++The tongue weight scale++

 

Il giardino della tenuta MacIntyre aveva qualcosa di magico in primavera, proprio verso l'ultima settimana in cui il vento diveniva un po' più forte, i primi fiori e le prime foglie si staccavano dagli alberi e danzavano su quegli aliti come ballerine dipinte dei colori dell'arcobaleno, scivolando in danze romantiche e profumate che sfilavano davanti agli occhi di una musica silenziosa.
Capitava anche che ad allietarli ci fossero le struggenti note di un violino e che, i pochi a cui era concesso l'accesso in quei domini, si fermassero a trattenere il fiato ed ascoltare.
Come allora.
In piedi al centro di un gazebo su cui rampicanti e fiori bianchi di magnolia si attorcigliavano, mani bianche e femminee stringevano con forza virile l'archetto senza, tuttavia, apparire mai meno elegante. Lo muoveva come fosse il prolungamento del proprio braccio e lo sentiva vibrare sulle corde dello Stradivari che suo padre aveva acquistato apposta per lui; nel cassetto della scrivania, in camera, custodiva ancora gelosamente l'atto di proprietà di quello strumento con tanto di propria firma ancora poco chiara e sicura. Aveva avuto cinque anni e mezzo quando suo padre gli regalò quel violino, imparò a suonarlo ancor prima che imparasse a scrivere.
Indosso, camicia bianca e pantaloni bianchi fasciavano il suo corpo di adolescente. Aveva diciassette anni, era cresciuto di sette centimetri ed era rimasto comunque il bambino più bello di tutto il quartiere.
I capelli erano leggermente più lunghi, si allungavano sul collo come a volerlo circondare di carezze ma a malapena sfioravano le spalle. Prima o poi li avrebbe tagliati, quando ne avrebbe avuto voglia.
Teneva gli occhi chiusi ed il capo reclinato sulla spalla destra, come se dormisse e fosse il suo corpo soltanto a muoversi per lui, nella grazia ereditata da sua madre.
Il profumo dei fiori alle volte era troppo da sopportare, asfissiante, si raccoglieva tutto tra le pareti della villa per poi soffocare i polmoni, per questo lui suonava soltanto in giardino e soltanto al centro del Gazebo che la signora Errol, sua madre, aveva fatto costruire anni addietro, perché lì lei potesse cantargli le sue nenie quando ancora non era altro che un neonato che veniva tenuto al seno, dondolando su un dondolo ormai vecchio e divorato dai tarli.
Avanti e indietro.
Avanti e indietro.
Con nelle orecchie la sua ninnananna.
Ora come allora, mentre crini di petrolio dai riflessi d'ombra e d'ebano strusciavano in carezze leziose al suo volto e lungo la fronte.
A circondare il Gazebo accomodate in sedie di legno lavorato, che faceva di ogni seggiola un capolavoro di scultura, la signora Errol aveva invitato i loro amici dell'alta nobiltà che di volta in volta si riempivano le bocche con complimenti sbrodolati verso il figlio.
Il momento più bello era quando Zachary concludeva la melodia, allungando fino allo spasmo le ultime note che strappavano sempre qualche lacrima dai più sensibili e parevano gridare al mondo l'infelicità di qualcuno che lui non avrebbe mai conosciuto.
L'infelicità e la felicità erano concetti astratti, qualcosa che mai nessuno era riuscito a spiegargli fino in fondo e qualcosa che, se mai fossero riusciti ad entrare in contatto con lui, aveva solo sfiorato con la punta delle dita per poi guardarli scivolar via.
Non che gli mancassero.
Ma nel suo sguardo, soprattutto quando era puntato verso l'orizzonte e perso in chissà quali macchinazioni del suo genio, c'era sempre quel riverbero più scuro, quella scaglietta di cupo grigiore che indicava la sua insoddisfazione.
Non era infelice.
Non era felice.
Era proprio questo il punto, lui se ne stava lì, a metà tra le due cose, a guardar una bilancia che non si decideva a scegliere verso dove pendere e chiarirgli finalmente le idee.
Al concludersi della sua esibizione gli occhi di Zachary si aprirono tornando a mostrarsi al mondo ed osservando i volti che lo circondavano, sempre così tutti rigorosamente uguali gli uni agli altri. Sconosciuti per lo più, gente che non aveva mai frequentato particolarmente e con cui i suoi genitori ad ogni festa erano obbligati a scusarsi per la mancanza dell'adorato figlio a letto con qualche malanno, partito per qualche viaggio studio o impegnato con qualche concerto mai fatto. Bugie che Zachary diceva loro pur di avere un pretesto per non essere presente a serate mondane con gente che, bene o male, avrebbe detto sempre le stesse cose.

