Dedicato ad un'amica...

++Not a Child+†+

 

L'aria era pregna di fumo e la stanzetta era sempre troppo piccola.

Tutte le volte in cui ci ritornava non poteva fare a meno di pensare che le pareti andassero restringendosi tutto intorno.

Schiacciavano ogni cosa, premevano contro il suo corpicino per spezzargli una volta per tutte quelle fragili ossicina di bambino, poi però ricordava le parole della suora superiora e degli altri bambini che il Convento ospitava.

Dicevano che lui non era un bambino e che non le aveva le ossa.

Dicevano anche che non aveva niente di umano e lo prendevano in giro. In continuazione.

Sassi venivano tirati su di lui quando passava, in fretta e a capo basso, per il cortile, cercando di arrivare incolume nel suo spazio. Un altro buco, ancora più piccolo di quella stupida stanzetta che voleva soffocarlo.

E se non erano sassi... erano insulti o comunque irrisioni, nuove, riciclate... si somigliavano tutte dopo un po’... ma che importava? Facevano male ugualmente... anche se tutti dicevano il contrario e gli ordinavano di non piangere, lo chiamavano demone...

Un demone in un convento... una sorta di vampiro immune all'acqua santa...

Un mostro geneticamente modificato.

Dio che schifo, il solo pensiero faceva senso persino a lui che era il diretto interessato.

Soffocava nascosto dal biancore di quel fumo che si condensava tra le quattro pareti riempiendo i polmoni di incenso e annebbiando il cervello.

Ma tanto non lo aveva lui un cervello...

Dopo soltanto qualche minuto in quella stanza non riusciva più a capire quanto vi fosse rimasto, il tempo diventava relativo ed ogni cosa si mischiava in quelle nuvolette biancastre che salivano al soffitto.

Se non fosse stato per la minuscola finestrella, troppo in alto perché riuscisse a sporgersi da lì, non avrebbe mai nemmeno saputo quando fosse giorno e quando invece notte. I raggi del sole entravano a malapena da quel quadrato nel muro, e la sera, la luna lanciava una scia flebile e bianca che colpiva la parete di fronte e si andava a schiantare su un foglio a righe.

Sopra quel foglio un disegno. Lo aveva fatto lui.

Un giorno Suor Blance aveva chiesto alla sua classe di disegnare le persone che sentivano vicini e a cui volevano bene. C'era stato un gran via e vai e spostamenti di sedie, vociare, bisbigli, risate. C'era stata quella che poteva essere definita come aria di compromessi e i bambini che facevano a gara per disegnarsi l'un l'altro.

Ognuno fece il ritratto di quello che era il miglior amico, l'amica più simpatica, quella più carina, il bambino più divertente... qualcuno ricordava persino il vago volto della madre e disegnò quello.

Lui invece...

Nulla.

Lo lasciò in bianco.

Allora Suor Blance gli chiese il perché. Lei non credeva che un bambino così buono ed obbediente potesse non avere nessuno. Non lo credeva perché non sapeva niente di lui... o faceva finta di non vedere...

Non le rispose.

Lei insistette.

Lui anche nel suo silenzio.

Ma alla fine quel foglio venne riempito e sul bianco venne immortalato un volto, poi un altro e un altro ancora, fino a riempire quella carta per non farla più sembrare vuota.

La suora lo vide, lo prese tra le mani e gli chiese chi mai fossero quelle persone, chi potevano essere quei bambini che lui aveva disegnato.

Non c'era nessuno con quelle caratteristiche in quel convento. Era il disegno di un bambino, sarebbe potuto sembrare qualsiasi cosa, ma lui non era un bambino. Lo sapevano tutti lì. Per cui quello Non era il disegno di un bambino. Era il Suo disegno. Preciso. Perfetto. Persino sorprendente nella sua bellezza.

Ma di bambini come quelli lì ritratti non ce n'erano e lui non aveva la minima idea di chi fossero.

"Loro sono i miei amici." disse lui ingenuamente "Mi vogliono bene perché non mi conoscono e io non conosco loro."

Suor Blance osservò a lungo quell'espressione candida che comparve su quel visino niveo.

Da allora non gli chiese più niente e lui smise di disegnare, aveva persino il permesso di uscire dall'aula quando venivano dati di quei lavori.

