?!

Tradimento!

Sorella bugiarda!

Amore maledetto!
Tradimento! Tradimento!

Veloci e pesanti passi lo portarono a lei e balugini di follia si colorarono nelle dorate pepite del suo sguardo.

“Fratello, non sapevo fossi qui.” si era voltata, sentendo la presenza del Dio che le sorrideva.

“C’è qualcosa che ti turba?”

Strano sorriso.

“Perché me lo domandi?”

Strano lui.

“Accade raramente che tu venga tra i mortali.”

Strano tutto.

“Sono qui per te.”

Sorriso e follia.

Malato in una mente che non governava più.

Follia.

Follia e nulla più.

Il Dio strinse la mano al suo esile polso, tirandola verso di sé per allontanarla da quel luogo di esseri inferiore.

“Voglio che tu venga via di qui.” Ordinò con voce fredda.

“Aspetta, lascia che colga un ultimo fiore.”

“No!” gridò autoritario facendo sobbalzare Hypnos che faticava a riconoscerlo.

“Andiamo. Non devi più strare con questi esseri!”

La voce fredda della Morte, lo sguardo torvo della Fine... le ali nere dei Demoni.

Suo fratello era cambiato.

“Cosa ti succede, fratello?”

“Taci!” gridò lui con voce che rimbombò tutto intorno “Come osi chiamarmi ancora fratello, tu che sei una serpe ingannatrice?!”

“Di cosa parli, non ti capisco…”

“Taci ho detto! Non voglio sentire le tue menzogne! Non ti lascerò a nessun altro, ucciderò chiunque oserà avvicinarsi a te! Nessuno! Nessuno ti porterà via da Thanatos! È a me che appartieni!”

 

Mia! Mia, solo mia!

Follia nello sguardo del Dio della Morte.

Violento e prepotente ami il tuo sangue.

Confondi sogni e realtà e strappi dalla terra il fiore che tra i fiori risplende.

Mia! Mia e solo mia! urla il tuo cuore pieno dell’inganno della tua illusione.

Mia! Mia e solo mia!

Sei impazzito mio Signore.

E come te, pazzo è il tuo amore.

 

Hypnos mosse un passo indietro allontanandosi dal fratello che non sembrava più tale.

Sembrava un demone… Pazzo! Assatanato di vendetta, affogato nella rabbia.

E ancora stringeva con forza il suo polso in una morsa che non si sarebbe allentata tanto facilmente.

Lui che l’amava più di ogni altra cosa, sembrava ora odiarla.

“Fratello ti prego, ascoltami…”
”Ti ho detto di non rivolgerti più a me in questo modo!!!”
E la colpì…

Uno schiaffo al suo viso. Movimento involontario del suo braccio, dolore sulla guancia di lei che rimase nel silenzio, mentre la presa al suo polso si scioglieva.

E Thanatos la fissò con occhi spalancati dallo stupore.

Tentò di muovere un passo verso la sorella, ma lei si tirò più indietro in una reazione istintiva.

Paura e amarezza celavano l’oro divenuto sguardo.

Sorpresa e follia si fondevano con l’oro divenuto occhi.

Il giovane dio tentò anche di dire qualcosa: scuse, frasi, parole che nella sua gola si soffocarono insieme alla morsa allacciata al suo cuore, stritolato, rinchiuso da tanaglie e filo spinato.

“Io… io…”
Soltanto monosillabi presero suono dalla sua voce ora spezzata…

Fissò le sue mani, temendole egli stesso e voltandosi corse via, scappando dalla sua follia per ricadere in altra follia, ben più profonda, ben più misera.

E, giunto nel cuore della foresta in cui gli spettri cantavano e ballavano in onore del loro Signore e Re dei corvi, si fermò circondato da alberi secolari che con le loro fronde si alzavano a cercare un Sole ormai spento.

Ecco, ora giungeva di nuovo sua madre.

Anche a lei si nascose,

Si infilò nell’ampia nicchia che da tempo si era formata nell’imponente e vecchia quercia, cresciuta nel centro della foresta.

Il suo rifugio.

Lì, nascosto dal mondo, il Dio della Morte rise.

Forti risate gli spezzarono la gola.

Tanto forti da far male. Tanto forti da impazzire.

Rise e pianse circondato dai suoi corvi, che con occhi neri assistevano alla sua follia, mentre cadeva in un baratro profondo da cui non seppe più rialzarsi.

Sempre in bilico tra ragione e follia, il Dio della Morte cadde e il nero Abisso lo abbracciò.

Allora rise.

Allora pianse.

Tanto da star male.

Tanto da impazzire e dimenticare persino la sua follia.

Fu quella infine la sua normalità.

La follia.

E lui ne divenne l’amante e l’amato.

Folle eppure sano, cosciente della sua condizione ma perfettamente inglobato ad essa.

 

Oh, giullare, hai ritrovato il tuo senno.

Folle il mondo.

Folle anche il suo buffone.

Guardate tutti il volto pazzo della Morte.

È una maschera che lo copre e con le maschere lui gioca.

Prima ride. Poi piange. Urla e grida il mio Signore, ma poi la calma torna e la follia scompare.

Sei un ladro mio Signore.

Hai rapito i nostri sogni e ora scappi e li nascondi.

Sei crudele mio Signore.

Balli e canti sul tesoro che hai perduto.

Sei un pazzo mio Signore.

Sei il giullare che non muore, sei il buffone della Fine, e il menestrello sulla tomba.

A lei hai lasciato il tuo senno, e la imprigioni nel tuo mondo sbarrando le finestre.

Hai chiuso a chiave le sue porte e sorridendo ammiri il suo splendore.

Sei crudele mio Signore.

Hai rapito i nostri sogni.

Ma quei sogni erano i tuoi…

Sei pazzo mio Signore.

Hai perso il senno.

Hai perso i sogni.

Hai perso il sonno.

Hai strappato le ali alle farfalle.

Hai rubato il frutto proibito dal giardino sempre verde.

E balla, canta, grida il giullare.

Grida tanto da star male.

Ma nessuno lo ascolterà, a nessuno importa del suo pianto.

È colpa sua.

È colpa sua se la maschera si è rotta.

Ed ora…

Ora è tardi mio Signore.

Ma tu non dormi, mio Signore…

Non sogni più, mio Signore…

…E senza lei non sei più tu…

 

THE END

|

Hypnos © Morgan Mickleus

 

-Commento dell'Autore-

Mi piace il personaggio di Thanatos (anche se tra tutti i miei charas il Sire è sicuramente il mio pupillo XD). Per molti versi è uguale ad Alexis: anche lui ha una gemella di cui è follemente innamorato, anche lui è gelosissimo della sorella e perfino nel colore dei capelli sono identici. La nascita di questi due personaggi è una storia lunga comunque XD mentre, per quanto riguarda la fic, l'ho scritta perchè volevo buttar giù un background riguardante l'inizio della follia del Dio della Morte.

L'amore per Hypnos, sua sorella gemella, lo porta alla follia.