La prima volta era stato divertente. Lui aveva dieci anni, Eric ne aveva dodici.
Eric era il figlio della servitù, quello che durante tutta la festa lui aveva tormentato e minacciato di spifferare tutto ai padroni di casa se non gli avesse obbedito ciecamente.
Lo vide piangere alla fine.
Sì, fu divertente.
Per Zachary lo fu di certo.
Ma tutte le altre feste a cui partecipò finirono per assomigliarsi inesorabilmente e perfino trovare ogni pretesto per essere sempre e comunque al centro dell'attenzione lo aveva annoiato. Era sempre stato così, la gente lo annoiava, chissà perché.

Si chinò in direzione dei presenti stendendo le braccia lungo i fianchi che portarono dietro anche archetto e violino.
Sorrise qua e là.
Raggiunse gli invitati.
Strinse qualche mano, ascoltò qualche complimento, si lasciò ammirare da qualche occhio più languido degli altri e di nuovo sorrise.
Soltanto dopo i propri passi lo portavano verso sua madre e suo padre e, sempre più o meno in quel momento, sua sorella lo raggiungeva.
"Zachary, sei stato bravissimo." gli disse, chinandosi su di lui per lasciargli un soffice bacio alla guancia destra.
Il contatto fisico, soprattutto se accompagnato da gesti d'affetto, non era mai particolarmente piaciuto a Zachary. Spesso portava guanti di seta per non essere contagiato da chissà quali malattie batteriologiche o, soltanto, perché si era convinto fin da bambino che la gente in generale non fosse degna di toccare quelli come lui -lui soprattutto-.
Con i familiari più stretti era diverso.
Con sua sorella in particolare.

Riusciva a rifuggire i pizzicotti alle guance delle zie, le carezze di qualche amica di famiglia, ma c'era un posto sulla sua guancia destra, appena sotto la mascella, poco più distante dall'orecchio, dedicato soltanto a sua sorella.
Poi lei lo prendeva per mano e lui si lasciava trascinare, come fosse stato il suo bambolotto di pezza preferito, finché non giungevano lontano dalla folla soffocante di ipocriti ricchi e sconosciuti e ritagliavano uno spazio nel mondo per farlo loro soltanto. Era fatta così sua sorella, adorava render speciale ogni cosa che la legava al suo adorato fratellino, quello che a dieci anni vide nascere, quello che prese in braccio lei prima ancora di sua madre, perché il parto l'aveva affaticata troppo e stavano per perderla. Quello che, nascosto sotto la coltre degli zuccherini sorrisi che le rivolgeva sempre, in realtà la odiava.
Cynthia era sua sorella.
Cynthia era sua consanguinea.
Cynthia era sua maestra in un certo senso.
Cynthia era stata sua, in qualche modo.
Finché un giovane nobiluomo non gliel'aveva portata via e lui si era sentito privato del proprio giocattolo.
Non fu da allora che la odiò, da allora la odiò semplicemente un po' di più.

C'era un pianoforte nel loro posto segreto, un pianoforte a coda laccato di nero a cui lei si accomodava per far segno poi a Zachary di sedersi al suo fianco, sulla panca ricoperta di velluto bordeaux e ricamato da disegni dorati. Gli aveva sempre ricordato i colori dei gryffindor, soprattutto al pensiero che lei e suo padre erano appartenuti a quella casata, tanti, tanti anni addietro.
"Che cosa vuoi che ti suoni questa volta?" gli chiese lei con un sorriso soffice.
"Non vieni più con Arthur?" le domandò lui, osservando la panca per poi raggiungere invece il divano del salotto più piccolo della Villa, quello che precedeva di una porta la Stanza delle Bambole.
Lei sospirò, alzandosi dalla panca per sederglisi accanto e passargli distrattamente la mano tra i capelli, portandone una ciocca dietro l'orecchio.
"Non da quando è stato male, l'ultima volta." lo disse con il candore di un usignolo, ma Zachary lesse perfettamente quella sottile accusa nei suoi confronti che, tuttavia, la giovane non avrebbe mai formulato apertamente e di cui non gliene avrebbe mai fatto una colpa.