Per questo, mentre gli altri bambini della sua classe disegnavano case dai tetti rossi e prati verdi, lui era immobile nella sua stanza, seduto su un lettino dalle coperte immacolate a fissare un disegno che ritraeva visi sconosciuti e sorridenti.

Erano fortunati loro ad avere un motivo per sorridere, ma forse quello era soltanto l'obbligo di un artista che li aveva immortalati a quel modo...

Si alzò in piedi quando le campane della chiesa suonarono le cinque del pomeriggio.

Tra un'ora la messa sarebbe iniziata e i chirichetti dovevano presentarsi prima per dividersi i compiti di quel giorno.

Lui era stato scelto come chirichetto.

Avrebbe dovuto portare insieme ad un altro il crocifisso, percorrendo tutto il corridoio centrale della chiesa: dai portoni all'altare.

Non l'aveva mai fatto, era una cosa che si limitava alle festività, a quella in particolare che annunciava la nascita del Signore, ma in realtà non aveva mai capito molto di queste cose. Non ci credeva, non sapeva che pensare. Non erano cose alla portata di un bambino ma lui aveva sempre avuto uno spiccato sesto senso e un'intelligenza oltre la media... solo che qualcosa in tutta quella roba gli sfuggiva.

Quando aprì la porta della stanzetta il fumo in buona parte si trasferì fuori sul corridoio, seguendo la scia che avrebbe dovuto compiere per arrivare alle scale.

Quando uscì dall'edificio, che comprendeva il dormitorio, il cortile era deserto.

Più o meno.

Sapeva che vicino ai castagni, verso i cancelli in ferro battuto e ormai arrugginito, Rei lo aspettava insieme al suo gruppo. Si mettevano sempre lì, sicuri che le suore non li vedessero.

Invece loro li vedevano, tutte le volte... ma facevano finta di niente, anche quando, come in quel momento, Rei Ange lo chiamava con il suo solito modo di chiamare tutti, attirando l'attenzione su di sè, cosa che gli piaceva persino più della marmellata di ciliege di cui andava matto.

"Ehy frocetto dove stai andando?"

Erano tutti frocetti per Rei, o almeno, chiunque fosse per età o per aspetto, più piccolo di lui ed in molti lo erano, di fatti in molti avevano paura di lui. Lo temevano e lo riverivano come una sorta di dio crudele e onnipotente. E lui ne approfittava.

"Allora mi hai sentito? Oppure sei tanto coglione da esserti morso la lingua per la paura?"

Le usava spesso di parole come quelle, lo facevano sentire più grande dei quattordici anni che invece aveva. Anche il coltellino svizzero che nascondeva nel taschino della camicia immacolata lo faceva sentire grande, potente, specie quando, come quella volta, faceva calare la sua lama argentata sul braccio del bambino osservando come non uscisse sangue da quell'arto.

Era disgustoso. Quel liquido biancastro che sgorgava dalla pelle e cadeva a terra formando una pozza densa e vischiosa.

Faceva quasi impressione mentre gli altri tre ragazzi tenevano fermo il bambino e si dedicavano a commenti che molto spesso non erano altro che suoni gutturali ed inutili.

"Oh! Bleah! Che schifo! Ma avete visto?"

Nonostante tutto non lo lasciavano mai andare troppo presto.

Osservavano compiaciuti ogni taglio che Rei infieriva alla sua carne ridacchiando come iene e divertendosi del dolore che il suo volto non mostrava mai. Gli dicevano di piangere, gli ordinavano di supplicarli, gli dicevano che se lo avrebbe fatto loro avrebbero smesso.

Non era vero naturalmente.

Ma alla fine qualcuno si doveva stancare. Il più delle volte erano loro, eppure capitava anche che fosse lui a mollare per un attimo quel suo viso inespressivo.

"Per favore, lasciatemi."

Lo diceva sempre mormorando appena le parole, con tono incolore.

Nessuno avrebbe mai pensato che quello che subiva lo toccasse in qualche modo, no, lui in qualche modo ne sembrava al di sopra.

Menzogne.

Chiunque l'avrebbe pensato non solo sarebbe stato uno stupido, ma anche cieco.

Era oltremodo insensato pensare che niente lo toccasse.

Non era un bambino.

Non era umano.

Sapeva soltanto quello che non era...

E per questo le lacrime che fingeva di farsi scivolare dagli occhi erano più reali di quanto chiunque avesse potuto pensare.

"Guardate! Il frocetto sta piangendo! Poverino! Che dite gli abbiamo fatto troppo male?"