Lui aveva fatto in modo che quell'uomo stesse male.
Si erano trovati da soli in quello stesso salotto per una "chiacchierata tra uomini" che il buon Arthur aveva tanto insistito per fare con lui, Zachary gli aveva proposto di prendere prima una tazza di tea, giusto in tempo per lo scoccare delle cinque e l'uomo aveva sorriso raggiante e contento di aver finalmente ottenuto un po' della fiducia dell'allora ragazzino. Il piccolo era corso in cucina, aveva ordinato di preparare due tazze di te e, prima di farli portare in salotto dalla servitù, aveva corretto quello di Arthur.
Quando il pover'uomo quasi soffocò, rantolando in terra e stringendosi convulsamente la gola, Zachary rimase tutto il tempo a guardarlo dalla porta della stanza con occhi impietosi che non sarebbero mai potuti appartenere ad un ragazzino così giovane.
Soltanto quando il colore cianotico aveva preso possesso delle labbra dell'uomo lui era corso da sua sorella, accusando la servitù di aver attentato alla vita dell'aristocratico, conte di non so cosa.
Da allora Arthur Canningam, smise di presentarsi alle porte dei domini MacIntyre.

"Oh." Rispose semplicemente Zachary.
Lei spostò la mano che aveva alla ciocca del fratello per raccogliergli la nuca nella mano e spingerlo a piegarsi verso di sé, lasciando che poggiasse la sua testa alle gambe avvolte dalla gonna vaporosa di un vestito in seta lilla.
"Che cos'era la composizione che hai suonato poc'anzi?"
Lentamente gli accarezzava i capelli, passando con la mano ben curata tra quei filami di pece nera, senza paura che potessero rischiare di rimanere imbrigliati nella fede dorata al suo dito.
"Non me lo ricordo. Qualcosa di un musicista ormai defunto."
"Come sei cinico."
Lui ruotò il capo perché, invece di darle il profilo, potesse guardarla.
Alle volte dimenticava quanto poco la sua famiglia lo conoscesse.
"Partita III für Violin, di Bach."
Le diede la risposta di cui precedentemente aveva fatto richiesta e non commentò in altro modo.
"Era bella."
No.
In realtà non era bella, era sempre quella.
Bach era il musicista preferito di loro madre e sempre le opere di Bach erano state suonate al suo primo appuntamento con il signor MacIntyre, al loro matrimonio, al battesimo di Cynthia e a quello di Zachary in cui lui aveva pianto per la prima e forse l'ultima volta in vita sua, non ricordava in effetti molte altre volte in cui lacrime avessero rigato il suo volto femmineo.
Più spesso era lui a far piangere gli altri.
"Mi fa piacere che ti sia piaciuta, sorellina." affermò lui, in un sincero sorriso. Umpf, era arrivato a saper emulare alla perfezione perfino la sincerità "Lo sai che suono solo per te, nostra madre e nostro padre."
Sì.
Lo sapeva.
Eppure no.
Non era vero.
Non lo era mai stato.
Suonava per se stesso, per nessun altro, ecco perché oltre a quei raduni dell'alta società nessuno lo aveva mai ascoltato suonare, nemmeno nei sette anni passati ad Hogwarts.
"Avresti potuto invitare qualche tuo amico, sai? Avresti trovato la giornata meno noiosa."
Cynthia aveva una voce bella, era melodiosa, esattamente come quella di sua madre ma molto più sensuale.
In questo lei e Zachary si somigliavano, se non fosse che la voce di sua sorella era apertamente più allegra.
Lui la guardò solamente, sostando il proprio sguardo negli azzurri specchi di lei e lei riprese, sorridendogli.
"Potevi invitare Petra, i nostri genitori avrebbero capito se lo avessi chiesto loro."
"Petra è morta."
Era stato un soffio senza reale suono. Una nota che non aveva melodia. O una voce che non aveva vita.
Cynthia portò una mano alla bocca e si mostrò costernata.