Solitamente dopo questa domanda passavano dai dieci ai quindici minuti prima che finalmente lo lasciassero in pace.

Prima Rei ridacchiava stupidamente affondando il coltellino in quella carne bianca e tenera, gracchiando crudelmente che i mostri non sentono dolore e che chiaramente lui fingeva, poi però tutto finiva...

E il bambino veniva spinto da qualche parte fino all'interno di una chiesa che puzzava di incenso e di cera.

Come la sua stanzetta minuscola ma anche di più.

Successe così.

Mancavano una manciata di minuti alla messa e la maggior parte dei ragazzi, delle suore e dei bambini era occupata con i preparativi o chissà cos'altro.

Soltanto lui riempiva la chiesa.

Lui e nessun altro.

Allora pianse.

Con forza, urlando per il dolore che pulsava e bruciava in entrambe le braccia, facendo vibrare impazzite le corde vocali e affogando i suoi occhi nell'acqua e nel sale.

Pianse perché non riusciva a pensare ad altro.

Pianse perché tutti dicevano che lui non poteva farlo, che non era umano per farlo e che ai mostri come lui non era concesso.

Pianse perché in quel momento, solo in una chiesa fredda e vuota, non seppe fare altro.

E allora pianse tutte le lacrime che il suo corpicino conteneva, lasciando che gli occhi bruciassero roventi finché i singhiozzi non si spensero da soli.

Appena in tempo, i portoni si aprirono e una delle suore entrò con volto seccato dal contrattempo, rivolgendo una veloce occhiata all'interno e facendo poi segno dietro di sé.

A quel cenno la gente iniziò a rifluire in quel luogo sacro camminando in una lenta processione che li portò tutti verso le panche, mentre lui si addossava completamente contro una delle colonne agli angoli pregando perché nessuno lo vedesse, sperando di scomparire.

Vane speranze.

Non era un bambino.

Ma non era di certo nemmeno un fantasma.

Infatti il suo corpo rimase in quella chiesa per tutta la durata della messa, ascoltando i cori di quelle candide voci infantili e melodiche, sentendo le parole del prete, i bisbigli di gente che non aveva mai visto lì al Convento. Durò una lunga ora e finalmente la chiesa tornò ancora deserta.

Sola insieme a lui.

Si accasciò inginocchiato sul pavimento gelido per raccogliere le gambe al petto, fissando tristemente quei tagli che ancora marchiavano le sue braccia.

Sarebbe dovuto nuovamente andare dalla Suora Superiora.

Lo avrebbe sgridato di nuovo.

Perché era colpa sua se glieli avevano procurati, non perché lui non sapesse difendersi, ma perché se li era meritati... I bambini cattivi si meritano le punizioni, in più lui non era nemmeno un bambino...

Affondò tremando la testolina tra le gambe piegate.

Non voleva tornarci da quella donna.

Non voleva che gli ripetesse di nuovo che nonostante la loro buona fede ed estrema bontà nel raccoglierlo dalla strada, portandolo via dai rifiuti in cui lo avevano trovato, lui continuava ad essere un peccatore.

Non voleva più essere punito per un motivo che non riconosceva come vero.

Non era giusto.

Il suo non essere bambino.

La sua solitudine, solo eppure continuamente circondato da quelle facce che di lui si prendevano gioco.

Tutto.

Ingiusto.

Il mondo intero non lo voleva.

Si alzò di scatto a quel pensiero, realizzandolo per la prima volta.

Il mondo intero non lo voleva.

Il mondo intero non aveva bisogno di un demone nascosto in un convento.

E scappò senza sapere dove, uscendo dalla chiesa per rimanere bloccato da pesanti cancelli che sbarravano la via e separavano il cortile dalla strada. Da tutto quello che si trovava al di là di un convento di suore e bambini.

Chissà cosa vi avrebbe trovato.

Chi lo sa...

Infondo non l'avrebbe mai scoperto.

Quei cancelli erano chiusi e lui era bloccato lì.

Raccogliendo con la manica della vecchia felpa grigia le lacrime, che volevano scendere ancora prepotenti dai suoi occhi, si avviò verso il dormitorio, salendo lentamente un grandino alla volta come in un tormentato cammino verso il patibolo.

A lui pareva fosse davvero così.

Altrettanto spaventoso.

E, quando giunse nella sua stanza, il fumo l'aveva invasa completamente mentre qualcosa continuava a svolazzare per il pavimento.