"Cosa? E quando?"
Zachary ruotò nuovamente il capo sulle gambe della sorella e non rispose.
Allora lei capì.
C'erano cose che soltanto lei capiva.
Altre invece che non capiva proprio nessuno.
"Avete litigato di nuovo?"
"No."
"Allora cos'è successo?"
"Cynthia, sono due anni che non la vedo, perché devi chiedermelo ora?"
"Così tanto? Ma io credevo che le volte che uscissi di qui fosse per incontrarti con lei."
"Era per Charlotte."
"Oh."
Sospirò e sembrò rilassarsi.
Non gli importava quale donna scegliesse suo fratello, bastava che a lui andasse bene.
"Potevi invitare Charlotte, allora."
"E per Daisy."
"Daisy?"
"E Christine."
"Ma..."
"E Alexandra."
Lei spalancò le labbra a formare una O e lui non sembrò voler smettere quella lista di nomi femminili, venuti a galla per pura fortuna visto quanta poca memoria avesse solitamente per dettagli di questo tipo e visto come le sue relazioni finivano ancor prima di nascere. Nel momento in cui si prestava come amante, finiva inevitabilmente per distruggere la ragazza di turno, che lo volesse o no.
Non era mai stato in grado di rimanere troppo a lungo legato a qualcuno.
Non era mai stato legato a qualcuno.
A parte con Petra.
Che sposandosi lo aveva tradito.
Che si era rifiutata di comprendere che qualsiasi cosa avesse fatto, per quanto tempo fosse passato, non sarebbe cambiato niente. Assolutamente niente.
Lei lo amava e doveva stare con lui.
"Zachary." Cynthia diede un freno alle sue parola poggiando le dita sottili della mano destra alle labbra del ragazzo "Davvero ti va bene così?"
Lui chiuse gli occhi.
Sapevano entrambi che una risposta a voce sarebbe stata inutile, le avrebbe detto di sì, ovviamente.
"Alle volte ti invidio."
Riaprì gli occhi, incapace di nascondere il suo stupore davanti all'affermazione di sua sorella. La sua perfetta sorella.
"Tu non hai paura di rimanere da solo."
Zachary MacIntyre non era un ragazzo felice.
Non era neppure infelice.
Aveva tutto quello che voleva e se voleva qualcosa la otteneva. Prima o poi accadeva sempre.
Era un ragazzo che non sapeva ancora da che parte pendesse l'ago della sua bilancia.
Ma in quel momento, mentre sua sorella gli lasciava un bacio alla guancia sinistra, appena sotto la mascella e poco distante dall'orecchio, si rese conto che forse quell'ago pendeva dalla parte sbagliata...

 

THE END

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Petra Wolf © LittleMissMaddy

 

-Commento dell'Autore-

Uhm, ok, la cosa inizia a diventar grave. Ultimamente questo Zaxie-boy mi sta facendo dannare e se sto arrivando a scrivere perfino fanfic su lui e sua sorella la cosa diventa grave ò_o". Vabbeh, la figura di sua sorella è qualcosa che ha sempre infastidito il ragazzo, per un motivo o per un altro, probabilmente perché, nonostante siano tutti e due figli degli stessi genitori, sono totalmente differenti. Ai tempi pensavo di ricollegare questa sua diversità al fatto che poteva essere adottato, cosa a cui pensa tutt'ora XD, ma vabbeh, è già un tipo incasinato di suo.

Per il resto boh, sto prendendo gusto a raccontare del rapporto familiare di Zachary e che alla fine scada nell'angst più totale è normale, assolutamente fingirliano, ma normale, soprattutto se da brava deficiente mi metto Bach in sottofondo XD! E, a proposito, solo decidere cosa far suonare a quel dannato bagarozzo è stata un'impresa, il mio amato Trillo del Diavolo*_* è già il preferito del mia Sire Sfortuna e visto che ce lo infilo sempre quando parlo di lui è bocciato, per il resto sono troppo ignorante riguardo la musica classica v_v".