Bianchi.

Pezzi bianchi.

Pezzi di carta bianca...

Volse di scatto lo sguardo bigio alla parete in cui lo scotch teneva attaccato al muro il frammento di qualcosa che un tempo fu un disegno, ma che ora non era altro che carta straccia...

Il disegno era in brandelli e volti strappati di bambini che aveva ritratto senza conoscere se ne andavano volando per la stanza, sparpagliandosi come farfalle impazzite che sbattevano le loro ali volteggiando intorno a lui e poi lontano, risucchiate dall'unica finestrella della stanza.

Un unico frammento rimase imprigionato tra quelle pareti, si afflosciò davanti al suo viso cadendo tra le sue mani aperte per accoglierlo e il suo sguardo si soffermò a lungo a fissarlo.

Tristezza in polle affogate in un blu spento e ingrigito.

Dolore a braccia da cui colava sangue bianco. Inodore, insapore... inutile come tutto di lui...

Era sempre più chiaro.

Il mondo non aveva bisogno di lui.

Era sempre più lampante.

Uscì anche da quella stanzetta, stringendo al petto l'unico pezzettino di carta rimasto in cui un visino ignaro gli sorrideva con dolcezza incorniciando l'ovale del volto dalla lunga cascata di capelli castani. Persino nel disegno sembravan così morbidi, persino nel disegno quel sorriso sembrava rivolto a lui...

Come tutti gli altri che aveva perduto.

Per questo era stato strappato.

Lui non meritava sorrisi.

Corse giù per le scale senza preoccuparsi di fare rumore e poi fuori nel cortile in cui le foglie secche combattevano nell'aria d'inverno sollevando la polvere. Con una mano davanti agli occhi si diede riparo alla vista e continuò a correre finché non si fermo nel suo posto segreto. In quel piccolo buco che sempre lo accoglieva in silenzio, come un amico fedele pronto ad ascoltare ogni parola che invece lui non diceva.

E lì entrò alla ricerca di qualcosa.

Scavando con le dita nel muro, estraendo uno dei mattoni che nascondevano il suo tesoro.

Una piccola scatoletta laccata di marrone e, all'interno... dolcezza...

Quando sollevò il coperchio una dolce musica scivolò in quel buco, che in realtà non era altro che un vecchio confessionale nella vecchia chiesetta abbandonata.

Ma nessuno avrebbe mai pensato che una vecchia chiesa fosse il nascondiglio del diavolo.

Chiuse gli occhi acquattandosi sul pavimento, stringendo al petto il carillon e il pezzo del disegno per raccogliersi in posizione fetale e lasciarsi abbandonare ad un sonno freddo e spento, come tutto intorno a lui, come un mondo che non lo voleva.

Allora il sonno divenne sogno e nel sogno lui rivide quel visino accarezzato da morbidi filami castani, gli sorrideva insieme ad altri visi, insieme ad altri sorrisi che lo accolsero dolcemente ridendo insieme a lui.

"Non rimanere lì da solo, vieni, gioca con noi. Gioca con noi!" dicevano quei bambini che lui non conosceva e che non conoscevano lui.

"Ma io... non so chi siete..."

"Noi siamo sogni." spiegarono loro in un coro di voci unite in un'infantile allegria.

"Ma io... io non posso sognare."

I sorrisi si spensero all'istante a quelle parole e per un attimo temette che anche quei bambini lo avrebbero disprezzato, deridendo il suo non essere come loro, insultando la sua natura.

Eppure bastò un altro attimo e i sorrisi tornarono insieme alla bambina dell'unico brandello di disegno che gli era rimasto.

"Vuol dire che adesso puoi."

E lei gli sorrise.

Oh, com'era bello un sorriso se rivolto a sé, com'erano dolci le parole di qualcuno che non lo odiava...

Allora pianse.

Senza nemmeno rendersene conto, lasciò soltanto che le lacrime scivolassero via dai suoi occhi e strinse la mano tesa verso di lui della bambina, affogando il suo sguardo in quella cioccolata calda che erano gli occhi di lei.

"Posso rimanere qui?" domandò poi con la timidezza di chi non è sicuro di niente.

"Sì." rispose lei "Potrai rimanere quanto vorrai."

"Posso rimanere per sempre?"

Un sorriso fu la risposta e lui ricambiò, smuovendo le sue labbra sottili in un'espressione che mai aveva mostrato il suo visino di morbido velluto rosa.

"Adesso giochiamo insieme!" propose infine la piccola.

"Sì."

La bambina camminò verso gli altri, conducendolo per mano e saltellando, ridendo e giocando insieme a lui senza mai togliersi quel sorriso fatto di sogni e di dolcezza.

Giocarono a rincorrersi, scorazzando senza fiato in un prato pieno di fiori dai colori variopinti, in un luogo molto più simile ad un illustrazione per bambini.

Ridendo divertito la rincorreva su per la collina di fiori di lillà, ma lì inciampò, lì cadde e lì si ferì il ginocchio dal quale sangue bianco iniziò a sbavare in quel quadro di perfezione.

La bambina tornò indietro guardandolo preoccupata, inginocchiandosi accanto a lui che abbassava il volto cercando di nascondersi.

"Ti sei fatto male?"

Lui non rispose.

"Fammi vedere."

Lui si limitò a spostare via le mani che coprivano il suo ginocchio, mostrando quella chiara conferma del fatto che lui non fosse come gli altri.

Lui non era un bambino e quello non era sangue, il sangue non è bianco...

"Uhm... aspetta, la mia mamma mi ha insegnato un modo per far guarire tutto!" esclamò ad un certo punto la piccola, avvicinando il visino alla sua gamba per lasciare un delicato bacio sulla ferita che come per magia si rimarginò completamente. E magia doveva esserlo davvero, come il rossore imbarazzato che si spruzzava sulle gote di lui.

"Ti fa ancora male?"

"No... Non... non mi fa più male." mormorò alzando il visino verso quegli occhioni di zucchero e cioccolato.

"Bene, allora torniamo a giocare!"

"Uhm..."

Si rialzò in piedi stringendo di nuovo la manina in quella più piccola di lei e un sorriso intimidito spuntò come una piccola stella sul suo volto, allora si avvicinò lentamente alla piccola sfiorandole la guancia con le labbra per staccarsi subito e bisbigliare qualcosa che somigliava ad un "Grazie."

"Eh, eh, non c'è di che!" sorrise lei mentre il rossore ricolorava la sua pelle d'avorio.

E tornarono a ridere.

Tornarono a correre insieme e felici, trascinando il bambino che non era un bambino lontano, intorno al mondo, nell'universo, tra le stelle, sotto ad un cielo colorato a matita, in mezzo a fiori di papavero più alti di lui e tra cicale che raccontavano favole della buona notte.

Continuò a sognare il bambino, anche quando il freddo di quel buco in cui il suo corpicino era sdraiato, scomparve e un calore innaturale divorò ogni cosa, ogni più piccola cosa...

Il legno di una chiesa troppo vecchia per resistere alla voracità di fiamme scarlatte e crudeli, il pavimento non più mangiato dai tarli e una cabinotta in cui un tempo la gente si inginocchiava per confessare e chiedere perdono per i propri peccati.

Lì dentro il corpicino di un bambino che nessuno aveva mai considerato tale si perse divorato da lingue scarlatte ed affamate.

Bruciò lento il carillon che gridava al vento la sua melodia struggente piangendo per la sua grama sorte, si arrotolava su sé stesso un pezzetto di carta bianca in cui il viso di una bambina sorrideva dolce mentre veniva lacerato dal calore delle fiamme...

E il piccolo che non era un bambino continuò a sognare, abbracciato dall'insopportabile calore e mangiato dalle fiamme.

Dormì ignaro di ogni cosa, del pericolo che l'avviluppava e della fine che si avvicinava.
Dormì sognando con il sorriso sulle labbra.
Dormì sognando di rinascere in un mondo perfetto che lo accoglieva con amore, finché di lui non rimase niente.

Non un ricordo.

Non una lacrima versata per il mostro del convento.

Non una parola di dispiacere per il demone peccatore.

Soltanto un sogno...

E lui che rideva insieme a bambini che non conosceva e che non conoscevano lui.

"Starai qui per sempre, vero?"

"Sì. Per sempre. Perché questo è il mio posto."

 

++THE END++

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-Commento dell'Autore-

E’ uscita per caso, non doveva nemmeno finire così ma non avevo in mente come proseguirla… né so perché l’ho scritta. Boh, avevo voglia di farlo e le idee han preso forma da sole.

Il protagonista purtroppo non è sotto il mio ©.